Italia

Murales per Che Guevara

Visitare Cuba: da Trinidad a Santa Clara

Stamattina dormiamo un po’ di più. Gli unici due posti che ho trovato sul bus Viazul per Santa Clara sono infatti solo alle 3 del pomeriggio. Ci dedichiamo quindi a una visita culturale qui a Trinidad: al Museo Historico Municipal a due passi da Playa Grande (Simón Bolivar 423).

AL MUSEO MUNICIPALE

È una casa coloniale riattata a museo. Si capisce in questo modo come vivevano i ricchi a Cuba prima della rivoluzione. E un po’ di stanze sono dedicate a cimeli della lotta di liberazione, dagli spagnoli (e dagli americani) e da Batista. L’entrata costa 2 Cuc (ossia 2 dollari), di più se avete macchina fotografica. Non hanno ancora considerato che i cellulari moderni scattano foto.

IL QUOTIDIANO

Dopo aver acquistato qualche volta Granma (il giornale del partito, dove imperversano i Castro) compriamo, uscendo dal museo, Juventud Rebelde, il quotidiano dei giovani comunisti. Quando chiediamo quanto costa ci dicono “quanto vuoi” perché il prezzo è solo in pesos cubani, non in quelli convertibili.

Sulla prima pagina svetta, sotto la data, la segnalazione del fatto che sia il 57′ anno dal rivoluzione.

Mi ricorda le scritte italiane del Ventennio: XI E.F.

 Torniamo alla casa particular. Salutiamo Manuela. Paghiamo il dovuto: 25 Cuc a notte per la doppia più 3 Cuc a testa per la colazione. Due delle nostre colazioni la nostra padrona di casa ce le abbuona perché Marta, ancora non in forma, le ha praticamente saltate. Da noi le avrebbero fatte pagare tutta la vita!

Buona Suerte, Manuela (avida lettrice di Juventud Rebelde, da cui ha tratto – l’ho scoperto oggi – le notizie sul cambiamento climatico che sta colpendo anche i Caraibi).

FA CALDO…

Prendiamo una bici-taxi per andare alla stazione dei bus. Prima facciamo di nuovo un salto alla farmacia internacional per tentare una strada alternativa per risolvere i persistenti guai fisici di Marta. Il tassista ci chiede da dove veniamo e dopo averlo scoperto dice che alla Tg cubano hanno detto che in Italia c’è un’ondata di calore pazzesca. Pazzesco che ne parlino fin qui, dove comunque si schiatta. Globabilizzazione meteorologica.

Decidiamo comunque di chiamare a casa per sincerarsi che tutto sia ok.

IN BUS

Arriviamo alla stazione dei bus di Viazul un’ora prima della partenza (tempo necessario per confermare la prenotazione).

Il bus parte quasi in orario. Ma l’attesa avviene sotto la canicola perché non ci fanno salire finché non sono scoccate le 15. La seduta è molto più comoda di quella del Viazul precedente. Ma misteriosamente c’è un fastidioso odore di pipì.

Su questi bus ci sono quasi solo stranieri. Raramente cubani. Al più cubane accompagnate ad attempati italiani. Brutta roba.

Durante il viaggio, dove si dondola a destra e sinistra come in nave, becchiamo il primo acquazzone tropicale. In alcuni punti del bus la poggia entra e bagna i passeggeri. Non noi, per nostra fortuna.

 Il bus fa tappa obbligata a Cienfuegos, non lontano dalla Baia dei Porci, dove torneremo tra una settimana.

Cienfuegos, o almeno la sua periferia, sembra una città con troppi casermoni ma un sacco di murales rivoluzionari. Il centro, come avremo modo di scoprire, è uno dei meglio conservati qui a Cuba.

