Recensioni

Libri, film e tutto quel che mi capita sotto tiro

Lettera a Hitler

I non-eroi che salvano l’umanità 

“Signor Cancelliere del Reich, non si tratta solo del destino dei nostri fratelli ebrei. Si tratta del destino della Germania! L’ebraismo è sopravvissuto ad altri pericoli: alla prigionia babilonese, alla schiavitù in Egitto, ai tribunali dell’Inquisizione spagnola, alla calamità delle Crociate e alle persecuzioni dei pogrom in Russia. Con la tenacia che ha permesso a questo popolo di diventare antico, gli ebrei riusciranno a superare anche questo pericolo, ma la vergogna a cui va incontro la Germania a causa di ciò non sarà dimenticata per lungo tempo!”. È un brano, profetico, tratto dalla lettera che lo scrittore tedesco Armin Wegner scrisse a Hitler, nel giorno di Pasqua del 1933. Da quella lettera (e dalle persecuzioni che da essa ne conseguiranno contro il suo autore) parte il racconto di Gabriele Nissim dedicato alla discussa figura di Wegner. Ne La lettera a Hitler Nissim ripercorre tutta l’incredibile vita di questo scrittore, testimone diretto di due genocidi: il primo quello dei turchi contro gli armeni, il secondo quello dei suoi compatrioti contro gli ebrei.
Si parla di figura discussa perché contro Wegner sono state mosse molte accuse: di aver denunciato i crimini dei Giovani Turchi tropo tardi e di essere sceso a compromessi col regime nazista per sopravvivere. Nissim però spiega lungo le 300 pagine (forse un po’ troppe, a confronto dei testi asciutti e tenaci cui ci aveva abituato il saggista milanese) come sia impossibile trovare una coerenza a 360 gradi nell’uomo. Tanto da dedicare un capitolo all’Ambiguità del bene. Contro la quale si scagliano tanti benpensanti (quelli che nella Rete trovano libero sfogo alle loro frustrazioni). Scrive giustamente l’autore: “Accade che gli uomini che non accettano la propria debolezza sono spesso portati a pretendere dagli altri una coerenza e una perfezione assoluta e sono i primi a essere delusi quando gli eroi “normali” non corrispondono ai loro canoni”. E lo stesso Nissim a proposito di quanti magari nella vita fanno un solo grande gesto nobile (e Wegner ne fece ben più di due) sono spesso lasciati soli con se stessi, incompresi, da vittime e carnefici: “Anche il migliore degli uomini giusti è comunque un essere fragile. Non sempre la coscienza personale è sufficiente per sorreggere l’azione di un uomo. Ecco perché è necessario non lasciare mai un uomo giusto in solitudine. Se viene a mancare la solidarietà, anche il cuore di un essere umano che si prodiga a fare del bene nelle situazioni più difficili alla fine può cedere. Si potrebbe osservare paradossalmente che anche un giusto alla fine ha bisogno di essere salvato“.
Nissim parla di Giusti perché Wegner viene considerato tale sia dagli armeni (le sue foto dello sterminio operato dai Giovani Turchi sono la principale testimonianza di quel -incredibilmente ancora messo in discussione da Ankara – genocidio) e dagli ebrei (che lo onorano allo Yad Vashem). Una figura quella dello scrittore che finisce nel mirino dei critici perché incapace di prevedere la Shoah, pur avendo seguito da vicino la vicenda della armeni. Una sottovalutazione del male che Nissim spiega così: “Probabilmente scatta nell’inconscio un istinto di sopravvivenza che porta a immaginare che prima o poi le forze del bene possano avere la meglio e che quanto è successo altrove non possa più ripresentarsi. Si crede che l’intelligenza sia più forte della stupidità umana. È questo il limite di qualsiasi operazione di memoria. Anche chi è ammalato gravemente e conosce dalla letteratura medica che il suo caso non offre molte speranze si rifiuta fino all’ultimo di accettare la realtà. Ha bisogno di non sapere per resistere. (…) È ciò che accade ad Armin. Aveva visto coi propri occhi l’odio dei turchi verso gli armeni, ma si rifiutava di credere che l’odio dei nazisti verso gli ebrei potesse trovare consenso nella popolazione”.
Purtroppo la natura umana è spesso più bestiale di quella degli animali. E tende pure a ripetere gli stessi errori. Ma, per fortuna, figure come quella di Wegner in qualche modo ci riscattano. E, per buona sorte, c’è ancora chi, come Nissim, non si stanca di trovare questi non-eroi solitari, che salvano davvero l’umanità.
Ad maiora
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Gabriele Nissim
La Lettera a Hitler
Mondadori
Milano, 2015
Pagg. 304
Euro: 20

