Unione sovietica

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Parassitismo

Brodskij non attende ai doveri del cittadino sovietico riguardanti la produzione dei beni di consumo e di uso personale, cosa che si evince dal fatto che ha spesso cambiato occupazione. Era stato avvertito in tal senso dalla milizia nel 1961 e nel 1962 e in tali occasioni prometteva di trovare un lavoro stabile, ma ciò non avvenne e continuò a leggere e scrivere e recitare durante delle serate i suoi versi decadenti. Dalla relazione della commissione per il lavoro con i giovani letterati si evince che Brodskij non è un poeta. Lo hanno giudicato i lettori del giornale “Vecernyj Leningrad”. Per questo motivo la corte applicando il decreto 4 maggio 1961 stabilisce di inviare Brodskij al confino per cinque anni dove dovrà lavorare in modo stabile.

Sentenza del processo contro Iosif Brodskij per parassitismo, tenuto a Leningrado nel 1964. Trentatré anni dopo, nel 1987, il poeta (nel frattempo obbligato a emigrare negli Stati Uniti) vinse il Premio Nobel per la Letteratura, “per una produzione onnicomprensiva, intrisa di chiarezza di pensiero e intensità poetica”. Il poeta è sepolto sull’isola di San Michele, a Venezia.
La sentenza è tratta da Storia del dissenso sovietico di Marco Clementi, Odradek Edizioni, Roma 2007.

Buon Natale a chi legge, a chi scrive. A chi pensa.

Ad maiora

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La mafia russa alla conquista del mondo

Domenica 9 novembre alle 16.30 Annaviva ha organizzato la presentazione del libro “Mafija” di Pino Scaccia ad Archè Onlus Via Jean Juares 7/9 a Milano, nell’ambito del Festival dei beni confiscati alle mafie. Qui la mia recensione del volume (che presenterò insieme all’autore, a David Gentili e Luca Bertoni). Vi aspetto, aspettiamo.

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In “Mafija, dalla Russia con furore” Pino Scaccia non parla solo della mafia russa. Spiega il contesto in cui è nata, quel deserto – anche di valori – che ha fatto seguito al crollo dell’Unione sovietica. È un libro interessante e sconsolante quello scritto dallo storico inviato del Tg1. Nel quale si racconta l’espansione planetaria dei boss russi, che ovviamente si sono alleati con la mafia italiana più globalizzata, la ‘ndrangheta. Un pentito, Saverio Morabito, qualche tempo fa spiegava così ai magistrati: “La ‘ndrangheta non ha problemi a fare affari con gente di ogni razza è nazione”. E’ così se si conquistano tutti i mercati. Peraltro le due mafie – quella russa e quella calabrese – si somigliano anche per quanto riguarda la struttura, non avendo una vera e propria cupola a guidarle, come invece quella siciliana.

Così Scaccia spiega l’allungamento dei tentacoli sui nostri territori: “In Europa sono presenti in Italia, Spagna, Paesi Bassi, Lituania, Estonia, Lettonia, Gran Bretagna, Germania, Austria, Svizzera, Francia e Israele. Le attività criminali riguardano i precursori dell’eroina, droghe sintetiche, traffico d’armi, traffico di esseri umani, prostituzione, estorsione, riciclaggio di denaro. La mafia russa sbarca in Italia negli anni Novanta, in Emilia-Romagna. L’organizzazione si allarga presto in Toscana e Veneto. E successivamente a Napoli, Roma e Milano. La mafia russa è attualmente rappresentata in Italia dai gruppi Solntsevskya bratva, Izmajlovskaja, dai Lupi di Tambov e dai clan Kutaisi. Si è a conoscenza anche di riunioni (skhodka) che si svolgono in Italia per il coordinamento delle operazioni sul territorio; le indagini ne hanno accertata una il primo dicembre 2011 a Milano è una in programma il 18 settembre 2012 a Roma mai avvenuta per un rischio di intercettazione da parte delle forze dell’ordine”.

Insomma, come sempre è qualcosa che ci riguarda da vicino. Senza dimenticare un aggressivo Putin che a una domanda sulla mafia russa ricordava come la parola fosse di origine italiana. Vero: abbiamo sempre da imparare.