TASSISTI ALL’ASSALTO, ANCHE A SANTA CLARA

L’arrivo a Santa Clara è simile a quello di Trinidad e si è assediati da persone che cercano di venderti qualunque cosa. Marta dice che è anche peggio perché i tassisti tentano di strapparti di mano la valigia per portarti nelle (loro) case particular. Noi cerchiamo il nostro tassista, Adalberto, che ci aspetta con cartello recante la scritta: Andrea y Marta. La prima cosa che chiede è: Como sta la chica? Potenza delle donne delle case particular (la nostra nuova padrona di casa, contattata da quella precendente, deve aver parlato al tassista dei problemi fisici di mia figlia).

Raggiungiamo Casa Vida con una bicitaxi (solo leggendo la guida fino in fondo scoprirò che sono vietate agli stranieri).

Santa Clara, come ci spiega Adalberto – che pedala e suda all’unisono – è meno turistica e molto più grande di Trinidad.

Ci offre di accompagnarci in un giro turistico domani in bici. Paghiamo i 5 pesos del viaggio dalla stazione dei bus a Casa Vida e decliniamo l’invito per il giorno dopo.

CASA VIDA

Anche qui a Santa Clara siamo ospiti di una casa particular gestita da sole donne: mamma, figlia (tredicenne come Marta) e nonna (molto simpatica e attiva, pur in carrozzina). A mia figlia fanno trovare in camera un mazzolino di fiori.

La casa non ha patio ma è  bella. La stanza grande (pur con coperte troppo rosa per i miei gusti) e il bagno ha pure il bidè (ma non funziona). La doccia ha l’acqua abbondante, pure quella calda. Ma ormai mi sono abituato a quella fredda (qui a Cuba in realtà è tiepida) e rinuncio a quella (troppo) calda.

Dalla finestra, mente ci si lava, si vede un casco di banane in un bananeto. Non ricordo di aver mai fatto una doccia così.


La signora Wiky, la padrona di casa, propone subito a Marta di portarla da una anziana guaritrice che, toccandole un braccio, le potrebbe far passare subito il mal di pancia. Marta rifiuta, sperando nell’esito positivo della nuova medicina.

A ZONZO PER SANTA CLARA

Chiacchieriamo un po’ con Wiky e con sua figlia Reinavida (nata – il fatto emerge alla consegna dei passaporti per la registrazione – sei giorni prima di Marta) e poi usciamo.

A Santa Clara ci sono davvero pochi turisti. O meglio  – come scopriremo domani – ci sono, ma vengono tutti in pullman per visitare il Mausoleo del Che e poi tornare nei villaggi turistici. Il tutto, almeno di sera quando si passeggia nelle strade semi-deserte ha un enorme vantaggio: quasi nessuno ti assilla per offrirti alcunché.

La nostra casa è appena fuori dal centro, vicino a uno dei monumenti del Che (la cui iconografia riempie ogni angolo di questa città da 200mila abitanti). Siamo a est del Parco Vidal che rappresenta il centro cittadino. E allora proseguiamo su questa direttrice. Incontriamo un “Boulevard” chiuso al traffico.


Ci sono dei negozi semivuoti e un grande supermercato, dove ci ripromettiamo di tornare domani (qui tutto chiude verso le 17, 18 al massimo e siamo già oltre questo orario). In giro solo cubani, per lo più rinchiusi nelle (numerose) gelaterie.

Santa Clara si trova nell’interno di Cuba, un po’ in montagna e quindi la temperatura esterna è più gradevole che nel resto dell’isola.

CENA LUSSUOSA, MA DISASTROSA

Troviamo un solo ristorante che ci sembra interessante, pur intimoriti dal fatto che sia  indicato come di lusso, forse perché è inserito in una bella casa colonica.

Dentro comode seggiole rosse e un set di  bicchieri, piatti e posate davvero degno di nota.

È pieno di gente del posto (che a fine cena mette gli avanzi, compreso il brodo, direttamente in una busta di plastica!) e i prezzi sono adeguati ai loro standard: spenderemo alla fine solo 5 Cuc (ossia 5 dollari) in due.