Ps. Il libro lunedì 18 maggio verra presentato a Milano. Per maggiori informazioni cliccate qui.

La copertina di Cattivi di Maurizio Torchio

La cella come casa. Il carcere sotto Torchio

“Il carcere non serve a restituire al mondo. È fatto per chiudere, coprire, cicatrizzare. (…) Servono luoghi per contenere il male. Chiavi per chiudere quei luoghi”.
Sono due frasi tratte dal bellissimo Cattivi di Maurizio Torchio (Einaudi). Quando la mia amica Giulia me lo ha consigliato, indicandolo come il miglior romanzo che avesse letto quest’anno, sono volato in Feltrinelli e ho iniziato subito a divorarlo. Non sapevo trattasse l’argomento carcere. Tema che affronterò anche il prossimo 25 maggio – alle 18, alla libreria popolare di via Tadino 18, Milano- presentando il  volume Ne vale la pena di Carlo Mazzerbo che racconta la sua esperienza di direttore del penitenziario della Gorgona.
A Mazzerbo ho consigliato, a mia volta, Cattivi, come lo faccio con voi che avete la pazienza di leggere questo blog. I rari avventori sanno che, per assorbire nella pelle e migliorare la mia prosa, riporto su un bloc-notes (da qualche anno virtuale) le frasi che più mi piacciono dei libri che leggo. Per Cattivi ho scritto una infinità di appunti.
È un romanzo, ma con tantissime, importanti, riflessioni che difficilmente ho trovato nei saggi che ho letto in questi anni.
Il primo spunto, è legato alla simbiosi che si crea tra carcerato e cella. Scrive Torchio: “Ti affezioni al posto dove stai. Anche chi si ferma solo tre o quattro anni, passa comunque più tempo in cella di quanto la maggior parte della gente non ne passi, in casa, lungo la vita intera. Qui, quando scendi all’aria senza l’asciugamano dici: l’ho dimenticato a casa. (…) Qui c’è la mania degli oggetti nuovi. È come fossero fosforescenti. Chi non riceve pacchi da casa vive in celle più buie. Ed è più facile che le guardie lo picchino, più facile che un prepotente se lo prenda in moglie, perché una cella senza oggetti nuovi ti fa pensare: Di questo non importa a nessuno.Gli oggetti nuovi proteggono. Tutto quello che arriva da fuori protegge”.
In Cattivi si parla tanto dei carcerati e delle guardie. Due categorie obbligate a convivere e a parlare. Perché “più un posto è vuoto, più lo si riempie di parole”. Tra le parole c’è spazio anche per quelle che provengono dall’elettrodomestico per il quale lavoro: “All’inizio di una prigionia più una cosa è recente più ti sembra importante. Per questo, ai piani, c’è chi preferisce i telegiornali ai film. Pensano di non aver bisogno di fantasia. Pensano che tutto quello che succede fuori sia straordinario, incredibile così, per il solo fatto che sta fuori”.
Perché la vita di chi sta fuori è totalmente diversa da quella da chi sta dentro. Non certo a riposarsi: “Anch’io all’inizio ho pensato: Finalmente dormirò. Col furgone, senza riposi obbligatori, senza cronotachigrafo, guidi anche trenta ore di fila… Quando mi hanno arrestato ho pensato: Tutto il sonno che non ho dormito guidando lo dormirò in cella. La immaginavo come una cabina: un posto tranquillo, piccolo, chiuso, dove te ne stai per conto tuo. Ma in cella non sei mai davvero solo, davvero al sicuro. E anche quando sei solo non c’è silenzio”.
