Recensioni

Libri, film e tutto quel che mi capita sotto tiro

steve jobs una scena del film

Steve Jobs il film che mostra il dietro le quinte

Avendo come regista (e co-produttore) Danny Boyle era ovvio che il film su Steve Jobs non potesse essere una banale esaltazione dell’inventore del Mac. E infatti la pellicola si fa guardare durante le sue due ore, andando a cercare aspetti meno noti della vita di Jobs, come la storia della prima figlia (nata nel 1978 e riconosciuta solo nell’86). Dei rapporti tesi con i suoi collaboratori (da cui pretendeva ben più che il massimo) invece si sapeva. E’ il modo in cui il film li racconta che rendono la storia davvero interessante.

Il regista ci mostra sempre il protagonista nel momento in cui sta per andare in scena a presentare una qualche (più o meno grande) invenzione. Jobs nel film si paragona a un direttore d’orchestra. Ecco, è come se Barenboim, poco prima di prendere la bacchetta, fosse distratto da mille problemi.

Il film ha in più la capacità di non soffermarsi sui successi di Jobs, ma di farli solo intravedere.

Michael Fassbender è uno Steve Jobs che diventa sempre più credibile con il passare delle scene. Dubito però possa strappare l’Oscar a Di Caprio che col suo Revenant ha fatto qualcosa di più (anche battendosi contro un orso…).

Penso invece che un’ottima Kate Winslet possa ambire davvero a conquistare la sua seconda statuetta, come migliore attrice non protagonista.

Ad maiora

 

 

 

La Televisione che insegna a vivere

La televisione amica, cui chiedere consigli

Ho da poco smesso l’insegnamento universitario, ma  – anche per il lavoro che faccio – continuo a osservare in modo critico il mondo televisivo. E, come avete visto in questi giorni, continuo a scriverne. E pure a leggerne. E’ il caso di questo interessante volume di Nicolò Barretta e Maria Elisabetta Santon su alcuni programmi televisivi che stanno prendendo sempre più piede grazie alla moltiplicazione dei canali creatasi col Digitale Terrestre.

“La televisione che insegna a vivere” spiega in modo semplice come l’elettrodomestico più amato dagli italiani (abbiamo record di ore di tv accesa, in media) stia diventando da mero strumento di compagnia e intrattenimento a qualcosa di più: all’amico a cui chieder consiglio. I programmi factual, tutorial, coaching di cui scrivono Nicolò Barretta e Maria Elisabetta Santon sono per lo più format americani adattati ai nostri contesti sociali, ma con buoni successi di ascolto e anche con forti risparmi da parte delle emittenti tv: “In un periodo in cui la crisi economica non risparmia neppure il settore televisivo, anche per la televisione generalista diventa importante disporre di contenuti caratterizzati da una lunga seriali e dunque, potenzialmente, in grado di innescare dinamiche di fidelizzazione, ma che implichino costi decisamente più contenuti rispetto alla fiction o ai tradizionali prodotti d’intrattenimento. Lifestyle e coaching rispondono esattamente a questa esigenza. Innanzitutto essi possono sfruttare il vantaggio di cui godono tutti i people show, ossia limitare il budget altrimenti destinato ai cachet di volti celebri, rendendo protagonista la gente comune”.

Sono gli effetti della transtelevisione i cui albori sono da far risalire al Grande Fratello, trasmissione che ha influenzato non solo i palinsesti televisivi, ma anche quelli politici. Si chiacchiera ininterrottamente senza valutare quel che si sta facendo, senza sforzarsi di scavare, come sottolinea giustamente Gian Paolo Parenti nella sua prefazione: “L’insistenza sul come fare le cose, evita di riflettere sul che cosa si sta facendo. Le regole pratiche per organizzare la cerimonia di nozze o un’indimenticabile cena per gli amici esentano dal parlare del senso del matrimonio e dell’amicizia, allontanando dal nodo dei bilanci esistenziali, spostano il fuoco dell’attenzione sul piano psichico (la profondità) a quello tecnico, rinforzando l’autorevolezza della tv come dispensatrice di norme operative (“Ipse dixit!”). Dal punto di vista editoriale, insomma il coaching è un grande vantaggio, tanto più che il pubblico gradisce e sembra preferire. Certi temi, certe profondità, infatti, sarebbero spinose pure per i telespettatori, inoltre – come insegnano le terapie antipanico o antinevrosi – concentrarsi sul modo di fare una cosa, allontana dalla cosa stessa e dalla paura che essa fa”.