Peccato solo che il cibo sia davvero proprio scadente. Si salva solo il riso in bianco… La zuppa di formaggio di Marta ha al centro un blocco di “parmesan”. Lo stesso che copre, come un orrendo guscio, la montagna di pastasciutta napoletana che scelgo io (unico piatto vegetariano del menù). Ne assaggio 3 forchettate e lo lascio lì.

Da noi così cattivo nemmeno nelle peggiori mense scolastiche.

 Torniamo verso l’Hostal Vida.

In cielo, per la prima volta da quando siamo a Cuba, ammiriamo le stelle.

Ad maiora

 

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Padre Pio

L’Italia è la terra di Padre Pio. È il luogo dove l’immagine del santo di Pietrelcina tende ormai a rimpiazzare le immagini di Gesù e della Madonna, oltre che sulle pareti delle botteghe o sui paraurti delle auto, sulle tombe dei campisanti. Ed è il luogo dove un’intera classe politica, senza eccezioni, fa mostra di venerare il frate cappuccino con uno slancio bipartisan. A dire il veto, nessun politico del Belpaese ancora ha proposto di rimpiazzare con una statuetta di padre Pio anche il crocifisso sul muro delle aule scolastiche e delle aule di giustizia. Ma è soltanto, forse, una questione di tempo.

Sergio Luzzatto, Il crocifisso di Stato, Einaudi, 2011

Tg polacchi e italiani: somiglianze e differenze

Come si sono organizzati i tg polacchi dopo la caduta del Muro di Berlino e della dittatura sovietica? E’ il tema al centro dell’attenzione di vin discussione alla Statale di Milano.

La studentessa analizza la storia dell’informazione televisiva polacca per arrivare ai giorni nostri. Anche in Polonia c’è un sistema misto pubblico-privato per quanto riguarda le emittenti tv e anche in questo paese europeo i programmi di informazione sono ormai abbastanza standardizzati. Da un sistema super centralizzato si è passati ad uno policentrico.

Le principali differenze con i tg italiani, oltre che le edizioni sono minori, consistono nell’assenza di meteo e di sport. La più grande somiglianza è che anche i tg polacchi sono invasi di politica. E, come i nostri, solo di politica nazionale. Difficile costruire un’identità europea se ognuno si interessa solo al proprio orticello.

Ad maiora

libro-mafija

La mafia russa alla conquista del mondo

Domenica 9 novembre alle 16.30 Annaviva ha organizzato la presentazione del libro “Mafija” di Pino Scaccia ad Archè Onlus Via Jean Juares 7/9 a Milano, nell’ambito del Festival dei beni confiscati alle mafie. Qui la mia recensione del volume (che presenterò insieme all’autore, a David Gentili e Luca Bertoni). Vi aspetto, aspettiamo.

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In “Mafija, dalla Russia con furore” Pino Scaccia non parla solo della mafia russa. Spiega il contesto in cui è nata, quel deserto – anche di valori – che ha fatto seguito al crollo dell’Unione sovietica. È un libro interessante e sconsolante quello scritto dallo storico inviato del Tg1. Nel quale si racconta l’espansione planetaria dei boss russi, che ovviamente si sono alleati con la mafia italiana più globalizzata, la ‘ndrangheta. Un pentito, Saverio Morabito, qualche tempo fa spiegava così ai magistrati: “La ‘ndrangheta non ha problemi a fare affari con gente di ogni razza è nazione”. E’ così se si conquistano tutti i mercati. Peraltro le due mafie – quella russa e quella calabrese – si somigliano anche per quanto riguarda la struttura, non avendo una vera e propria cupola a guidarle, come invece quella siciliana.