Al di là della storia che fa da filo conduttore del romanzo (del quale un condannato all’ergastolo, in isolamento, è il protagonista e l’io narrante), le considerazioni che più mi hanno colpito sono quelle relative ai rapporti tra dentro e fuori le mura. Una distanza abissale, un baratro anche per chi nel carcere ci lavora: “Le guardie, sessualmente, sono messe male quanto noi. Anzi peggio. Poliziotti e banditi sono sempre in tv, le guardie no, restano nell’ombra: sono l’armadio dove i poliziotti posano i banditi tra una puntata e l’altra. E le guardie lo sanno. Le ragazze lo sanno. Il fascino della divisa non funziona. Le ragazze sanno che se uno fa la guardia penitenziaria è perché ha fallito il concorso da poliziotto, e non applicherà mai l’adesivo Guardia Penitenziaria sul vetro della macchina, non passeggera in uniforme, tenendole per mano, nei giorni di festa. Il mondo considera le guardie impiegati della cattiveria“. Questi impiegati della cattiveria fanno fatica a comprendere le mogli che vanno a trovare coloro che loro tengono in cella. Non si capacitano di questo genere femminile che, in nome dell’amore, dimentica tutto il resto: “Le guardie soffrono le donne. Le osservano senza capire. Che cosa sono venute a fare, qui, tutte queste donne? Perché si trovano ai binari delle stazioni, nelle grandi città, quando è ancora notte? Cosa cercano, in questi uomini che le hanno lasciate sole? Donne belle, aspettano ore per abbracciarli un istante. E tornano, tornano, tornano. Uomini che non le potranno mai mantenere. Ma a queste donne sembra non importare nulla del futuro, o del passato. Nulla di quegli altri padri, figli, madri, donne che i loro uomini hanno rovinato o ucciso”.
Ma che amore si sviluppa tra dentro e fuori le mura? Un amore malato, tanto affettuoso, quanto morboso: “Ci sono donne adatte per gli uomini liberi e donne adatte per i prigionieri, ed è rarissimo che si tratti della stessa persona. Il modo migliore per avere una donna che ti ami e ti sia fedele, quando sei in carcere, è sceglierti una donna da carcere. Una donna cui piaccia qualcuno a cui pensare, sempre, da appena sveglia a quando si addormenta. Un uomo chiuso in cella è quanto di più vicino si possa trovare a un uomo nella placenta. O un amico immaginario, che non ti lascerà mai. Un dio. Il dio impotente che non può fare nulla della sua vita, o della tua. Solo ascoltarti. O parlare. Un dio impotente ma anche pericoloso: perché criminale. Le donne che vogliono uomini tutti da sognare, pericolosi e innocui insieme, si buttano sui carcerati come il miele”.
Potrei andare avanti ancora parecchio, riportandovi altre delle frasi che mi sono segnato. Ma mi fermo qui. Se no vi tolgo il gusto della lettura. E di appuntarvi, a vostra volta, le frasi che più vi avranno colpito di questo meraviglioso libro.
Ad maiora.
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Maurizio Torchio
Cattivi
Einaudi
Milano, 2015
Pagg. 182
Euro: 19
Non passa lo straniero

Non passa lo straniero… Il calcio ai tempi dell’autarchia

Quattordici anni di calcio autarchico, per il periodo che va dalla disfatta di Corea agli arresti per il calcioscommesse. Di questo tratta il divertente libro di Davide Steccanella “Non passa lo straniero (ovvero quando il calcio era autarchico)”.

