Medvedev

ATTENTATO DI MOSCA: SOLIDARIETA’, SPERANDO CHE NON VENGA RIDOTTA ULTERIORMENTE LA DEMOCRAZIA

“Scanneremo i terroristi fin nel cesso”. Aveva detto così Vladimir Putin appena nominato suo successore da Boris Eltsin. Il vile e drammatico attentato odierno dimostra che la strategia, a undici anni di distanza da quelle parole, è tristemente fallita.

È prematuro dire chi sia stato, ma tutto lascia pensare che questa nuova strage all’Aeroporto internazionale di Mosca, il Domodedovo, sia di matrice cecena.

I 35 morti e i 130 feriti sono solo l’ennesimo, tragico segnale che arriva da quell’area caucasica che, pur forzatamente pacificata da 100  mila soldati russi, continua a seminare odio e violenza.

Il tutto anche se in Cecenia il partito di Putin/Kadyrov/Medvedev arriva al 99% dei voti. Molti ceceni, fin dai tempi dello zar, non vogliono stare sotto il dominio di Mosca. Pensare di tenere insieme una famiglia con la forza, è fattibile. Ma come l’acqua nella pentola a pressione, rischia poi di esplodere.

Nell’esprimere solidarietà alla vittime di questa follia, l’unico augurio è che la risposta sia razionale, che non ci si limiti a slogan elettorali. Dopo Beslan furono abolite le elezioni locali e venne instaurata la Verticale del potere. La speranza è che questa nuova tragedia non diventi l’occasione per limitare ulteriormente i margini già stretti della democrazia russa

Ad maiora.

FIRMATE L’APPELLO A MEDVEDEV PER KHODORKOVSKIJ

Mikhail Khodorkovsky (Il magnate del petrolio del gruppo Yukos, e grande oppositore di Vladimir Putin ) e Platon Lebedev (suo socio in affari) hanno trascorso gli ultimi 7 anni in carcere. Stanno scontando una pena per presunti reati economici e fiscali.

Dovevano essere rilasciati nel 2011, ma le autorità russe hanno pensato che la condanna fosse troppo breve! Così hanno istruito un secondo processo al quale ha fatto seguito una nuova imputazione: non solo non avrebbero pagato le tasse sul petrolio, come recita la sentenza per frode ed evasione fiscale emessa nel 2003, ma avrebbero sottratto quel petrolio alla Yukos.

Il 22 ottobre 2010 la Procura ha chiesto per i due imputati altri 14 anni di reclusione per i reati di riciclaggio e appropriazione indebita.

La sentenza è attesa per il 15 dicembre.

Non c’è nessuna speranza di ottenere un verdetto che rispetti giustizia e legalità. Ma noi, gente del mondo, possiamo porre fine a questa persecuzione!

È nel potere del presidente della Federazione Russa Dmitrij Medvedev bloccare quest’azione di accanimento giudiziario, per questo l’associazione AnnaViva, in sostegno al comitato Free Khodorkovskij, lo esorta a dimostrare il suo coraggio liberando Mikhail Khodorkovsky, Platon Lebedev e gli altri imputati dichiarati colpevoli e condannati nel caso Yukos.

Alla luce dei fatti invitiamo la società civile tutta a firmare l’appello presente sul sito http://www.free-khodorkovsky.com/ e rivolto al presidente della Federazione Russa.

C’è tempo fino al 13 dicembre 2010. Tutte le cartoline pervenute entro questa data saranno stampate e consegnate agli uffici d’amministrazione del presidente Medvedev.