Il tutto sembra vero, ma in realtà fa parte di quella immensa fiction nella quale è inserito lo spettatore televisivo, una sorta di Truman Show del quale non si vedono i confini (ma se alzate gli occhi al cielo di telecamere ne vedete eccome). Scrivono ancora Barretta e Santon: “A una prima analisi, sembrerebbe di poter affermare che i programmi di coaching propongono un’esperienza nel vero senso della parola: un percorso che porta a un cambiamento. A ben vedere, tuttavia, il potenziale trasformativo viene compromesso nel momento in cui diventa scontato che il percorso terminerà con un lieto fine”.

Parecchi i programmi analizzati dai due studiosi. Le critiche che secondo me hanno colto più nel segno riguardano Sex Therapy e Sos Tata. Sul programma a tematica sessuale, l’approfondimento è azzeccato perché spiega come questa serie sfonda un tabù e perché dimostra che la tv ha ormai occupato ogni spazio di casa: “Il fatto che quelle che si rivolgono al programma siano coppie “normali”, che non soffrono di gravi patologie per le quali l’intervento di un sessuologo risulterebbe indispensabile, mette in luce quanto, nella società contemporanea, l’aiuto degli esperti venga ricercato in modo massivo. Molti individui sentono il bisogno di appoggiarvisi per poter affrontare tutte le questioni che riguardano la quotidianità; questo meccanismo non risparmia evidentemente anche gli aspetti più intimi. In fondo è proprio sulla base di queste considerazioni che si può parlare di “cultura terapeutica” come una tendenza sempre più pervasiva del nostro tempo”.

Su Sos Tata perché al di là dell’aiuto a svolgere una delle professioni più complesse del mondo (quella genitoriale) la scelta dei protagonisti ha ambizione di essere la più rappresentativa possibile: “Generalmente i genitori che si rivolgono al programma rispecchiano, per così dire, l’italiano medio: svolgono professioni comuni come l’impiegato, l’operaio, il commerciante; nel caso delle mamme, le casalinghe. Vivono in abitazioni non particolarmente lussuose, ma linde, spaziose e gradevoli; si dividono tra la cura della famiglia e le attività extradomestiche. Sono dunque persone con cui lo spettatore è tendenzialmente portato a identificarsi”.

Sono gli stessi meccanismi che stanno dietro tanta informazione radio-televisiva, dietro la spettacolarizzazione di troppi casi di cronaca nera (a scapito ad esempio delle tematiche internazionali: parliamo per giorni di un delitto e il giorno dopo ci siamo già dimenticati la strage di Giakarta). L’immedesimazione, l’identificazione di cui parlano Barretta e Santon putroppo è uscita dai programmi fiction ed è entrata in quelli giornalistici. Dove si utilizza, solo per fare un esempio, sempre più spesso il nome di battesimo delle vittime per farle sentire più vicine a noi, per far scattare quella solidarietà parentale o al più amicale senza la quale, altrimenti, si rischierebbe di far scivolare via certe notizie.

Ad maiora

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Nicolò Barretta e Maria Elisabetta Santon

La televisione che insegna a vivere

Unicopli

Milano 2014

Amici sul lungomare a Cuba

Amicizia

L’amicizia! Quante forme diverse può avere…

Amicizia nel lavoro. Amicizia per la rivoluzione, amicizia durante un lungo viaggio, amicizia tra soldati, amicizia in una prigione in transito, dove ci si conosce e ci si lascia nel giro di un paio di giorni di cui, però, si serba il ricordo per anni. Amicizia nella gioia e nel dolore, amicizia nell’uguaglianza e nella diversità.

Che cosa rende amici? Avere lo stesso lavoro o uno stesso destino? A volte l’odio tra chi appartiene allo stesso partito e ha opinioni che si distinguono solo nelle sfumature è maggiore dell’odio verso chi del partito è nemico. A volte uomini che combattono assieme si odiano più di quanto odino un nemico comune. E a volte l’odio fra i detenuti è maggiore dell’odio verso i carcerieri.

Certo, l’amicizia nasce per lo più tra uomini accomunati da uno stesso destino, da una stessa professione, da un medesimo progetto, tuttavia sarebbe prematuro concludere che la si debba solo a tali affinità.