Molti dei nomi che sono contenuti nel volume mi erano usciti dalla mente. ma altri, leggendoli, mi hanno subito venire il mente le figurine che a quel tempo, gli anni ’80, come tutti i ragazzini erano uno dei miei migliori passatempi.

Steccanella racconta stagione per stagione quegli anni nei quali le partite si giocavano tutte ella stessa ora e dove “Tutto il calcio minuto per minuto” e “90° minuto” erano gli unici strumenti per sapere quel che accadeva (salvo ovviamente recarsi allo stadio, e al tempo, non era facile perché registravano spesso il tutto esaurito, mica come oggi dove si va solo di decoder).

Alla fine di ogni campionato ci sono due schede degli eroi, tutti italiani ovviamente, dimenticati: da Alberto Ginulfi a Odoacre Chierico (indimenticabile riccioli rossi).

Dopo il Mundial spagnolo le frontiere vennero riaperte: uno, due stranieri a squadra. Poi dopo Bosman, un fiume inarrestabile. Col risultato che ci sono partite dove i giocatori nati in Italia si contano sulle dita di una mano.

E allora è divertente ricordare come era un tempo il calcio in Italia. E come non sarà più.

Ad maiora

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Davide Steccanella

Non passa lo straniero

Jouvence Editore

Pagg. 153

Euro 14

Cover Dove sei stanotte

Il noir di Robecchi nella Milano di Expo

Il secondo episodio di una serie di libri è sempre il più complicato. Soprattutto se il primo è andato bene. Alessandro Robecchi riesce invece a essere convincente anche in questo suo secondo giallo, sempre ambientato a Milano. “Dove sei stanotte” non solo parla di Milano, ma addirittura di Expo e quindi potrà essere lettura gustosa per chi si prepara per i 20 milioni di turisti attesi (sulla cifra, totemica, Robecchi scherza a più riprese).

Anche in questo libro (come in Questa non è una canzone d’amore, edito sempre da Sellerio) il protagonista è Carlo Monterossi, autore televisivo che non ama la tv e che si infila sempre in un mare di guai. Guai che questa volta lo conducono a una storia d’amore (che in qualche modo ci aspettiamo abbia conseguenze nel terzo volume. che a questo punto attendiamo fiduciosi).

Robecchi (ex Cuore, ex Piovono Pietre di Radio popolare ora nel gruppo di Crozza) ha nello scrivere uno stile ironico che lo rende davvero riconoscibile. Come molti milanesi, ama e odia la sua città e i suoi abitanti. Che adorano le quattro ruote come pochi altri: “Contravvenendo alle sue abitudini, sottraendosi alle spire del vizio, tradendo un dogma della sua personale religione, e al tempo stesso il genius loci milanese, smentendo i luoghi comuni che come si sa hanno sempre ragione, Carlo Monterossi decide di non prendere la macchina e andare al lavoro con i mezzi pubblici. Passano quaranta secondi e cinquanta metri e ha già cambiato idea, ma ormai sta scendendo le scale della metropolitana, e allora decide di continuare in quella mossa contronatura”.

Alessandro ha, come già capitato nei precedenti libri, una grande capacità di descrizione, immaginifica: “Ha la faccia di uno che ha nascosto il veleno per i topi nei cereali e poi se n’è scordato e ha fatto colazione”.

Su Maria, la donna che ha fatto innamorare Monterossi: “Le gambe che spuntano dal vestito che arriva appena sopra il ginocchio sono forse il prototipo perfetto su cui il Signore ha progettato le gambe, il modello insomma, l’originale, il calco primigenio. “Devono essere così”, avrà detto ai suoi ingegneri. E quelli a borbottare su quel vecchio perfezionista incontentabile”.