Come ci toccano da vicino i rapporti “politici” tra il nostro paese e la Russia, che Scaccia tratta nell’ultima parte del libro. Dove si affronta il tema della (praticamente inesistente) libertà di stampa nel paese di Putin. Un capitolo del libro è dedicato alla Politkovskaja fatta assassinare (chissà da chi) da killer di un’altra mafia, quella cecena.

Scaccia, che ha una grandissima esperienza internazionale, si occupa anche del caso Alma Shalabayeva, espulsa a tempo di record e rimpatriata da Roma in Kazakistan. Una storia davvero imbarazzante che coinvolge l’attuale governo e la maggioranza che lo sostiene.

Ad maiora

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Pino Scaccia

Mafija, dalla Russia con furore

Round Robin

Roma, 2014

Pagg. 180

Euro 14

Gli ultimi anni dell’Urss nella stampa sovietica (1990-1991) (tesi)

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La tesi di Fiorenzo Ebbene, in discussione in questi giorni alla Statale di Milano, si occupa di un momento centrale nelle recente storia umana: la scomparsa dell’Unione sovietica (e del PCUS che l’ha guidata nei suoi 70 anni di vita).
Essendo una tesi (magistrale) in comunicazione, il punto d’osservazione è mediatico ed è davvero particolare: gli avvenimenti di quei clamorosi anni visti attraverso le lettere dei lettori ad alcuni quotidiani. Gli anni gorbacioviani (malgrado il persistente odio della stragrande maggioranza dei russi per l’inventore di glasnost e perestrojka) sono considerati – dalla compianta e tanto rimpianta Anna Politkovskaja – gli unici anni di stampa libera da quelle parti.
E le lettere, molte delle quali critiche, altre preoccupate, tante indignate, sono lì a dimostrarlo.
Ad maiora

La mia Mosca, tra Anna e Piero

Sempre 1937Ripubblico gli “appunti moscoviti” scritti dopo il viaggio russo di Annaviva nell’agosto del 2008.

Ad maiora

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Cosa mi ha impressionato di più di questa “gita” a Mosca di Annaviva nell’ambito di questa campagna di “turismo responsabile” che  abbiamo lanciato? Non è facile a dirsi.

Forse la scrivania di Anna Politkovskaja alla “Novaja Gazeta”. Lì ne ho percepito l’assenza, il vuoto incolmabile. Forse più lì che al cimitero dove pure un foglio di marmo bianco con cinque buchi (a rappresentare i 5 colpi di pistola che credevano di farla tacere per sempre, non pensando che la sua morte avrebbe reso immortali i suoi scritti) orna la sua tomba, accompagnata da una foto in cui Anna sorride.

Un cimitero davvero bello anche se fuori mano (capolinea del metrò viola e pullman per raggiungerlo), pieno di tombe di militari o ex militari. Quegli stessi con cui Anna discuteva da viva e chissà, magari discute anche da morta.

La redazione della Novaja ha una sorta di museo all’ingresso. Foto di caduti, monitori di colleghi uccisi. È la redazione di un paese che nell’indifferenza esterna (e interna)  che ha dichiarato guerra alla libertà di stampa.  E anche alla libertà di manifestare. Il 31 di ogni mese le opposizioni manifestano per chiedere la difesa dell’articolo 31 della costituzione della Federazione russa. Lo chiamano il “rally delle opposizioni”. Ed è proprio un rally nella burocrazia neo sovietica del comune di Mosca che ogni volta vieta la manifestazione con motivazioni risibili.  Il 31 agosto piazza Triumfal’naja era stata assegnata già a dieciciclistidieci che si sono esibiti in mezzo a un esercito di polizia, di forze speciali, di telecamere e fotografi e qualche decina di manifestanti. 80 dicono gli organizzatori e non mi parte fossero di più. 80 (molti dei quali giovani e anziani dei NazBol, i Nazional Bolscevichi)  comunque coraggiosissimi, pronti ad essere arrestati in malo modo da omoni vestiti in mimetica solo se perché sollevavano un cartello o cantavano provocatoriamente in faccia agli uomini in divisa.  Nel complesso sembrava una manifestazione nel cortile centrale di un carcere. Mi ha ricordato il centro di San  Vittore, quando viene l’arcivescovo in visita. Le braccia protese dei detenuti si mischiano e faticano a toccare il prelato. Gli agenti della polizia penitenziaria italiana comunque si comportano molto meglio coi detenuti che gli Omon con i manifestanti non autorizzati (ieri l’Altra Russia, qualche tempo fa il gay pride vietato dall’omofobo sindaco di Mosca).

