Recensioni

Libri, film e tutto quel che mi capita sotto tiro

Disertore

Yaakov Markovich non sapeva niente di quanto accaduto a Zeev Feinberg dal giorno in cui si erano incontrati per strada. Lui stesso di mandato sulle montagne di Galilea poche settimane più tardi. Non partì volentieri. (…) Alla fine i comandanti minacciarono di confiscare la casa. La terra che Yaakov Markovich aveva ricevuto molti anni prima non sarebbe rimasta in mano a un disertore. Delle brave persone l’avevano affidata a un ebreo perché vi facesse crescere culture ebree. E alle mani ebree può capitare di dove abbandonare l’aratro per imbracciare il fucile. Yaakov Markovich li ascoltò e poi ribatté: “Sono molti anni che coltivo viti, ulivi, a volte anche albicocche. I frutti possono crescere dolci o amari. Capita che rimangano acerbi o che li mangino i vermi. Ma mai, in tutti questi anni, mi sono usciti fuori frutti ebrei. L’unico resta ulivo. La vite non può essere che vite. E l’albicocco e albicocco”.

Ayelet Gundar-Goshen, Una notte soltanto, Markovich, Giuntina, 2015

Autocontrollo

Soggetti dalla forte volontà  individuale non sono buoni consumatori. La capacità di resistere alle tentazioni, infatti, va a discapito della propensione al consumo. Il trucco per allevare bramosi consumatori consiste dunque nello sfavorire e impedire un pieno sviluppo delle aree celebrali che presiedono all’autocontrollo.

Come si fa? Semplice, basta minare fin da piccoli la capacità di regolare l’attenzione creando un ambiente distraente e iperstimolante. Le aree celebrali che regolano l’attenzione sono infatti le stesse che presiedono l’autocontrollo. La tecnologia per fare tutto questo esiste già da un pezzo. Si chiama televisione, internet, social network: gli strumenti di “distrazione di massa”. Se la tecnologia non va demonizzata, bisogna però essere consapevoli degli effetti inopportuni che produce. Occorre farne un uso consapevole.

Pietro Trabucchi, Tecniche di resistenza interiore, Mondadori 2014

Odorare i luoghi di culto

Mi conduceva nei luoghi di culto con una benda sugli occhi perché indovinassi la religione dall’odore.

“Qua c’è odore di ceri, è cattolico”.

“Sì, è Sant’Antonio”.

“Qui c’è odor d’incenso, è ortodosso”.

“È vero, è Santa Sofia”.

“E qua c’è puzza di piedi, deve essere musulmano. Bleah, c’è un fetore…”.

“Cosa?! Ma è la Moschea Blu! Non ti piace un posto che odora di corpi umani? A te non puzzano mai i piedi? Ti disgusta un luogo di preghiera che odora di uomo, che è fatto per gli uomini, con gli uomini dentro? Hai proprio delle idee parigine, tu! A me questo profumo di pantofole mi rassicura. Mi fa pensare che non valgo più dei miei simili. Mi sento col naso, sento noi col naso, e quindi mi sento già meglio!”.

Eric-Emmanuel Schmitt,  Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, e/o

Spazzatura

“Quando vuoi sapere se il posto dove ti trovi è ricco o povero, guarda la spazzatura. 

Se non vedi immondizia né pattumiere, vuol dire che è molto ricco. 

Se vedi pattumiere ma non immondizia, è ricco. 

Se l’immondizia è accanto alle pattumiere, non è né ricco né povero: è turistico. 

Se vedi l’immomdizia e non le pattumiere, è povero. 

E se c’è gente che abita in mezzo ai rifiuti, vuol dire che è molto, molto povero.”

Eric-Emmanuel Schmitt, Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, e/o

(Grazie a Cinzia che me lo ha regalato è fatto conoscere. Ad maiora)

IMG_6395

Una vita al Massimo

“Il consiglio che dà il grande piccolo Massimo Ferrero è: vola basso e schiva il sasso. Tradotto: i cazzi tuoi non li raccontare mai a nessuno”. È una delle frasi più divertenti che mi sono appuntato dell’autobiografia di Massimo Ferrero (e del collega Alessandro Alciato) appena uscita per Rizzoli (in questi giorni ci sono, immagino fantasmagoriche e schioppettanti, presentazioni in giro per l’Italia: fateci un salto se potete).