La trama vede un duplice omicidio, con la polizia che fatica perché deve fare i salti mortali per coprire tutte le scorte a politici e diplomatici impegnati nella kermesse mondiale e fatica a stare dietro a un caso appena più complesso di una rissa tra immigrati (che pure hanno un ruolo centrale nella parte del libro incontrata al Corvetto).

Il commissario Gregori sbotta così col vicesoprintendente Ghezzi: “Non mi rompa il cazzo anche lei coi turni e gli straordinari e la burocrazia… Io sto già qui con ‘set carature di cazzo… Il Ghana, l’Africa, il cibo e la speranza… sa dove se la può infilare la speranza il presidente del Ghana?… Esposizione universale dei miei coglioni… questa è l’esposizione universale della rottura di palle!”.

Buon Expo. Anzi buona lettura.

Ad maiora

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Alessandro Robecchi

Dove sei stanotte

Sellerio

Pagg. 355

Euro 14

Nadya, leader delle Pussy Riot

Pussy Riot, un libro sulle loro azioni: contro l’omofobia e il clericalismo putiniano

Massimo Ceresa, socio fondatore di Annaviva e attivista di Mondo in cammino ha prodotto un nuovo libro, che presenteremo alla Libreria popolare di via Tadino 18 (a Milano) venerdì 28 novembre alle 19.30. Il volume si intitola “Pussy Riot, le ragazze che hanno osato sfidare Putin”, un titolo che spiega già il filo conduttore di questo lavoro, su una tematica che – con Annaviva – abbiamo sostenuto attivamente, con più di una manifestazione.

Il volume di Ceresa è agile e si fa leggere ripercorrendo a ritroso la storia delle Pussy Riot, partendo da quel concerto (una esibizione di 45 secondi, in realtà) alla Cattedrale del Cristo Salvatore di Mosca che le ha rese famose in tutto il mondo e soprattutto in tutta la Russia, costando a due di loro, una lunga carcerazione. Dettata solo da motivi politici, non certo dall’odio religioso, che compare nelle motivazioni della sentenza. Analizza Massimo Ceresa: “Le Pussy Riot amano la Russia, ma odiano Putin“. E chiunque segua le vicende russe capisce immediatamente come sia naturale questo odio-amore. Che se può funzionare alle nostre latitudini, è letale in quella democratura che è la “Russia di Putin” (titolo di uno dei meravigliosi libri della Politkovskaja).

Le Pussy Riot sono per di più femministe in un paese che dal presidente in giù ha fatto del machismo (e dell’omofobia) la sua cifra. Spiega Nadezhda Tolokonnikova, forse il simbolo di quelle Pussy Riot: “Purtroppo la Russia è ancora dominata dalla secolare immagine di una donna come custode del focolare, e di donne che allevano i figli da sole e senza nessun aiuto da parte degli uomini. Tale immagine continua a essere propugnata dalla Chiesa ortodossa russa, che vorrebbe di nuovo le donne in schiavitù, e l’idea di Putin di democrazia sovrana va nella stessa direzione, ossia rifiutare tutto ciò che è occidentale, incluso il femminismo“. Un motivo in più per contrastare il putinismo, che trova sempre più seguaci anche nel nostro (retrivo) paese.

Un messaggio, quello legato alle battaglie femministe che le Pussy Riot (rectius del collettivo sopravvissuto dopo l’uscita dal gruppo delle tre finite in carcere) lanciano anche dopo le condanne delle loro compagne, in un comunicato che è un vero manifesto politico: “Il nostro paese è dominato da uomini cattivi. Questi uomini pensano che sia illegale dirsi femministe e suonare musica punk. Questi uomini pensano che sia illegale combattere per i diritti della comunità gay e lesbica. Questi uomini pensano che non si possa criticare il governo, pensano che se canti e balli in modo non appropriato meriti due anni di carcere”.

Un messaggio questo che le ragazze con la balaclava diffondono,  bruciando – sul tetto di un palazzo – due grandi foto, una di Putin, l’altra di Lukashenko, altro soggetto che sta allevando il figlio – maschio, ovviamente e solo decenne – come suo – degno – erede.