Quando Berlusconi dice che quelli che scendono in piazza contro il suo amico Putin sono solo pochi esagitati, dovrebbe farsi un giro a Mosca in un 31 del mese. Mettersi in un bar di fronte a dove si schierano migliaia di agenti non per reprimere un corteo di hezbollah armati, ma per qualche decina di pacifici manifestanti . E’ una lezione di democrazia quella che ci han fornito quei pochi manifestanti, molti dei quali comunisti. Ed è stato molto divertente e istruttivo inviare su twitter le foto dei numerosi arresti che mi sono capitati sotto l’Iphone. Il telefonino è di fatto una redazione ambulante, necessario direi per chiunque non voglia fare il giornalista impaludato in attesa di indicazioni e censure dai capi e di veline  e comunicati stampa.

La visita al mausoleo di Lenin è sempre istruttiva. Coi suoi soldatini che ti invitano al silenzio e a star poco di fronte al padre di tutto  questo disastro che, come si vede, non è finito con la fine dell’Unione sovietica. Non una scritta marxista-leninista, non un simbolo di falce e martello è stato tolto nel paese che piace tanto al nostro primo ministro. Nelle metropolitane in questi giorni, per completare l’opera, hanno anche riesumato vecchie scritte di Stalin. In fondo la missione dell’agente Putin prosegue senza sosta. E sono pochi i russi che si lamentano. Non c’è l’abitudine. Nemmeno quando Stalin fece abbattere la cattedrale di Cristo Salvatore (ora ricostruita).  Sulla vicenda ha scritto il compianto Ryszard Kapuscinski in Imperium: “Lasciamo un attimo spaziare la fantasia. E’ il 1931.  Immaginiamo che Mussolini, a quel tempo capo del governo, ordini di distruggere la basilica di San Pietro a Roma. Immaginiamo che Paul Doumer, l’allora presidente di Francia , faccia demolire la cattedrale di Notre Dame a Parigi. Immaginiamo che il maresciallo Pilsudski faccia distruggere il santuario di Jasna Gora a Czestochowa. Riusciamo a immaginare una cosa del genere? No. (…) E gli abitanti di Mosca che dicono (a quel tempo sono tre milioni)? Dopotutto si sta buttando giù il loro San Pietro, la loro cattedrale di Notre Dame, il loro santuario di Jasna Gora. Che dicono? Non dicono nulla. La vita continua. La mattina gli adulti vanno al lavoro, i bambini a scuola, le nonne si mettono in coda. Ogni giorno qualcuno viene portato via di casa, un conoscente e’ prelevato sul lavoro, un vicino sparisce. E’ la vita”.

Credo che l’assenza della classe media (capace di indignarsi per le scappatelle del premier come delle molestie del direttore del giornale dei preti) in Russia sia sempre un lascito dei comunisti. Molti imprenditori e commercianti infatti fuggirono durante la rivoluzione e gli altri furono fatti fuori. Come ricorda un mio caro amico socialista, alla fine del franchismo la Spagna si trovò con industria e commercio. Alla fine dell’Unione sovietica, il paese si trovò con i negozi vuoti.

L’assenza della classe media, l’ho percepita al cimitero Troekurovo, dove in pochissimi abbiamo festeggiato il mancato cinquantunesimo compleanno della Politkovskaja. Familiari a parte, eravamo più italiani che russi. Ci sarà più gente il 7 ottobre, ci hanno assicurato. E nel 2010 spero che il “turismo responsabile” di Annaviva (e “Critica sociale”) riesca a organizzare un altro viaggio in Russia in quella data.

Ma voglio chiudere questo shangai di sensazioni con qualche nota positiva.

Gli incontri con la redazione della Novaja Gazeta e con i dirigenti dell’ong Memorial, mi hanno veramente aperto il cuore.

