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Vecchie macchine americane a Cuba

Visitare Cuba. Da Milano a L’Avana (via Parigi)


 Primo giorno del nostro viaggio nell’isola dei Castro.

In volo per L’Avana, partendo da Linate e facendo scalo a Parigi. Biglietto comprato sul sito di Air France ma con prima tratta Alitalia: il dettaglio non sarà di poco conto, ma lo scopriremo arrivati a Cuba.

A Parigi ci sorbiamo un’ora e mezza di fila per fare il secondo check-in visto che a Linate non avevano potuto farlo (curioso pure questo fatto). I bagagli, in teoria, sono partiti per Cuba. Ma vedremo che non sarà proprio così.

Da Charles de Gaulle a Josè Martì, il volo di dieci ore mi è sembrato infinito. Ho da poco provato, con tempistiche anche più lunghe, un Helsinki-Seul, con Finnair e devo dire che la compagni finlandese batte la francese senza alcun dubbio.


Io e mia figlia Marta siamo sistemati negli ultimi due sedili e quindi abbiamo perennemente al nostro fianco la fila di chi va in bagno. Il telecomando del monitor coi film in compenso non va. E quindi dobbiamo zigzagare sui vari canali a disposizione aspettando che un film finisca per vederlo dall’inizio. Marta si sciroppa due volte Still Alice (pellicola notevole comunque).

PER PASTO: PETTO DI POLLO…

Prima di partire come sempre mi ero iscritto (come faccio sempre, con questa precipua finalità) al programma di Frequent Flyer della compagnia aerea (Flying Blue) per segnalare che sono vegetariano. La notizia compariva anche sul biglietto. Ovviamente il pasto che mi viene servito a diecimila piedi sull’Oceano Atlantico è a base di pollo. Verrà corretto, solo dopo essere stato respinto.
All’Avana i controlli sono infiniti. Non solo il passaporto e la Tarjeta de Turista (il visto: a Milano si acquista per 25 euro a Cuba Point, sotto l’affollato consolato cubano di via Pirelli 30). Ma persino con metal detector. È la prima volta che mi succede uscendo da un aeroporto. Anzi, dalla prima parte dello scalo. Perché manca ancora il ritiro bagagli. Il mio risulta ovviamente smarrito. Dopo inutile ricerca, ci facciamo una discreta coda al Lost and Found e finalmente usciamo.

Fuori, al caldo umido di Cuba, ci aspetta l’autista mandato da Lazaro, il padrone della Casa Particular dove alloggiamo all’Avana. Prima di partire il tassista ci invita a cambiare gli euro in Cuc (la moneta cubana per noi stranieri, cambio 1-1 col dollaro): altra mezz’ora di coda. Questa della doppia valuta qui a Cuba causa confusione e permette a molti furbacchioni di approfittarne. Ai turisti vengono dati solo Cuc, ossia pesos convertibili. Ma se riuscite procuratevi i pesos cubani (Cup o MN, Moneda Nacional) col quale comprare il cibo per strada.

Dopo aver cambiato euro in Cuc, saliamo infine su una meravigliosa Cadillac degli anni ’50 e con questa vettura fuori dal tempo (e un’assurda colonna sonora) iniziamo l’avventura cubana. Il centro della capitale è affascinante di sera, grazie alla mancanza di traffico e a un’illuminazione gialla e a sfarfallio che da noi non si vede da tempo.

Arriviamo alla Casa Particular, molto pulita e carina (siamo in Centro Habana, all’angolo tra Neptuno e Aguila, dietro il Capitolio e l’Hotel Inglaterra). Paghiamo il tassista (25 Cuc) e chiacchieriamo col padrone di casa, Lazaro. Gli raccontiamo della disavventura aeroportuale e ci rassicura: chiamerà lui in aeroporto per recuperare il bagaglio.

Ci intrattiene elogiando a più riprese il coraggio di Obama, “primo presidente americano ad aver parlato ai cubani direttamente dalla loro tv”.

