Svizzera

#zappingmondiale L’addio a Franca Rame e il processo a Lothar König accomunati da “Bella ciao”

Lothar KönigHo faticato a trovare la notizia della morte di Franca Rame sui siti stranieri. L’unico che ricorda la grande attrice è lo Spiegel.
Tra le ultime richieste di Franca c’è la richiesta di cantare “Bella ciao” al funerale (laico, grazie a Dio) che si svolgerà domani. L’eco della canzone resistenziale ci arriva anche dalla Germania dove è in corso un processo contro un pastore accusato di aver istigato manifestanti antifascisti ad attaccare la polizia durante un raduno neonazista a Dresda. Il processo è iniziato un mese fa. Ieri, in aula, il pastore ha affermato di aver invitato a cantare “Bella ciao” non ad attaccare la polizia (che, secondo la Taz, lo smentisce con un video).
Sempre dalla Germania arriva questa notizia che ci riguarda: la Zeit scrive che non sapendo come gestire i richiedenti asilo, gli diamo dei soldi e li induciamo ad andare verso nord.
Sempre da Nord, ma dalla Svizzera, arriva una buona notizia: quest’anno niente blocchi ai ristorni.
Chiudo con l’Italia e passo alla Russia. I ceceni che lavorano per le Olimpiadi di Sochi lamentano di non venire pagati. Il servizio su Rferl.
Una delle Pussy Riot, in sciopero della fame, finisce in ospedale. Lo racconta il Guardian. Russia Today riferisce invece (a sorpresa) che anche se l’opposizione a Putin non scende più in piazza, ha ancora una buona eco nei sondaggi.
Ad maiora

Zapping mondiale: dai marò a Di Canio

++ INDIA: MARO'; IN TRIBUNALE A KOCHI, NUOVA UDIENZA 18/6 ++
Poco o nulla di italiano in giro per il web mondiale, salvo la vicenda dei marò, raccontata da Al Jazeera, dove si raccontano le proteste sia in India che a Roma. La crisi vista da New Delhi col Times of India.

Importante invece leggere La Nacion che racconta, anche con un video, la visita della presidente argentina Kirchner nelle zone alluvionate.

I ticinesi stanno intanto per aprire il tunnel del Gottardo. Sperando che attiri turisti dal nord della Svizzera. Anche con un video, come racconta il Corriere del Ticino.

Su Le Monde un interessante pezzo sulle borse di Chanel clonate in Cina. Sempre dalla Cina, racconta El Pais, arrivano anche nuovi casi di aviaria: 3 i morti.

Al Arabiya racconta di una moschea che riapre dopo 90 anni a Salonnicco.

Sul New York Times un video su Alec Baldwin a Broadway.

Concludo col Guardian ancora Di Canio che dice di non supportare l’ideologia fascista.

Ad maiora

CAMENISCH TRASFERITO DA UN CARCERE ALL’ALTRO

Marco Camenisch, l’anarco ecologista svizzero, arrestato qualche anno fa in Italia è stato trasferito da un penitenziario all’altro. Ufficialmente per motivi di sicurezza.

Il più noto rivoluzionario poschiavino (classe 1952, nato a Campolongo, Cunculugn, due chilometri a nord di Tirano) era stato condannato – nel ’79 – a 10 anni di carcere  per atti vandalici contro i tralicci delle numerose centrali elvetiche. Evaso nell’81 verrà catturato nel ’91 (era latitante a Carrara) dopo un conflitto a fuoco con i carabinieri (un militare dell’arma rimase ferito, insieme allo stesso Camenisch).

Pur condannato in Italia, nel 2002 è stato estradato nella Confederazione. Dove è stato accusato anche dell’uccisione di una agente del carcere al momento della fuga (erano stati in cinque a scappare, poi verrà assolto) e dell’omicidio di una guardia di frontiera a Brusio.

Camenisch ha girato molte carceri in Svizzera:  Pfäffikon,  Thorberg, Kloten, fino al Bochuz di Orbe dove è stato trasferito ora. Un penitenziario dove sono reclusi i peggiori pedofili elvetici: http://www.caffe.ch/news/articolo/48876.

Dalla sua nuova cella, Camenisch (trasferito, in elicottero e in gran fretta, senza aver potuto portare con sé i propri vestiti ed effetti personali) ha scritto una lettera nella quale sottolinea la “evidente rappresaglia politica e la dinamica sequestro-ostaggio come prigioniero politico/di guerra dello stato e del capitale e le responsabilità dei cantoni/delle istituzioni di Zurigo/Vaud. Ma certamente non credo che la resistenza militante ci casca, s’intimorisce e si fa ricattare di cotanta pochezza e paranoica espressione di debolezza della repressione…”.

Su Camenisch è stato scritto anche un libro:

http://www.ecn.org/nautilus/camenisch.html

Dovrebbe uscire dal carcere nel 2012, con la condizionale.

Ad maiora.

GLI HARRAGA CHE PARTONO AD OGNI COSTO

Emiliano Bos, giovane collega che collabora con varie testate, racconta nel suo “In fuga dalla mia terra”, storie di immigrazione che tutti farebbero bene a conoscere. Siamo abituati infatti a vedere la crisi con i nostri occhi, mentre questo piccolo volume edito da Altreconomia ce la mostra vista dai migranti. Scrive Bros: «Se il XXI è già il secolo dei movimenti, la tempesta iniziata il 15 ottobre 2008 col crollo di Lehman Brothers ha spinto molti a rimettersi in cammino, ma questa volta verso casa».