Persone gentili e di buon senso, felici che qualcuno venuto da lontano si interessasse alle loro battaglie per la libertà di stampa e per la memoria. Sono due facce della stessa medaglia l’organizzazione che si batte per i diritti umani e il giornale di Anna che fa informazione senza dover rispondere al putinismo imperante. Rappresentano davvero l’altra Russia, minoritaria fin che si vuole, ma coraggiosa, ardita. La mia formazione gobettiana mi ha fatto pensare a Rivoluzione liberale il giornale torinese che sfidava il fascismo negli anni della sua nascita. C’era già stato l’assassinio di Matteotti ma tanti italiani stavano in silenzio di fronte alla violenza fascista, ai soprusi della camice nere, alle botte ai manifestanti, alle sedi sindacali e di partito violate da sgherri tollerati dalle autorità. Piero Gobetti e pochi altri avevano capito da subito cosa sarebbe diventato il regime mussoliniano. Non avevano avuto bisogno delle leggi razziali e dell’entrata in guerra per capire dove avrebbe condotto il Paese. Erano pochi gli antifascisti al tempo. Sono pochi gli antiputiniani in Russia oggi. Ma io sono certo che un giorno vinceranno e che il 7 ottobre di ogni anno tante persone si raduneranno per ricordare Anna Politkovskaja, martire della libertà.

Il Labirinto di Putin

Cercando una via d’uscita dal labirinto di Putin

Steve LeVine è un giornalista americano che ha vissuto a lungo nell’ex Unione sovietica della quale ha raccontato la disgregazione seguita al 1991. E’ stato corrispondente dal Caucaso e segue (anche grazie a un aggiornatissimo blog) quel che accade su uno dei fronti più caldi della diplomazia economica mondiale, quello energetico.

Ora, per i tipi del Sirente (che gli hanno pubblicato anche il precedente “Il petrolio e la gloria”) esce questo libro in cui parla del “Labirinto di Putin”.

Un labirinto nel quale il collega americano entra attraverso varie porte di ingresso, rappresentate sostanzialmente dai numerosi omicidi politici che hanno caratterizzato la Russia di Putin. Si inizia e finisce con l’assassinio più clamoroso degli ultimi anni: quello col Polonio radioattivo dell’ex spia del Kgb Alexandr Litvinenko. Ma si racconta anche dell’ambiguo oligarca Berezovkij, del direttore di Forbes Russia Paul Klebnikov (assassinato da sconosciuti) e di Anna Politkovskaja.

Lo sguardo di LeVine non è sempre amichevole nei confronti delle vittime. Gli standard del giornalismo anglosassone lo rendono sospettoso verso un modo aggressivo di svolgere la professione. Ma alla fine, ammette la buona fede di chi ha perso la vita per aver sfidato un regime che considera gli oppositori nemici. L’accusa che il giornalista americano muove verso il putinismo: “Nella Russia di Putin non si può contare nello Stato per la protezione della vita dei cittadini. Al peggio, killer assoldati e quelli che li reclutano hanno ragione di ritenere di poter compiere esecuzioni senza il timore della legge”.

Un volume interessante perché mette in fila, uno dietro l’altro, molte vicende della Russia di questi anni. Ma come i libri di cronache in movimento, la cosa più difficile resta mettere il punto. Di qui un epilogo e due postfazioni nelle quali si cerca di aggiornare il lettore su quel che è accaduto mentre si redigeva il libro. Una sorta di inquietante “to be continued” che purtroppo continua a trovar conferme.

Ad maiora

Steve LeVine

Il Labirinto di Putin

Il Sirente

Fagnano Alto, 2010

Pagg. 212

Euro 18.

http://www.sirente.it/9788887847178/il-labirinto-di-putin-steve-levine.html

Boris Nemtsov

L’arresto di Nemtsov non ferma la Strategia 31

La polizia russa ha arrestato questo pomeriggio Boris Nemtsov, esponente di spicco dell’opposizione, durante una manifestazione di protesta a Mosca. Le forze di sicurezza hanno fermato anche altre persone  che chiedevano un ‘Parlamento libero e aperto anche alle opposizioni’ e distribuendo volantini critici nei confronti di Putin. Decine di manifestanti hanno poi urlato lo slogan:’La Russia senza Putin’.

Ieri d’altronde il primo ministro era stato chiaro: manganellate a chi manifesta oggi in nome della libertà di riunione.

Ma chi è Boris Nemstov, diventato uno dei più critici oppositori del governo Putin? Nato a Soci nel 1959 da una famiglia ebraica venne battezzato dalla nonna, diventando ortodosso. Laureatosi in Fisica, guidò nel 1986 le manifestazioni di protesta contro il nucleare dopo la tragedia di Chernobyl. Attivo politicamente nella fine dell’Unione sovietica si schierò con Eltsin durante il fallito golpe, ottenendo in cambio la nomina a vice primo ministro tra il 1997 e il 1998. Liberale, nel 1999 è tra i fondatori dell’Unione delle forze di destra, partito politico che non otterrà mai grandi successi elettorali, forse anche per i brogli. Di quel movimento divenne anche il leader e partecipò alle trattative per la liberazione degli spettatori del Nord-Ost  (insieme ad Anna Politkovskaja), poi risolto brutalmente dalle forze di sicurezza russe.