Perché possono essere amiche – e lo sono – anche persone unite dall’odio per il proprio mestiere. E amici non sono soltanto gli eroi di guerra e del lavoro, ma anche i disertori e gli assenteisti. Alla base dell’amicizia degli uni e degli altri, però, c’è un vincolo comune.

Due caratteri opposti possono diventare amici? Sicuro!

L’amicizia può essere un legame disinteressato. A volte l’amicizia è egoista, altre è incline all’abnegazione. Ma, per quanto suoni strano, l’egoismo dell’amicizia avvantaggia l’amico in modo disinteressato, laddove l’abnegazione ha un fondo egoistico.

L’amicizia è uno specchio in cui l’uomo si riflette. A volte, chiacchierando con un amico impari a conoscerti e comunichi con te stesso.

L’amicizia è uguaglianza e affinità. Ma l’amicizia è anche differenza e disparità. 

C’è un’amicizia operativa: negli affari, nell’azione, in un lavoro comune, in una comune lotta per la sopravvivenza e per un tozzo di pane.

E poi c’è l’amicizia in nome di un ideale, l’amicizia filosofica tra interlocutori che meditano, tra uomini che lavorano in modo diverso, ognuno per proprio conto, ma che insieme  parlano della vita.

Forse la forma suprema di amicizia abbraccia l’amicizia operativa, l’amicizia nel lavoro e nella lotta e l’amicizia di chi dialoga e si confronta.

Pur avendo sempre bisogno l’uno dell’altro, non sempre gli amici ricevono amicizia in egual misura. E non sempre all’amicizia chiedono la stessa cosa. Un amico può donare la propria esperienza, l’altro può arricchirsene. Ci si può scoprire forti e maturi aiutando un giovane amico debole e inesperto; costui, il debole, troverà nell’amico il proprio ideale di forza, maturità, esperienza. Dunque c’è chi dona e chi gode del dono ricevuto.

Capita che l’amico sia una figura silente, che per suo tramite si riesca a parlare con se stessi, a ritrovare la gioia dentro di sé, in pensieri che divengono chiari e visibili grazie alla cassa di risonanza del cuore altrui.

L’amicizia della mente, contemplativa, filosofica, esige di norma identità di vedute, ma tale identità può non essere assoluta. A volte l’amicizia si manifesta in una discussione, nella mancanza di affinità. Se invece gli amici si somigliano in tutto, se si rispecchiano, chi discute con un amico discute con se stesso.

L’amico è colui che ti perdona debolezze, difetti e vizi, che conosce e conferma la tua forza, il tuo talento, i tuoi meriti.

E l’amico è colui che, pur volendoti bene, non ti nasconde le tue debolezze, i tuoi difetti, i tuoi vizi.

L’amicizia si fonda dunque sulla somiglianza, ma si manifesta nella diversità, nelle contraddizioni, nelle differenze. Nell’amicizia l’uomo cerca egoisticamente ciò che gli manca. E nell’amicizia tende a donare munificamente ciò che possiede.

Il desiderio di amicizia è innato nella natura umana, e chi non è capace di farsi amici gli esseri umani opta per gli animali: cani, cavalli, gatti, topi, ragni.

Un essere dotato di forza assoluto non necessita di amici, ma un tale essere è Dio.

L’amicizia autentica non dipende dal fatto che l’amico sieda su un trono o dal trono sia stato deposto per finire in prigione: l’amicizia autentica guarda all’anima e alle sue doti e non si cura della gloria, della forza esteriore. 

Molteplici sono le forme dell’amicizia, vario il suo contenuto, ma una sola è la sua base, incrollabile: la certezza che l’amico non ti tradisce, che tu non lo tradirai. Splendida è pertanto l’amicizia in cui è l’uomo a essere fatto per il sabato. Là dove amici e amicizia vengono sacrificati in nome di interessi superiori, l’uomo dichiarato nemico dell’ideale superiore, che ha perso tutti gli amici, è comunque sicuro di non perdere un amico vero.

Vassilij Grossman, Vita e destino, Adelphi

Ad maiora

Freehel,  Amore, giustizia, uguaglianza

Freeheld, una storia di amore e diritti

Freeheld che esce oggi nei cinema italiani è un film da vedere. Se siete persone sensibili, portate i fazzoletti.