Il senso lo spiega don Virginio Colmegna, nell’introduzione: «Alla casa della Carità, a Milano, abbiamo le “badanti di ritorno”: se muore la persona accudita per tanti anni, loro restano senza lavoro. Questa è la mentalità dell’utilizzo delle persone. Tra i nostri ospiti si è abbassato molto il tetto d’età. I minori stranieri non accompagnati, una volta maggiorenni, diventano illegali con un grande sperpero di investimenti in cura e ospitalità. Non solo, ma questo crea fantasmi senza dignità, fasce di invisibili di fronte ai quali la criminalità organizzata non sta ferma. Non dobbiamo tuttavia dimenticare che dall’altra parte c’è una grande vitalità sociale che rischia di passare sotto silenzio ed essere risucchiata da un approccio assistenzialista».

Nel libro si racconta di migranti arrivati qui in Occidente dai quattro angoli del mondo. Ma anche di quelli che non sono riusciti a superare il tetto di cristallo, come gli iracheni, fuggiti in Giordania durante la guerra, e che ora non riescono né ad andare ad Ovest, né a tornare indietro: «Qui soffriamo – dice un giovane iracheno – perché costa tanto sopravvivere. Siamo come sospesi tra la vita e la morte». Per loro, scrive Bos, «la Giordania assomiglia a un’immensa sala d’attesa, prima dell’agognata quanto improbabile approdo in Canada, Australia o Stati Uniti».

Mete lontane anche perché la vicina Europa ha eretto un muro che respinge anche quanti avrebbero i requisiti per chiedere l’asilo politico: «”La verità è che i Paesi industrializzati, nel loro insieme, tendono a costituirsi in fortezze contro i flussi migratori incontrollati scatenati dai disastri del secolo”, scriveva pochi anni fa il filosofo Paul Ricoeue. Meccanismi come l’agenzia europea “Frontex” per la protezione delle frontiere esterne sembrano richiamare quelli che l’architetto americano Steven Flutsy, in tutt’altro contesto, definisce interdictory spaces. Spazi di interdizione nelle grandi città, creati con l’obiettivo di “escludere l’alterità”. L’intento di questi spazi, chiosa Zygmunt Bauman, è chiaramente quello di “dividere, segregare, escludere”. Una città-fortino, che al posto del fossato medievale innalza l’equivalente tecnologico delle recinzioni tele-controllate. Un’Europa-fortezza, quasi un “ghetto volontario” che prova a chiudersi, a difendersi dal diverso. E ci sta riuscendo sulle direttrici marittime, dove la politica delle barriere e dei pattugliamenti congiunti ha ridotto drasticamente gli sbarchi a Lampedusa e alle Isole Canarie. Ma su altri fronti, quelli di terra, il limes della roccaforte-Schengen resta un colabrodo».

A leggere altre pagine di Bros viene in mente anche quanto sta succedendo in questi giorni con i frontalieri italiani che qualche partito svizzero dipinge come i topi che rubano il formaggio: «La difesa ideologica di un locus, il simulacro della sicurezza brandito in modo mistificato, l’identità manipolata che diventa esclusione del diverso portano a fenomeni di esasperazione. Come a Rosarno. Eppure, da anni, i migranti, indipendentemente dal loro status legale, si prendono carico di mansioni con le “4D”: dirty, difficult, demaining, dangerous. Lavori sporchi, difficili, umilianti e pericolosi che gli italiani in Calabria (ma anche in provincia di Treviso) o gli spagnoli in Andalusia hanno abbandonato ormai da tempo».

Ora il lavoro manca per tutti e gli italiani si sono rimessi pure a fare la vendemmia, con ricadute molto forti anche sui paesi poveri: «Il crollo delle rimesse dei migranti – ovviamente legato alla crisi economica – ha infatti provocato immediati contraccolpi nei Paesi d’origine. Sia in quelli come la Moldavia, dove il denaro inviato dai migranti, costituisce l’architrave del Pil e nel 2009 è diminuito circa del 10% sia in quelli dell’Africa sub-sahariana, dove i tre quarti delle rimesse provengono da Stati Uniti ed Europa. E così la recessione globale si è subito riverberata su coloro che inviano quote di stipendio ai propri famigliari per puntellare gli equilibri di economie fragili».

Eppure, malgrado la crisi, i respingimenti, i ritorni a casa, molti provano comunque a imbarcarsi in questa rischiosa avventura. Perché si ostinano a partire, si chiede l’autore? «Si chiamano “mixed migrations”, migrazioni miste, proprio per il cocktail di risposte a questa domanda. Forse perché – un motivo su tutti – la differenza tra la speranza di vita nei Paesi considerati “ricchi” è mediamente di 23 anni superiore rispetto ai Paesi poveri o in via di sviluppo. Anzi, guardando all’abisso di squilibri tra i due emisferi e in particolare tra alcune periferie del mondo e il “centro città planetario”, ci si dovrebbe chiedere perché siano così pochi quelli che lasciano i loro Paesi». E prosegue: «Il folle volo di questi moderni eroi omerici verso l’Europa – in direzione opposta a quella di Ulisse – “non è solo questione economica ma dipende anche da una forte volontà di cambiamento”, afferma il sociologo Abdullaye Niang di Sant-Louis. Malgrado l’alto numero di rimpatri forzati, sostiene, “molti sono recidivi”. Cioè riprova e sarai più fortunato. Nuova colletta famigliare e nuovo azzardo sull’Oceano, cercando un’altra vita nel Vecchio continente.».

In Algeria i ragazzi che non si arrendono, che partono anche se vengono rimbalzati o rimpatriati, hanno un nome: harraga, coloro che fuggono o che partono a qualsiasi costo.

Ad maiora

 Emiliano Bros

In fuga dalla mia terra

Altreconomia

Milano, 2010

13 euro