Nel 2004 Nemtsov si scava la fossa da solo con un appello alla maggioranza della Duma per evitare i rischi di una dittatura putiniana. Sostiene pure Yushenko nella sua rivoluzione arancione in Ucraina, divenendone consigliere economico. Scompare dalle scene televisive e politiche. Per ricomparire solo quando lo prelevano gli Omon.

L’arresto di oggi non è infatti il primo. Era già finito in cella nel 2007 sempre per quella che da noi si chiama “adunata sediziosa” (la stessa contestata agli ultrà di Alzano Lombardo).

È tra i primi firmatari dell’appello “Putin via di qui”.

Stasera in solidarietà con i democratici che a Mosca e San Pietroburgo ogni 31 del mese manifestano per il diritto alla libertà di riunione e di parola, Annaviva fa un presidio a Milano. Manifestazioni davanti alle ambasciate russe sono in corso in tutto il mondo.

Questo il blog russo che spiega la “strategia 31”:

http://strategy-31.ru/

Le persone arrestate oggi a Mosca sono 70 (settanta). Un nuovo record per la Russia di Putin.

Kakhaber Kaladze

Malaussène è georgiano

Recita una vecchia barzelletta sovietica:

“Una delegazione georgiana è giunta a Mosca per far visita a Stalin. I delegati entrano nel suo studio, parlano con lui e poi se ne vanno. Non appena sono spariti lungo il corridoio, Stalin comincia a cercare la sua pipa, ma non riesce a trovarla. Chiama dunque il capo della polizia politica, Lavrenti Beria. «Compagno Beria,» esclama «ho perso la pipa. Insegui la delegazione georgiana e vedi se riesci a scoprire se uno di loro me l’ha presa.» Beria corre via. Intanto Stalin continua a cercare la sua pipa. Dopo cinque minuti, guarda sotto il tavolo e scopre che la pipa era caduta sul pavimento. Chiama di nuovo Beria. «Tutto a posto,» gli dice «ho ritrovato la pipa, puoi lasciare liberi i georgiani.» «Troppo tardi,» ribatte Beria «metà delegazione ha ammesso di aver preso la pipa e l’altra metà è morta durante l’interrogatorio»”.

Sorriso amaro per un anekdot  che ha nel mirino i georgiani (anche Stalin e Beria lo erano, ma questa è un’altra storia). Un mirino che non sembra essersi spostato nemmeno finita l’Unione sovietica. Lo abbiamo visto due anni fa con la guerra contro la Russia per il controllo della provincia secessionista dell’Ossezia meridionale. Molti si concentrarono più si chi avesse sparato il primo colpo che su una razione sproporzionata, arrivata quasi alle porte di Tiblisi.

Lo abbiamo visto in queste tristi Olimpiadi di Vancouver. Una settimana fa duemila persone (presidente della Georgia Saakashvili compreso) hanno partecipato ai funerali di Nodar Kumaritashvili, campione di slittino che ha perso la vita schiantandosi contro un palo che qualche mentecatto aveva messo sul fondo della pista. La colpa? Ovviamente del ventenne georgiano, si sono affrettati a dire le organizzazioni olimpiche.

Salvo modificare il percorso per ridurne la velocità.

Qualche ora fa un altro georgiano è finito nel mirino. È Kakhaber Kaladze, giocatore del Milan (e della nazionale del suo paese, di cui è capitano) che non gioca da tempo e che sostiene che «quello che sta succedendo intorno a me al Milan è veramente una cosa molto sporca». La squadra di Berlusconi annuncia quindi che agirà contro il giocatore, che dopo qualche ora come nella migliore tradizione di Football manager) chiede scusa a tutti. Oggi comunque, come sempre, il georgiano (cui dieci anni fa, in madrepatria. rapirono e uccisero il fratello ventunenne) guarderà la partita dei suoi compagni di squadra dalla tribuna. Magari l’ha presa lui la pipa a Stalin…

Malaussène ora può riposarsi. Mica è georgiano lui.

Ad maiora