È un libro che si legge in una sera (io l’ho fatto ieri, frutto di un gradito regalo di Carlo per il mio compleanno) e che racconta il dietro le quinte dell’attuale presidente della Samp. Si parla molto del passato (della sua – dura – esperienza in un carcere minorile e di come ciò inevitabilmente ti segni e ti condizioni in un paese burocratico come il nostro) e con un salto temporale si arriva ai giorni nostri. Comunque offre uno spaccato inedito di un personaggio reso famoso da Crozza (ringraziato da Ferrero alla fine del volume).

A proposito dei ringraziamenti (ne ho letti decine in questi anni, curando le tesi) quelli contenuti nelle ultime righe di Alciato sono a dir poco curiosi e diretti a chissà chi: “Grazie a Sandro e ad Aurelio, perché sono esempi sbagliati ma costanti, pessime persone senza un fine e senza una fine, uomini piccoli e soli al comando di niente: più li guardo e più capisco chi non voglio diventare”.

Quando si dice togliersi i sassolini dalle scarpe…

Ad maiora

…………….

Massimo Ferrero (con Alessandro Alciato)

Una vita al Massimo (a differenza del film scritto da Quentin Tarantino, la m è maiuscola, NdR)

Rizzoli, Milano 2015

17 euro

Pagg. 201 (ma con un corpo bello grosso, quindi non abbiate timore, NdR)

Lettera a Hitler

I non-eroi che salvano l’umanità 

“Signor Cancelliere del Reich, non si tratta solo del destino dei nostri fratelli ebrei. Si tratta del destino della Germania! L’ebraismo è sopravvissuto ad altri pericoli: alla prigionia babilonese, alla schiavitù in Egitto, ai tribunali dell’Inquisizione spagnola, alla calamità delle Crociate e alle persecuzioni dei pogrom in Russia. Con la tenacia che ha permesso a questo popolo di diventare antico, gli ebrei riusciranno a superare anche questo pericolo, ma la vergogna a cui va incontro la Germania a causa di ciò non sarà dimenticata per lungo tempo!”. È un brano, profetico, tratto dalla lettera che lo scrittore tedesco Armin Wegner scrisse a Hitler, nel giorno di Pasqua del 1933. Da quella lettera (e dalle persecuzioni che da essa ne conseguiranno contro il suo autore) parte il racconto di Gabriele Nissim dedicato alla discussa figura di Wegner. Ne La lettera a Hitler Nissim ripercorre tutta l’incredibile vita di questo scrittore, testimone diretto di due genocidi: il primo quello dei turchi contro gli armeni, il secondo quello dei suoi compatrioti contro gli ebrei.
Si parla di figura discussa perché contro Wegner sono state mosse molte accuse: di aver denunciato i crimini dei Giovani Turchi tropo tardi e di essere sceso a compromessi col regime nazista per sopravvivere. Nissim però spiega lungo le 300 pagine (forse un po’ troppe, a confronto dei testi asciutti e tenaci cui ci aveva abituato il saggista milanese) come sia impossibile trovare una coerenza a 360 gradi nell’uomo. Tanto da dedicare un capitolo all’Ambiguità del bene. Contro la quale si scagliano tanti benpensanti (quelli che nella Rete trovano libero sfogo alle loro frustrazioni). Scrive giustamente l’autore: “Accade che gli uomini che non accettano la propria debolezza sono spesso portati a pretendere dagli altri una coerenza e una perfezione assoluta e sono i primi a essere delusi quando gli eroi “normali” non corrispondono ai loro canoni”. E lo stesso Nissim a proposito di quanti magari nella vita fanno un solo grande gesto nobile (e Wegner ne fece ben più di due) sono spesso lasciati soli con se stessi, incompresi, da vittime e carnefici: “Anche il migliore degli uomini giusti è comunque un essere fragile. Non sempre la coscienza personale è sufficiente per sorreggere l’azione di un uomo. Ecco perché è necessario non lasciare mai un uomo giusto in solitudine. Se viene a mancare la solidarietà, anche il cuore di un essere umano che si prodiga a fare del bene nelle situazioni più difficili alla fine può cedere. Si potrebbe osservare paradossalmente che anche un giusto alla fine ha bisogno di essere salvato“.
Nissim parla di Giusti perché Wegner viene considerato tale sia dagli armeni (le sue foto dello sterminio operato dai Giovani Turchi sono la principale testimonianza di quel -incredibilmente ancora messo in discussione da Ankara – genocidio) e dagli ebrei (che lo onorano allo Yad Vashem). Una figura quella dello scrittore che finisce nel mirino dei critici perché incapace di prevedere la Shoah, pur avendo seguito da vicino la vicenda della armeni. Una sottovalutazione del male che Nissim spiega così: “Probabilmente scatta nell’inconscio un istinto di sopravvivenza che porta a immaginare che prima o poi le forze del bene possano avere la meglio e che quanto è successo altrove non possa più ripresentarsi. Si crede che l’intelligenza sia più forte della stupidità umana. È questo il limite di qualsiasi operazione di memoria. Anche chi è ammalato gravemente e conosce dalla letteratura medica che il suo caso non offre molte speranze si rifiuta fino all’ultimo di accettare la realtà. Ha bisogno di non sapere per resistere. (…) È ciò che accade ad Armin. Aveva visto coi propri occhi l’odio dei turchi verso gli armeni, ma si rifiutava di credere che l’odio dei nazisti verso gli ebrei potesse trovare consenso nella popolazione”.
Purtroppo la natura umana è spesso più bestiale di quella degli animali. E tende pure a ripetere gli stessi errori. Ma, per fortuna, figure come quella di Wegner in qualche modo ci riscattano. E, per buona sorte, c’è ancora chi, come Nissim, non si stanca di trovare questi non-eroi solitari, che salvano davvero l’umanità.
Ad maiora
……………..
Gabriele Nissim
La Lettera a Hitler
Mondadori
Milano, 2015
Pagg. 304
Euro: 20

