Tito

L’icona di Tito

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Oggi potrebbe essere una buona giornata per andare a Lubiana per vedere la nostra “Tito, a Yugoslavian Icon”, che rimarrà aperta nella capitale slovena fino al 28 febbraio.
La mostra ripercorre la vita del presidente jugoslavo, carica cui fu eletto proprio il 13 gennaio 1953 e che tenne fino al 4 maggio 1980, giorno della sua morte. Che fu, di fatto, anche la fine della Jugoslavia.

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Nella mostra, organizzata nella capitale slovena (la prima a lasciare, con la Croazia, la Jugoslavia, senza più Tito) non solo le foto della mirabolante vita del partigiano-presidente, ma anche l’iconografia della vita del paese a quel tempo.

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Ci sono anche cimeli storici e una sezione dedicata al funerali che coinvolsero tutti gli jugoslavi.

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Non manca nemmeno un accenno alle ombre nella storia di Tito, con gli oppositore politici spediti sull’isola Calva.


Una mostra iconografica e interessante. Aperta pochi giorni dopo la scomparsa della vedova del dittatore, Jovanka Broz, morta ad ottobre a Belgrado. Ultima icona di un regime che rivive ormai solo in musei, libri di storia e ricordi.
Ad maiora

Il social gol di Di Natale

Solita corsa intorno al Parco Sempione. In giro non c’è nessuno. Ma non per la pioggia incessante.
Dopo qualche chilometro il silenzio viene rotto dalle urla di migliaia di tifosi. Qualcuno si affaccia alla finestra. Io mi avvicino a uno dei bar della Movida dal quale compaiono ragazzi festanti. Dentro solo (tanti) maschi, tutti con gli occhi incollati al monitor, tutti con la “droga socialmente ammessa”: la birretta.
Guardo con loro i replay della rete di Di Natale. “Altro che Balotelli” grida uno.
Torno a correre.
Nel parco, da solo a fianco alla sua bici buttata a terra nel prato, un ragazzo suona il sax, fregandosene della pioggia. Una ragazza corre con maglietta rossa, con l’effige stilizzata del Che. Io corro in senso inverso a lei e ne indosso una nera con effige rossa di Tito (del Tito’s bar di Sarajevo: sarà ancora aperto?).
Sulla via del ritorno trovo altri maschi chiusi nei locali a guardare Italia-Spagna. Al kebab solo turchi, al bar cinese solo cinesi.
Malgrado tutto il calcio ha mantenuto la sua funzione di arena. Anche se ognuno ha una tv a casa, la partita di pallone la si vede meglio se si sta tutti assieme. Allo stadio, in un bar o in una piazza pubblica.
La Spagna pareggia e rischia di vincere. La partita finisce.
Tra poco tornerà il traffico caotico di ogni domenica sera a Milano.
Ad maiora.

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