La storia d’amore tra un’agente di polizia che si ammala di cancro e che prima di morire vuole lasciare la sua pensione (e la sua casa) alla sua compagna è davvero destabilizzante. Mette in mostra il bigottismo della nostra società, l’omofobia di tanti, troppi. Eppure alla fine le due donne (interpretate magistralmente da Julianne Moore ed Ellen Page) riusciranno ad avere giustizia.

La storia è tratta da una vicenda realmente accaduta in New Jersey. E purtroppo risale non agli anni ’80, ma a due lustri fa.

La pellicola (diretta da Peter Sollett) è ben costruita perché non si rivolge solo un pubblico di attivisti per i diritti degli omosessuali, ma a uno ben più ampio (lo stesso, mi verrebbe da pensare che lo scorso maggio ha votato a favore degli omosessuali nella cattolicissima Irlanda). Di qui la scelta di un attivista gay ebreo (interpretato da Steve Carell) che appoggerà la battaglia della poliziotta ma alla fine ridotto, dalla sceneggiatura, a una sorta di macchietta che con facili battute strappa applausi. A me farà storcere il naso, ma sentendo gli umori della sala durante l’anteprima milanese, sicuramente a molti piacerà. Ed è ciò che conta.

Per il mio carattere donchisciottesco ho invece apprezzato Michael Shannon nel ruolo del collega poliziotto di Laurel Hester (questo il nome dell’agente interpretato dalla Moore) che sarà il primo e a lungo l’unico a battersi per l’amica, a lottare per diritti che sono scontati per le coppie “tradizionali” e che invece sono messi in discussione per quelle omosessuali. Alla fine sarà lui ad avere ragione. Ma facendo tanta fatica e rovinandosi il fegato. Succede a tutti quelli che vanno controcorrente.

Insomma un film che vi fa uscire belli incazzati. Ma anche convinti che, insistendo, anche in solitaria, le cose possono cambiare.

Ad maiora

mi_fido_di_te

Vivere ai tempi della sharing economy

Si fa un gran discutere negli Stati Uniti sul ruolo della sharing-economy per raddrizzare una crisi che sembra irreversibile. L’Eco di questo dibattito da noi si è risolto con le proteste dei tassisti contro Uber e con i giudici che hanno bloccato Uber Pop. Ma è solo questione di tempo e poi anche queste barriere verranno travolte.

Della sharing-economy parla il bel libro consigliatomi dall’amica Giulia “Mi fido di te” di Gea Scancarello. Il titolo è un po’ criptico e si capisce solo immergendosi nelle pagine del volume. Questa nuova economia basata sulla condivisione si fonda sulla fiducia che il prossimo deve avere verso uno sconosciuto. Gea lo spiega meglio di me: “Per quanto chiare siano le regole, alla base dello scambio ci deve essere la disponibilità a fidarsi di uno sconosciuto, tanto da metterselo in casa. Buffo, no? Per decenni l’intera società occidentale si è impegnata a fare esattamente il contrario: difendere con ogni mezzo la privacy“.

Insomma si deve ribaltare l’assioma appreso da bambini di non accettare caramelle da sconosciuti. Perché poi spesso chi ci fa del male è qualcuno che conosciamo bene (o crediamo di conoscerlo, almeno).

Il libro non è una pizzosa analisi della condivisione con il prossimo, ma è un esperimento sul campo. La Scancarello (giornalista e viaggiatrice, come scrive nella bio) ha infatti provato direttamente a condividere la sua casa, il suo divano, la sua tavola, la sua auto con sconosciuti. E’ andata a raccogliere cibo scartato dai supermercati. Ha dormito in un B&B pagandolo col baratto (tradurre il sito in inglese, ad esempio) e ha soggiornato in casa di persone che ti lasciano la villa se gli curi gli animali domestici. Dalla sua esperienza è nato un blog.

Prove empiriche che invitano all’emulazione.

Il libro è diviso in tre aree: dormire, mangiare e muoversi. Alla fine di ogni sezione ci sono i link dei siti per condividere e una loro mappa ragionata.

Insomma, un libro da leggere. E poi da lasciare da qualche parte per il book sharing…

 

Ad maiora

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Gea Scancarello

Mi fido di te

Prefazione di Simone Perotti

Chiarelettere

Milano, 2015

Pag, 235.