Così Scaccia spiega l’allungamento dei tentacoli sui nostri territori: “In Europa sono presenti in Italia, Spagna, Paesi Bassi, Lituania, Estonia, Lettonia, Gran Bretagna, Germania, Austria, Svizzera, Francia e Israele. Le attività criminali riguardano i precursori dell’eroina, droghe sintetiche, traffico d’armi, traffico di esseri umani, prostituzione, estorsione, riciclaggio di denaro. La mafia russa sbarca in Italia negli anni Novanta, in Emilia-Romagna. L’organizzazione si allarga presto in Toscana e Veneto. E successivamente a Napoli, Roma e Milano. La mafia russa è attualmente rappresentata in Italia dai gruppi Solntsevskya bratva, Izmajlovskaja, dai Lupi di Tambov e dai clan Kutaisi. Si è a conoscenza anche di riunioni (skhodka) che si svolgono in Italia per il coordinamento delle operazioni sul territorio; le indagini ne hanno accertata una il primo dicembre 2011 a Milano è una in programma il 18 settembre 2012 a Roma mai avvenuta per un rischio di intercettazione da parte delle forze dell’ordine”.

Insomma, come sempre è qualcosa che ci riguarda da vicino. Senza dimenticare un aggressivo Putin che a una domanda sulla mafia russa ricordava come la parola fosse di origine italiana. Vero: abbiamo sempre da imparare.

Come ci toccano da vicino i rapporti “politici” tra il nostro paese e la Russia, che Scaccia tratta nell’ultima parte del libro. Dove si affronta il tema della (praticamente inesistente) libertà di stampa nel paese di Putin. Un capitolo del libro è dedicato alla Politkovskaja fatta assassinare (chissà da chi) da killer di un’altra mafia, quella cecena.

Scaccia, che ha una grandissima esperienza internazionale, si occupa anche del caso Alma Shalabayeva, espulsa a tempo di record e rimpatriata da Roma in Kazakistan. Una storia davvero imbarazzante che coinvolge l’attuale governo e la maggioranza che lo sostiene.

Ad maiora

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Pino Scaccia

Mafija, dalla Russia con furore

Round Robin

Roma, 2014

Pagg. 180

Euro 14

L'Etna, il vulcano sempre attivo

Escursione sull’Etna. Con funivia, fuoristrada e guide alpine

Se andate a Catania non perdetevi una visita sull’Etna, il vulcano più alto d’Europa (3340 metri).

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Una volta raggiunto (anche con gli autobus) il Rifugio Sapienza e parcheggiato l’auto (c’è un grande parcheggio a pagamento incustodito: l’intera giornata costa 4 euro) potete prendere la funivia: si parte dai 1915 metri del Rifugio del Cai e si arriva in “cima”. Se fate l’intero tratto (prima parte in funivia, il secondo con giganteschi fuoristrada) pagherete 70 euro (per adulto, andata e ritorno). 30 euro (per andata e ritorno) se volete evitare i fuoristrada (che comunque vi copriranno di polvere nera a ogni passaggio) e fermarvi a Piccolo Rifugio (2500 metri).
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In cima (2.920 metri, Torre del Filosofo), pagando la cifra intera avrete il supporto delle guide alpine che vi racconteranno eruzioni passate e recenti. Portatevi sempre scarpe da trekking e una giacca a vento, anche d’estate.

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Questo il video che ho realizzato in cima all’Etna, passeggiando intorno al cratere spento. Quello attivo era circondato da divieti prefettizi di salire e avvicinarsi.

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Ma, essendo in Italia, moltissimi se ne fregavano e si inerpicavano. Stranieri compresi.

Ad maiora

Il logo del Mondiale in Brasile

Al via il Mundial, tra povertà, proteste, corruzione e sponsor

Ricevo e volentieri condivido con voi queste riflessioni “brasiliane” del mio amico e collega Sergio Calabrese.

Ad maiora

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Il 12 giugno 2014 dallo stadio Corinthias di San Paolo ci sarà la sontuosa cerimonia d’apertura che precederà la partita inaugurale di Coppa del mondo Brasile vs Croazia. Seicento figuranti, coreografie, canti e balli renderanno omaggio alla cultura e alle bellezze del paese che per un mese ospiterà la rassegna iridata. Ancora una volta sarà l’evento sportivo più seguito nel pianeta. Oltre alle centinaia di migliaia di persone che vedranno le partite nei 12 stadi brasiliani, saranno 3 miliardi gli spettatori che guarderanno la “Copa” davanti alla tv.