Ps. Il libro lunedì 18 maggio verra presentato a Milano. Per maggiori informazioni cliccate qui.

La copertina di Cattivi di Maurizio Torchio

La cella come casa. Il carcere sotto Torchio

“Il carcere non serve a restituire al mondo. È fatto per chiudere, coprire, cicatrizzare. (…) Servono luoghi per contenere il male. Chiavi per chiudere quei luoghi”.
Sono due frasi tratte dal bellissimo Cattivi di Maurizio Torchio (Einaudi). Quando la mia amica Giulia me lo ha consigliato, indicandolo come il miglior romanzo che avesse letto quest’anno, sono volato in Feltrinelli e ho iniziato subito a divorarlo. Non sapevo trattasse l’argomento carcere. Tema che affronterò anche il prossimo 25 maggio – alle 18, alla libreria popolare di via Tadino 18, Milano- presentando il  volume Ne vale la pena di Carlo Mazzerbo che racconta la sua esperienza di direttore del penitenziario della Gorgona.
A Mazzerbo ho consigliato, a mia volta, Cattivi, come lo faccio con voi che avete la pazienza di leggere questo blog. I rari avventori sanno che, per assorbire nella pelle e migliorare la mia prosa, riporto su un bloc-notes (da qualche anno virtuale) le frasi che più mi piacciono dei libri che leggo. Per Cattivi ho scritto una infinità di appunti.
È un romanzo, ma con tantissime, importanti, riflessioni che difficilmente ho trovato nei saggi che ho letto in questi anni.
Il primo spunto, è legato alla simbiosi che si crea tra carcerato e cella. Scrive Torchio: “Ti affezioni al posto dove stai. Anche chi si ferma solo tre o quattro anni, passa comunque più tempo in cella di quanto la maggior parte della gente non ne passi, in casa, lungo la vita intera. Qui, quando scendi all’aria senza l’asciugamano dici: l’ho dimenticato a casa. (…) Qui c’è la mania degli oggetti nuovi. È come fossero fosforescenti. Chi non riceve pacchi da casa vive in celle più buie. Ed è più facile che le guardie lo picchino, più facile che un prepotente se lo prenda in moglie, perché una cella senza oggetti nuovi ti fa pensare: Di questo non importa a nessuno.Gli oggetti nuovi proteggono. Tutto quello che arriva da fuori protegge”.
In Cattivi si parla tanto dei carcerati e delle guardie. Due categorie obbligate a convivere e a parlare. Perché “più un posto è vuoto, più lo si riempie di parole”. Tra le parole c’è spazio anche per quelle che provengono dall’elettrodomestico per il quale lavoro: “All’inizio di una prigionia più una cosa è recente più ti sembra importante. Per questo, ai piani, c’è chi preferisce i telegiornali ai film. Pensano di non aver bisogno di fantasia. Pensano che tutto quello che succede fuori sia straordinario, incredibile così, per il solo fatto che sta fuori”.
Perché la vita di chi sta fuori è totalmente diversa da quella da chi sta dentro. Non certo a riposarsi: “Anch’io all’inizio ho pensato: Finalmente dormirò. Col furgone, senza riposi obbligatori, senza cronotachigrafo, guidi anche trenta ore di fila… Quando mi hanno arrestato ho pensato: Tutto il sonno che non ho dormito guidando lo dormirò in cella. La immaginavo come una cabina: un posto tranquillo, piccolo, chiuso, dove te ne stai per conto tuo. Ma in cella non sei mai davvero solo, davvero al sicuro. E anche quando sei solo non c’è silenzio”.