Euro 13,90

libri

Estate 2015, 10 libri da mettere in valigia

Ogni lista è un arbitrio, dipende da troppi fattori. Ma ho voglia di condividere con voi i libri che ho letto in questi primi mesi del 2015 (indicandovi quelli che trovate ancora in libreria) e che, se non li avessi già divorati, avrei messo in valigia.
Il mix di autori, argomenti e generi è casuale e totalmente personale. Prendetelo come un flusso di coscienza.

Ad maiora

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1. Ho letto con estremo ritardo Norwegian Wood, il libro più noto di Murakami Haruki, autore giapponese del quale mi sono innamorato con 1Q84. Norvegian ha come protagonista Watanabe Toru, invaghito da sempre della fidanzata del suo migliore amico. E’ un libro tutto rivolto al passato, al ricordo, spesso struggente. Ma sempre presente. Volume imperdibile anche per meglio comprendere quelli successivi dello scrittore ciclicamente candidato al Nobel e mai vincente (sarebbe una perfetta storia per i suoi libri). Riflessivo.

2. Ancora per la serie “libri letti con colpevole ritardo” non posso non segnalare Vita e Destino di Vasilij Grossman, autore sovietico il cui ampio volume – a mia parziale discolpa – è stato pubblicato postumo, dopo una serie di ostacoli posti dalle autorità sovietiche. Nel testo si intrecciano le vite di tanti attori,  non protagonisti. L’assedio a Stalingrado fa da sfondo e i destini dei personaggi raccontano, meglio di qualunque saggio, la brutalità del regime sovietico (paragonato, non a caso, a quello nazista). Immenso.

3. Un libro uscito quest’anno è invece Dove sei stanotte di Alessandro Robecchi. Ero già rimasto favorevolmente colpito dal primo volume di questa che si presenta come una serie di noir legati a Milano e con protagonisti sconfitti ma combattivi, che cercano di non affondare nella melma della grande metropoli. Anche in questo secondo libro il protagonista è, suo malgrado, Carlo Monterossi, autore televisivo che odia la tv. La storia questa volta si svolge ai tempi dell’Expo. Attuale.

4. Faccio un ultimo salto su libri usciti qualche anno fa che avevo clamorosamente bucato: Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano di Eric-Emmanuel Schmitt. E’ un romanzo che parla di religione e di quell’amicizia capace di far superare le differenze, di vedere la vita con gli occhi dell’altro. Il viaggio del commerciante sufi e del ragazzino ebreo verso la Mezzaluna d’oro è davvero coinvolgente. Commuovente.

5. Ho già scritto su queste pagine virtuali che Cattivi di Maurizio Torchio è decisamente il miglior libro che abbia letto quest’anno. Per ora rimane in testa, con parecchie lunghezze di vantaggio. E’ un romanzo che parla di carcere, anche se ridurlo a ciò è limitante. Le sbarre, l’isolamento, spingono Torchio a entrare nel corpo di chi è recluso e a percepire la sua (e la nostra) vita. Imperdibile.

6. Chi mi segue sa che da qualche anno mi sono messo a correre. Sarà la crisi della mezza età o quel che volete, ma io mi diverto e sto bene. Il mio mettermi pantaloncini, maglietta e scarpe e partire ovunque mi trovi ha spinto chi mi vuol bene a cominciare a regalarmi libri che cercano di spiegare al mio io razionale (quasi sempre perdente) il perché di ciò che ho iniziato a fare per istinto. Il volume che, per primo, meglio mi ha fatto capire come la corsa sia insita nello spirito umano è stato Born  to Run di Christopher McDougall. Il volume descrive, in modo divertente, un gruppo di super atleti messicani. Ma in realtà si rivolge a ognuno di noi. Puntuale.

7. Riguarda la corsa ma soprattutto la resilienza un altro dei libri regalatomi dagli amici al mio compleanno (per questo organizzo le feste…). E’ Tecniche di resistenza interiore di Pietro Trabucchi. Personalmente, quando leggo – fin da quando ero ragazzino – mi appunto (per meglio ricordarmele e per farmele penetrare nella pelle) le più belle frasi che leggo. Ebbene di questo volume di Trabucchi mi sono trascritto molti brani. Alcuni li ho estrapolati sul blog. Resiliente.
8. Lo inserisco in questo elenco perché è un libro che ha stupito anche me. Una vita al Massimo di Massimo Ferrero e Alessandro Alciato racconta gli esordi dell’attuale presidente della Sampdoria. Ho imparato a conoscerlo soprattutto grazie a Crozza e l’ho qualche volta incrociato al Marassi. Le sue avventure giovanili (compreso il carcere minorile) me lo hanno ricollocato in un quadro diverso (e migliore). Sorprendente.