Nel mirino delle Pussy Riot finisce non per caso il potere temporale della Chiesa ortodossa e ancora men per caso quella Cattedrale del Cristo Salvatore che è diventata il simbolo dei rapporti sempre più stretti tra il clero e il potere politico putiniano. Soprattutto da quando a guidare le gerarchie ecclesiastiche è arrivato Kiril, prelato che non disdegna orologi da migliaia di euro, anche se il suo ufficio stampa cerca – malamente – di cancellarlo dalle sue immagini ufficiali. Ma l’ombra (vero zampino del diavolo, verrebbe da dire) non si può cancellare. Come la vergogna.

Patriarca-Kirill con l'ombra di un orologio

E’ lo stesso patriarca che ha definito Putin un “miracolo di Dio“. Arrivando però dopo Berlusconi che nel 2010 aveva parlato del suo amico del cuore come di “un dono del Signore“. Signore che se ci fa di questi doni deve essere davvero molto arrabbiato con noi.

E’ stata la stessa Chiesa ortodossa a pretendere una punizione esemplare delle Pussy Riot, ricercate in tutta Mosca come pericolose terroriste e come tali trattate. Ma di quello che è successo allora e dopo parleremo venerdì prossimo nella nostra “sede milanese”. Spero di avervi incuriosito.

Vi aspetto. Con l’autore del libro e gli amici di Annaviva.

Ad maiora

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Massimo Ceresa

Pussy Riot, le ragazze che hanno osato sfidare Putin

2014, Carlo Spera editore

copertina Verde cortina

Una Cortina verde al posto di quella di ferro

Verde cortina è un libro nato da un’idea e dal crowfunding, al quale ha contribuito anche chi scrive queste righe. Sono quindi doppiamente contento di questa recensione.

E lo sono ancora di più perché affronta un tema intorno al quale lavoro da quando faccio il giornalista: quello dei confini. Ci sono confini geografici e confini umani. Verde cortina è un viaggio fatto dal giornalista Matteo Tacconi dal fotografo Ignacio Maria Coccia lungo quel che resta dal peggiore dei confini umani recenti: quello che noi abbiamo sempre chiamato Muro di Berlino, ma che di fatto si espandeva dal Mar Baltico al Mar Mediterraneo. Le ultime pagine sono dedicate proprio a luoghi più vicini a noi e si concentrano, con foto e testi, su Trieste e Gorizia con le loro “nostalgie di frontiere”. Tra Gorizia e Nova Gorica il triste muro (anzi, muretto, sovrastato da una rete) che divideva in due la cittadina è stato abbattuto. Ma restano delle differenze tra di qua e di là: “Dal 2008, quando la Slovenia ha aderito all’area Schengen, da Gorizia a Nova Gorica e da Nova Gorica a Gorizia si circola liberamente. Almeno da questo punto di vista è come se fossero tornate un’unica città. Per il resto, sono tante le differenze. A partire dall’economia. Quella di Nova Gorica, in buona misura, è fondata sul vizio, con una concentrazione e significativa di night club e casinò. L’economia di Gorizia è in fase di decadenza. La città è orfana della frontiera”. Bolli e dogane c’erano infatti un’economia drogata che ora è scomparsa.

La cosa comunque consolante del viaggio di Matteo e Ignacio lungo l’ex cortina di ferro è che si è trasformata in una lunga linea verde che unisce in qualche modo l’Europa, da nord a sud. Intorno a muri e garitte infatti non si lite a costruire e tolte quelle divisioni la natura ha continuato a fare il suo corso creando una lunga striscia ambientale, quella Verde cortina che dà appunto titolo al volume. Che ha nei testi di Matteo Tacconi offre un interessante racconto di ciò che era e di ciò che è rimasto lungo quel pezzo di terra che ha dettato i tempi della storia recente del Vecchio continente. E negli scatti di Ignacio Maria Coccia il paradosso di confini che un tempo facevano paura e soggezione è che ora mettono solo tristezza. La cosa consolante è che per fermare madre natura non bastano né muri, né fili spinati.