Al di là della storia che fa da filo conduttore del romanzo (del quale un condannato all’ergastolo, in isolamento, è il protagonista e l’io narrante), le considerazioni che più mi hanno colpito sono quelle relative ai rapporti tra dentro e fuori le mura. Una distanza abissale, un baratro anche per chi nel carcere ci lavora: “Le guardie, sessualmente, sono messe male quanto noi. Anzi peggio. Poliziotti e banditi sono sempre in tv, le guardie no, restano nell’ombra: sono l’armadio dove i poliziotti posano i banditi tra una puntata e l’altra. E le guardie lo sanno. Le ragazze lo sanno. Il fascino della divisa non funziona. Le ragazze sanno che se uno fa la guardia penitenziaria è perché ha fallito il concorso da poliziotto, e non applicherà mai l’adesivo Guardia Penitenziaria sul vetro della macchina, non passeggera in uniforme, tenendole per mano, nei giorni di festa. Il mondo considera le guardie impiegati della cattiveria“. Questi impiegati della cattiveria fanno fatica a comprendere le mogli che vanno a trovare coloro che loro tengono in cella. Non si capacitano di questo genere femminile che, in nome dell’amore, dimentica tutto il resto: “Le guardie soffrono le donne. Le osservano senza capire. Che cosa sono venute a fare, qui, tutte queste donne? Perché si trovano ai binari delle stazioni, nelle grandi città, quando è ancora notte? Cosa cercano, in questi uomini che le hanno lasciate sole? Donne belle, aspettano ore per abbracciarli un istante. E tornano, tornano, tornano. Uomini che non le potranno mai mantenere. Ma a queste donne sembra non importare nulla del futuro, o del passato. Nulla di quegli altri padri, figli, madri, donne che i loro uomini hanno rovinato o ucciso”.
Ma che amore si sviluppa tra dentro e fuori le mura? Un amore malato, tanto affettuoso, quanto morboso: “Ci sono donne adatte per gli uomini liberi e donne adatte per i prigionieri, ed è rarissimo che si tratti della stessa persona. Il modo migliore per avere una donna che ti ami e ti sia fedele, quando sei in carcere, è sceglierti una donna da carcere. Una donna cui piaccia qualcuno a cui pensare, sempre, da appena sveglia a quando si addormenta. Un uomo chiuso in cella è quanto di più vicino si possa trovare a un uomo nella placenta. O un amico immaginario, che non ti lascerà mai. Un dio. Il dio impotente che non può fare nulla della sua vita, o della tua. Solo ascoltarti. O parlare. Un dio impotente ma anche pericoloso: perché criminale. Le donne che vogliono uomini tutti da sognare, pericolosi e innocui insieme, si buttano sui carcerati come il miele”.
Potrei andare avanti ancora parecchio, riportandovi altre delle frasi che mi sono segnato. Ma mi fermo qui. Se no vi tolgo il gusto della lettura. E di appuntarvi, a vostra volta, le frasi che più vi avranno colpito di questo meraviglioso libro.
Ad maiora.
…………………..
Maurizio Torchio
Cattivi
Einaudi
Milano, 2015
Pagg. 182
Euro: 19