32 le squadre partecipanti alla fase finale -8 gironi con 4 squadre per ogni girone- che si daranno battaglia per conquistare l’ambito trofeo. La Nazionale italiana, un po’ malconcia e preoccupata per il grave infortunio di Riccardo Montolivo – oltre alle immancabili polemiche della vigilia per alcune esclusioni eccellenti, quelle di Giuseppe Rossi unite ai risultati delle amichevoli che sono state di una noia mortale- in questa prima fase giocherà contro l’Inghilterra, il Costa Rica e l’Uruguay, rispettivamente il 14, il 20 e il 24 giugno. Naturalmente tutti i pronostici sulla vittoria finale sono per la Seleção. La squadra che per 5 volte ha alzato al cielo la Coppa del mondo.

Un Mundial, quello brasiliano, che è stato preceduto da violente contestazioni perché, a detta di molti critici, non porterà nessuna ricchezza al paese. Tom Jobim, uno dei padri della Bossa Nova, affermava che “il Brasile non è un paese per principianti. E’ troppo ricco di materie prime per essere giusto nella distribuzione della sua immensa ricchezza”. Anche se bisogna dire che il “Paese del futuro”- grande 27 volte l’Italia– in questi ultimi decenni ha sradicato dalla povertà decine di milioni di persone e oggi è uno dei sei paesi più ricchi del pianeta. Brasile dunque, il paese delle mille contraddizioni sociali e delle 5 “esse”– soccer, samba, sand, sun e sex (come scrive un malizioso giornalista inglese) che da oggi, attraverso il Mundial, vuole offrire al resto del mondo la sua immagine migliore: quella di una nazione moderna, efficiente e rassicurante. La cosa più importante sarà garantire sicurezza e il regolare svolgimento delle partite. Anche se a pochi giorni dall’inizio della kermesse mondiale ci sono stati gravissimi disordini attorno allo stadio di Brasilia e in altre città. Centinaia di manifestanti, tra i quali 800 indios di varie etnie, hanno duramente manifestato il loro malessere.

L’accusa principale è stata lo sperpero di denaro pubblico per la costruzione dei nuovi stadi. “Meno soldi per la Copa, più per la casa, per la sanità e per i servizi pubblici”, sono state le rivendicazioni urlate da migliaia di dimostranti rivolte al Presidente del Brasile Dilma Roussef. Il ministro dello sport, Aldo Rebelo, ammette l’esistenza del problema sicurezza.

Nelle 12 città in cui si svolgeranno le partite per garantire l’ordine pubblico si schiereranno 180 mila agenti. Un imponente spiegamento di forze che non ha precedenti nella storia del di un mondiale di calcio. Sarà anche un banco di prova in vista anche delle Olimpiadi del 2016 che si svolgeranno sempre in Brasile.  Michel Platini, presidente dell’UEFA, ai tanti brasiliani che hanno protestato ha mandato a dire: “Rallegratevi per i Mondiali e smettetela di protestare, almeno per un mese”. Dunque palla al centro e pedalare, anche se per 30 giorni assieme al pallone negli stadi rotoleranno, corruzione, diseguaglianze, burocrazia, conflitti sociali, estrema povertà e il pericolo che i risultati di molte partite vengano truccate da alcune organizzazioni malavitose sans frontiere. Ma il Mundial porta grandi affari soprattutto alle industrie sportive che sponsorizzano la manifestazione. Saranno i due colossi Adidas e Nike che si giocheranno la partita miliardaria del Mundial. I due indiscussi leader dell’abbigliamento sportivo più il terzo competitor Puma– che sponsorizza l’Italia, si sono dati battaglia a suon di dollaroni pur di accaparrarsi visibilità e hanno investito l’equivalente di 400 milioni di euro per sponsorizzare tutte le squadre. Le due multinazionali- la prima tedesca e l’altra americana- non si sono risparmiate pur di vincere la partita economica del Mondiale. La Coppa del mondo, da sempre, è la più grande vetrina per le aziende che contano. Pochi lo dicono, o lo scrivono, ma sono sempre gli sponsor: abbigliamento sportivo e multinazionali delle bollicine analcoliche che decidono di concerto con la FIFA -l’associazione mondiale che governa il calcio mondiale- dove svolgere queste grandi competizioni.