9. Nelle prime pagine (complice l’introduzione di Jovanotti) mi era sembrato un libro adolescenziale. E invece lo inserisco in quelli da mettere in valigia perché Mi hanno regalato un sogno dimostra la grande maturità (oltre alla grande voglia di vivere) di Bebe Vio, atleta con disabilità. La scena che più mi ha fatto riflettere è la discussione che la ragazzina (ora 17enne, campionessa di scherma, amputata da gambe e braccia) ha avuto con Arrigo Sacchi, nel ritiro della Nazionale di calcio Under 21 pre Europei di Israele. Lei insisteva sul valore (anche metaforico, aggiungo io) della vittoria, mentre il mister ribatteva che l’importante è partecipare. Altri punti persi dall’ex CT azzurro. Positivo.

10. Il più bel romanzo d’amore che ho avuto in mano quest’anno, l’ho finito pochi giorni fa. E’ Una notte soltanto, Markovitch, opera prima – e davvero emozionante – di una giovane israeliana, Ayelet Gundar-Goshen. Parlare d’amore è un po’ riduttivo, perché il libro (le cui vicende si accavallano tra la fuga degli ebrei dall’Europa e la nascita di Israele) fa piangere e sorridere. E i personaggi sono descritti così bene che ci si può immedesimare – a seconda della fase della loro e della vostra vita – in parecchi di loro. Cardiotonico.

Finisco con una citazione, tratto da un libro che ho letto l’estate scorsa, ZeroZeroZero, di Roberto Saviano:

“Nulla è più potente della lettura, nessuno è più bugiardo di chi afferma che leggere un libro è un gesto passivo. Leggere, sentire, studiare, capire è l’unico modo di costruire vita oltre la vita, vita a fianco della vita. Leggere è un atto pericoloso perché dà forma e dimensione alle parole, le incarna, le disperde in ogni direzione. Capovolge tutto, fa cadere dalle tasche del mondo monete e biglietti e polvere. (…) Conoscere è iniziare a cambiare“.

Buona lettura!

Ad maiora

 

Una notte soltanto, Markovitch

“Al di fuori di Rachel Mandelbaum, nessuno sapeva che la tristezza di Zeev Feinberg si era gonfiata fino a inglobare anche sua moglie, sempre piena di vita. I colpi alla porta ruppero la quiete calata ormai da tempo sulla casa di Sonia e Zeev Feinberg. C’era un tale silenzio che le mosche la evitavano, imbarazzate dal rumore delle loro ali che riempiva le stanze. “.

Il capitolo da cui ho tratto queste poche righe è uno dei più immaginifici del bellissimo Una notte soltanto, Markovitch, opera prima della scrittrice (e attivista dei diritti civili) Ayelet Gundar-Goshen.

Ho già scritto che il miglior libro da me letto quest’anno è Cattivi, di Maurizio Torchio. Quello che mi ha fatto più sorridere Dove sei stanotte di Alessandro Robecchi. E allora vi dico che questo romanzo che ha come protagonista Yaakov Markovitch, è quello che mi ha fatto più sognare. Parla di amore e di storia (degli ebrei, di Israele e non solo) questo libro il cui personaggio principale mi ha ricordato un po’ l’incolore Tazaki  Tsukuro del grande Murakami Haruki.

Come tutte le storie d’amore (sono più di una, spesso intrecciate) queste della Gundar-Goshen fanno prima sorridere e poi (piangere). Nella prima parte succede di tutto. Solo quando la finite, vi rendete conto che quello è il Prima, cui seguirà un Durante e poi un Dopo (seguito, nel finale, da un Dopo Dopo).

Il libro che chiaramente vi consiglio ha una bellissima struttura narrativa e una traduzione (di Ofra Bannet e Raffaella Scardi) davvero ben fatta. Non perdetelo.

Ad maiora

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Ayelet Gundar-Goshen

Una notte soltanto, Markovitch

Giuntina, Firenze 2015