Concordiamo con lui e andiamo a letto: per il fuso italiano sono quasi le 5 del mattino, mentre qui non sono nemmeno le 11. In stanza, vitale (anche se rumorosa) aria condizionata a manetta.

Ad maiora

Come Sanremo è sopravvissuto all’era dei talent

E’ una delle trasmissioni più antiche della Rai eppure continua a riscuotere un grande successo. Sto parlando di Sanremo, manifestazione canora al centro dell’attenzione del lavoro di Marta Criscione che in questi giorni ha discusso la sua tesi all’Università degli studi di Milano. Il lavoro racconta ovviamente il passato di questa kermesse che ha sempre affascinato il pubblico italiano. Un tempo fondamentalmente per le canzoni, poi anche per i cantanti. Ora, in questa fase di cross-medialità, per il suo essere uno dei media event attesi da varie fasce di pubblico. Grazie ai social network infatti è cresciuto intorno a Sanremo un largo sostegno giovanile. Consolidato dal fatto che molti dei candidati provengono dai talent show e possono andare avanti grazie alla marea di interazioni create.

Insomma una nuova vita per uno spettacolo che catalizza l’attenzione del paese per una settimana. Tanto che qualche anno fa si era ipotizzato addirittura di spostarlo per mantenere l’attenzione sulla campagna elettorale. Fatto che, per fortuna, fu scongiurato. Perché Sanremo è Sanremo.

Ad maiora

Il futuro del reality dopo il Grande Fratello

Una delle tesi in discussione in questi giorni alla Statale di Milano analizza come il reality abbia modificato il modo di fare televisione. Benedetta Marchesin, nel suo lavoro, analizza il tutto con una cartina di tornasole quale il Grande Fratello. E’ attraverso il successo iniziale e il successivo declio i questo format che la tesista racconta come questa trasmissione abbia cambiato la storia della televisione, concludendo secondo i critici la fase della neotelevisione ed entrando in quella della transtelevisione.

Il Grande Fratello è stato infatti qualcosa di più di un nuovo programma tv, trasformandosi in un evento mediatico capace di introdurre nel piccolo schermo la crossmedialità, che ora impera ovunque.

Dalla crisi di quel genere sono nati dei sottogeneri come i talent che ora vanno per la maggiore, nei quali è sempre centrale il ruolo del pubblico anche se cambia la scelta dei personaggi. La vetrinizzazione del corpo umano, iniziata col reality ha ormai invaso anche altri settori, quali il calcio (da ultimo: Podolski che gioca a bocce) e la politica (avete l’imbarazzo della scelta.

Ad maiora

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Pino Daniele, che non calpestava i fiori nel deserto

1995, lavoravo al Tg di Videomusic e mi mandarono a intervistare Pino Daniele. Presentava “Non calpestare fiori nel deserto” al Rolling Stone (meravigliosa sala per concerti chiusa, purtroppo, qualche anno fa). Non ero abbastanza preparato per intervistarlo, soprattutto per una tv musicale (assurdamente chiusa anch’essa). Così chiamai decine di amici e colleghi per chiedere consigli e domande da porgli. Poi, dopo aver suonato e cantato qualche brano (il disco vendette 800mila copie!) tutto filò liscio. Lui gentile e cordiale. Come sanno essere tanti napoletani. Mi spiace quindi che i funerali saranno lontani dalla sua Napoli, la città che era in ogni sua canzone.
Domani sarò a Cesena a seguire gli azzurri. Immagino che i tifosi partenopei lo ricorderanno.
Come farò io.
Ad maiora

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La mafia russa alla conquista del mondo

Domenica 9 novembre alle 16.30 Annaviva ha organizzato la presentazione del libro “Mafija” di Pino Scaccia ad Archè Onlus Via Jean Juares 7/9 a Milano, nell’ambito del Festival dei beni confiscati alle mafie. Qui la mia recensione del volume (che presenterò insieme all’autore, a David Gentili e Luca Bertoni). Vi aspetto, aspettiamo.