Ad maiora

www.annaviva.com

ENNESIMA AGGRESSIONE A UN GIORNALISTA IN RUSSIA

Partiamo dal fondo, dalle roboanti dichiarazioni del presidente Medvedev che, dopo l’ennesima aggressione a un giornalista a Mosca, ha invitato il procuratore generale Juri Chaika “di seguire in maniera speciale l’inchiesta sul crimine commesso ai danni del giornalista del Kommersant Oleg Kashin”.
Se non ci fosse da piangere per quel che succede ai colleghi russi, bisognerebbe ridere.
Sia perche’ Chaika (ex ministro putiniano della giustizia) e’ lo stesso che ha indagato sull’uccisione di Anna Politkovskaja, i cui assassini e mandanti se la godono da qualche parte nel mondo.
Sia perche’ alla fine, Medvedev ha semplicemente un ufficio stampa più efficiente e più occidentale di quello dell’attuale presidente del consiglio russo Putin e quindi se la cava con toccanti dichiarazioni, che diventeranno titoli sui giornali moscoviti e occhielli in quelli del resto del mondo.
Ma dietro il fumo di queste parole, poi non resta niente.
Siamo ancora in fiduciosa attesa che il presidente Medvedev faccia una conferenza stampa con le foto degli assassini di Natasha Estemirova. A luglio, a un anno esatto dall’impunito omicidio della collega in Daghestan, aveva annunciato: individuati i killer!
Puntualmente divenne un titolo di tutti i giornali, in Russia e non solo.
Sono passati 4 mesi e si sta ancora aspettando che si passi dall’individuazione all’arresto. Ma forse si chiede troppo.
Quando venne assassinata la Politkovskaja inorridii per il prungato silenzio di Putin: parlo’ solo tre giorni dopo, a Dresda – nella citta’ dove aveva fatto la spia del Kgb fino alla caduta del muro – ma forse avrebbe fatto più bella figura a mantenere il riserbo.
Alla fine, alla luce del tempo che passa, finisco per preferire il velenoso silenzio putiniano a queste ipocrite parole del suo ex delfino, dette tra un viaggio in Ossezia del Sud e uno alle Kurili.
Resta il fatto che Oleg, giornalista trentenne critico verso il partito unico che guida Cremlino, governo e tutte le 89 realtà locali russe, e’ stato pestato a morte.
Non gli hanno rubato portafoglio o cellulare. Gli hanno dato una scarica di botte, spezzandogli ossa e ledendogli organi interni. Ora e’ in coma farmacologico.
In Russia, paese tra i più pericolosi per chi fa il nostro mestiere, anziché le querele si usano i pestaggi, il veleno, il polonio. E a volte anche i proiettili.
Veloci quasi quante le dichiarazioni dei politici.

Ad maiora

IN CECENIA TORNA LA GUERRA

George Bush passerà agli annali per aver festeggiato (su una portaerei a stelle e strisce) la vittoria di una guerra – quella irakena – che non è ancora finita. Mission Accomplished, diceva l’assurdo striscione.

Qualche mese fa il Cremlino ha dichiarato conclusa l’operazione antiterrorimo, ossia la seconda guerra cecena, scatenata anche per favorire la maggiore visibilità possibile per l’allora sconosciuto candidato Vladimir Putin.

Da quando anche la missione russa è stata compiuta, in Cecenia (ma anche in Daghestan  e in Inguscezia) è successo di tutto.

Fino ad arrivare oggi a un assalto al parlamento ceceno, a Grozny, nella capitale, con morti e momentanea presa ostaggi. 13 persone sono rimaste ferite, mentre 4 agenti di sicurezza sono stati uccisi nell’attacco.

L’escalation di violenza d’altronde era nell’aria. Qualche settimana fa i ribelli ceceno avevano attaccato il villaggio natale del presidente Kadyrov, l’ex comandante dei gruppi paramilitari scelto da Putin per gestire il paese col pugno di ferro e il guanto di velluto, finanziato dai soldi russi.

Proprio Ramzan Kadyrov ha imbracciato il kalashnikov e ha guidando l’assalto contro i ribelli. Ribelli che devono venire da chissà dove, visto che alle ultime elezioni, Russia Unita, il partito di Putin e Medvedev, in questa repubblica “indipendente” ha raccolto il 99,9% dei voti.

I miliziani, che erano 4 o 5, sono stati uccisi, anzi “liquidati” come sono soliti dire le forze di sicurezza russe.

Li staneremo fin dentro i cessi, prometteva Putin. Ma nella pentola a pressione caucasica, di terroristi ne nascono – purtroppo – ogni giorno.

Ad maiora.