Ad maiora

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Matteo Tacconi e Ignacio Maria Coccia

Verde cortina

Capponi Editore

Pagg. 180

Euro 20

libro-mafija

La mafia russa alla conquista del mondo

Domenica 9 novembre alle 16.30 Annaviva ha organizzato la presentazione del libro “Mafija” di Pino Scaccia ad Archè Onlus Via Jean Juares 7/9 a Milano, nell’ambito del Festival dei beni confiscati alle mafie. Qui la mia recensione del volume (che presenterò insieme all’autore, a David Gentili e Luca Bertoni). Vi aspetto, aspettiamo.

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In “Mafija, dalla Russia con furore” Pino Scaccia non parla solo della mafia russa. Spiega il contesto in cui è nata, quel deserto – anche di valori – che ha fatto seguito al crollo dell’Unione sovietica. È un libro interessante e sconsolante quello scritto dallo storico inviato del Tg1. Nel quale si racconta l’espansione planetaria dei boss russi, che ovviamente si sono alleati con la mafia italiana più globalizzata, la ‘ndrangheta. Un pentito, Saverio Morabito, qualche tempo fa spiegava così ai magistrati: “La ‘ndrangheta non ha problemi a fare affari con gente di ogni razza è nazione”. E’ così se si conquistano tutti i mercati. Peraltro le due mafie – quella russa e quella calabrese – si somigliano anche per quanto riguarda la struttura, non avendo una vera e propria cupola a guidarle, come invece quella siciliana.

Così Scaccia spiega l’allungamento dei tentacoli sui nostri territori: “In Europa sono presenti in Italia, Spagna, Paesi Bassi, Lituania, Estonia, Lettonia, Gran Bretagna, Germania, Austria, Svizzera, Francia e Israele. Le attività criminali riguardano i precursori dell’eroina, droghe sintetiche, traffico d’armi, traffico di esseri umani, prostituzione, estorsione, riciclaggio di denaro. La mafia russa sbarca in Italia negli anni Novanta, in Emilia-Romagna. L’organizzazione si allarga presto in Toscana e Veneto. E successivamente a Napoli, Roma e Milano. La mafia russa è attualmente rappresentata in Italia dai gruppi Solntsevskya bratva, Izmajlovskaja, dai Lupi di Tambov e dai clan Kutaisi. Si è a conoscenza anche di riunioni (skhodka) che si svolgono in Italia per il coordinamento delle operazioni sul territorio; le indagini ne hanno accertata una il primo dicembre 2011 a Milano è una in programma il 18 settembre 2012 a Roma mai avvenuta per un rischio di intercettazione da parte delle forze dell’ordine”.

Insomma, come sempre è qualcosa che ci riguarda da vicino. Senza dimenticare un aggressivo Putin che a una domanda sulla mafia russa ricordava come la parola fosse di origine italiana. Vero: abbiamo sempre da imparare.

Come ci toccano da vicino i rapporti “politici” tra il nostro paese e la Russia, che Scaccia tratta nell’ultima parte del libro. Dove si affronta il tema della (praticamente inesistente) libertà di stampa nel paese di Putin. Un capitolo del libro è dedicato alla Politkovskaja fatta assassinare (chissà da chi) da killer di un’altra mafia, quella cecena.

Scaccia, che ha una grandissima esperienza internazionale, si occupa anche del caso Alma Shalabayeva, espulsa a tempo di record e rimpatriata da Roma in Kazakistan. Una storia davvero imbarazzante che coinvolge l’attuale governo e la maggioranza che lo sostiene.

Ad maiora

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Pino Scaccia

Mafija, dalla Russia con furore

Round Robin

Roma, 2014

Pagg. 180

Euro 14