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In “Mafija, dalla Russia con furore” Pino Scaccia non parla solo della mafia russa. Spiega il contesto in cui è nata, quel deserto – anche di valori – che ha fatto seguito al crollo dell’Unione sovietica. È un libro interessante e sconsolante quello scritto dallo storico inviato del Tg1. Nel quale si racconta l’espansione planetaria dei boss russi, che ovviamente si sono alleati con la mafia italiana più globalizzata, la ‘ndrangheta. Un pentito, Saverio Morabito, qualche tempo fa spiegava così ai magistrati: “La ‘ndrangheta non ha problemi a fare affari con gente di ogni razza è nazione”. E’ così se si conquistano tutti i mercati. Peraltro le due mafie – quella russa e quella calabrese – si somigliano anche per quanto riguarda la struttura, non avendo una vera e propria cupola a guidarle, come invece quella siciliana.

Così Scaccia spiega l’allungamento dei tentacoli sui nostri territori: “In Europa sono presenti in Italia, Spagna, Paesi Bassi, Lituania, Estonia, Lettonia, Gran Bretagna, Germania, Austria, Svizzera, Francia e Israele. Le attività criminali riguardano i precursori dell’eroina, droghe sintetiche, traffico d’armi, traffico di esseri umani, prostituzione, estorsione, riciclaggio di denaro. La mafia russa sbarca in Italia negli anni Novanta, in Emilia-Romagna. L’organizzazione si allarga presto in Toscana e Veneto. E successivamente a Napoli, Roma e Milano. La mafia russa è attualmente rappresentata in Italia dai gruppi Solntsevskya bratva, Izmajlovskaja, dai Lupi di Tambov e dai clan Kutaisi. Si è a conoscenza anche di riunioni (skhodka) che si svolgono in Italia per il coordinamento delle operazioni sul territorio; le indagini ne hanno accertata una il primo dicembre 2011 a Milano è una in programma il 18 settembre 2012 a Roma mai avvenuta per un rischio di intercettazione da parte delle forze dell’ordine”.

Insomma, come sempre è qualcosa che ci riguarda da vicino. Senza dimenticare un aggressivo Putin che a una domanda sulla mafia russa ricordava come la parola fosse di origine italiana. Vero: abbiamo sempre da imparare.

Come ci toccano da vicino i rapporti “politici” tra il nostro paese e la Russia, che Scaccia tratta nell’ultima parte del libro. Dove si affronta il tema della (praticamente inesistente) libertà di stampa nel paese di Putin. Un capitolo del libro è dedicato alla Politkovskaja fatta assassinare (chissà da chi) da killer di un’altra mafia, quella cecena.

Scaccia, che ha una grandissima esperienza internazionale, si occupa anche del caso Alma Shalabayeva, espulsa a tempo di record e rimpatriata da Roma in Kazakistan. Una storia davvero imbarazzante che coinvolge l’attuale governo e la maggioranza che lo sostiene.

Ad maiora

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Pino Scaccia

Mafija, dalla Russia con furore

Round Robin

Roma, 2014

Pagg. 180

Euro 14

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La marea rossa della DeeJayTen

Si è conclusa l’edizione del decennale della corsa (competitiva e non) organizzata dalla radio milanese (e ideata da Linus).
20mila gli iscritti quest’anno, per lo più – da quel che ho potuto vedere – alla camminata di 5 km (partita un po’ in ritardo, come anche le due 10k).
I partecipanti alla competitiva erano (almeno quelli arrivati in fondo) 1600. Il primo l’ha corsa in 32′, l’ultimo in un’ora e 2 minuti.
Io sono arrivato meno distante da questo che da quello. Ma i 53′ con cui l’ho chiusa, sono 4 minuti in meno della stessa gara di un anno fa e due minuti in meno del mio miglior tempo.
Tanta gente significa un po’ di strettoie e qualche gomitata, ma nel complesso è stata una bella mattinata, con una Milano senza clacson e con temperature quasi estive.
Era parecchio che non si vedevano tante persone vestite di rosso in giro per la città. Come hanno ironicamente chiosato quelli del Trio Medusa: “Siete in ventimila, più degli iscritti al Pd…!”
Ad maiora