I mondiali di calcio del 2022, pensate un po’, si giocheranno nel Qatar! 50 gradi di temperatura sarà il “welcome” che accoglierà le squadre negli aeroporti. Ora i parrucconi della Fifa- compreso il suo inamovibile presidente, lo svizzero Joseph Blatter- si sono accorti di aver fatto una… “minchiata” ad assegnare i mondiali al Qatar e vorrebbero spostare a dicembre del 2020 la competizione. Pare che in quel periodo la temperatura scenda di qualche grado. Ma ormai la macchina organizzativa di quel paese si è messa in moto già dal 2010, anno in cui la Fifa le ha assegnato l’organizzazione del Mondiale, anche se il giornale britannico Sunday Times (carta canta) accusa alcuni esponenti della Fifa di avere intascato alcune mazzette per influenzare l’assegnazione dell’evento al paese degli emirati arabi. E’ in corso un’inchiesta della stessa FIFA per accertare le gravi accuse denunciate dal Sunday Times. E’ bene anche ricordare che nel Qatar, sino a oggi, per la costruzione di alcune infrastrutture e degli stadi sono già morti 400 operai, in gran parte immigrati pakistani e nepalesi. Ma poco importa! In questi giorni l’attenzione degli addetti ai lavori e degli appassionati di calcio sarà tutta per il Mondiale di calcio. Nel paese della samba aspettano 5 milioni di turisti –molti saranno italiani- assetati di cachaza, caipirinha, pallone, samba e, perché no, anche di sex!

E poi, dulcis in fundo, vi è il problema Favelas, “mas não se preocupe!” (niente paura!) ha detto il Governatore dello Stato Rio che ha investito 200 milioni di euro per la pacificazione delle Favelas. La costante presenza dei militari delle UPP -Unità di Polizia Pacificatrice- hanno bonificato (almeno per il periodo del Mundial) questi fatiscenti quartieri dalla presenza dei narcotrafficanti e malavitosi. Alcune favelas con vista mozzafiato sulla baia più famosa al mondo, sono state persino affittate per 50 dollari a notte a turisti in cerca di “calore umano”. Trafficanti, malavitosi e spacciatori per un mese se ne sono andati in ferie. Palla al centro. Si va per cominciare. Che la Dea Eupalla assista il Brasile e la sua “Copa”.

Alé!

Sergio Calabrese.

Il logo della Rai

Il futuro della Rai

Il futuro della Rai, il servizio radiotelevisivo pubblico, avrà ripercussioni su tutto il giornalismo italiano. Malgrado i molti problemi che deve affrontare le tante controversie e manovre politiche che la avviluppano, la Rai resta una delle più grandi aziende di servizio pubblico radiotelevisivo del mondo. Ha dimostrato di avere la creatività e l’energia per relegare, quasi sempre, al secondo posto le reti Mediaset, e continua a fornire agli italiani notizie, dibattiti, sport, intrattenimento, spettacolo nonché le cerimonie e gli eventi principali della vita pubblica. Benché un numero sempre crescente di giovani – come succede in tutto il mondo – preferisca andare su internet, l’appuntamento coi telegiornali resta imprescindibile per molti.
Ferdinando Giugliano e John Lloyd, Eserciti di carta, Feltrinelli, 2013

Per chi ha ancora voglia di ragionare.
Ad maiora