Stranieri

Visitare Cuba: da Sancti Spiritus a L’Avana

La colazione ci viene servita nel patio di fronte alla stanza. Per fortuna senza più il rumore del condizionatore. Frutta (meno buona che altrove), frittata, pane, burro e caffè. Il tutto servito con un servizio di porcellana coloniale (come la casa d’altronde).

POCHE CHIACCHIERE 

La stanza è bella, la doccia ottima ed Hector molto gentile. Ma avendo tanti ospiti praticamente non parliamo mai con lui (che sarebbe invece il valore aggiunto delle case particular).

Paghiamo 34 Cuc per una notte e una colazione, più 5 di “taxi”, ossia del “passaggio” che Hector ci ha dato ieri dalla stazione di Viazul. Sarebbe stato più conveniente prendere una bici-taxi che oggi ci riporta alla fermata dei bus (per 3 Cuc).

Nuova stazione Viazul e nuove regole. Qui più incomprensibili che altrove. Mostriamo la ricevuta di viaggio (stampata da internet) e invece di darci un biglietto ci mandano in sala d’attesa. Dove attendiamo a lungo cercando di capire gli annunci (tutti rigorosamente in spagnolo-cubano, ossia con le esse aspirate) e marcando a uomo altri passeggeri diretti verso la capitale (dove stiamo tornando). Un ottimo esercizio di pazienza. Anche qui c’è uno sportello con la Lista de Espera (lista d’attesa): quando apre (poco prima della partenza dei bus) viene assalito da quanti desiderano partire.

Noi che abbiamo prenotato il tutto dall’Italia riusciamo a salire sul bus, anche se la nostra ricevuta viene osservata a più riprese. Non hanno internet e non possono verificarla. Nell’attesa,  fotografiamo l’elenco di regole che dovrebbero indurre i cubani a un maggior rispetto reciproco.

IN VIAGGIO

Sul bus ci separano: Marta di fianco a una giapponese che dorme con una coperta tirata fin sulla faccia (l’aria condizionata è quasi sempre a palla sui Viazul), io di fianco a un piccolo cubano, che un po’ si agita ma è fin troppo buono calcolando che starà una dozzina di ore solo in compagnia di un cuscino. Ripassiamo da Santa Clara dove anche oggi piove.

 Facciamo una lunga sosta alla stazione dei bus. Marta ritrova il cane di ieri e lo alimenta. Alla ripartenza, grazie all’intercessione di un gruppo di signore cubane, l’autista, un po’ recalcitrante (no tiene hasiento!) ci mette vicini e in prima fila.

IN AUTOSTRADA

Il viaggio prosegue spedito verso L’Avana lungo la Carretera Central, l’autostrada (gratuita) che va dalla capitale a Santiago de Cuba. Ogni tanto l’autista deve rallentare per il passaggio di qualche mandria.

 Il panorama intorno a noi è sempre bello e il viaggio è davvero piacevole e l’arrivo all’Avana è di una puntualità svizzera.

IN TAXI VERSO HABANA CENTRO

Per tornare da Lazaro ci affidiamo a un tassista abusivo. Ha la faccia simpatica e il prezzo è lo stesso dei regolari. Saliamo su una vecchia Moscovich. Dei tempi sovietici!, ci dice il nostro autista, che quando accende il motore fa partire la musica a un volume tale che Marta salta sul sedile. In viaggio chiacchieriamo con lui del più e del meno. Quando arriviamo vicino a “casa”, capiamo di conoscere più io e Marta del “tassista” la strada per arrivare alla meta (Destino,  per usare la meravigliosa parola spagnola).

Paghiamo i 10 Cuc e citofoniamo a Lazaro. Lui non c’è. Ma qui ci conoscono e ci buttano giù le chiavi. Ora io e Marta occupiamo ben due stanze sulle quattro di questa casa particular. Tra poche ore arriverà anche Francesca e la restante parte del viaggio sarà in tre. Ci registriamo dal vice-Lazzaro e usciamo subito.

 

IN CERCA DI OSPEDALI

Marta non è ancora in forma e vogliamo testare anche i medici dell’Avana (su tutta l’isola ce ne sono 60mila, ma spero basterà il secondo). La passeggiata ci permette di rientrare in contatto con questa gigantesca (e curiosa) città.

 Arriviamo all’Ospedale Hermanos Ameijeras che ha una clinica internazionale. Alle 5 è però chiusa. Una guardia giurata ci manda da un’altra. Quest’ultima chiama qualcuno e poi ci invita ad andare in una clinica, Albarrán. Non è molto distante dall’ospedale, ma senza indirizzo vaghiamo un po’ nel quartiere. Poi (grazie all’aiuto di due ragazzi molto gentili) lo troviamo. È una clinica (credo universitaria) per cubani.

 Facciamo passare davanti a noi un’anziana (devo fare solo timbrare una ricetta, ci sembra di capire: ma è una scena cui abbiamo già assistito anche in Italia, quindi ci è famigliare) e poi tocca a noi (quando siete in coda coi cubani arrivando bisogna chiedere chi sia “el último” e mettersi dietro lui: successivamente risponderete alla stessa domanda quando arriverà qualcuno dopo di voi).

La dottoressa è molto gentile e capace di ascoltare Marta (rimane sbalordita quando le diciamo che ha 13 anni: non le basta a far passare lo stupore nemmeno il passaporto…). Ci prescrive Metoclopradina e ci rassicura sul suo risultato. Ci congeda senza farci pagare nulla: la sanità è gratuita per i cubani, ma anche per gli stranieri in difficoltà. Ci chiede solo se abbiamo pesos cubani per comprare le medicine. Nella mia ingenuità le dico che ne ho solo 50. Lei sorride dicendo che basteranno…

NELLA FARMACIA PER CUBANI

Raggiungiamo la farmacia cubana con la nostra impegnativa. Ci danno il farmaco (sempre e solo il blister, niente scatole qui). Lo paghiamo 1.60 Cup (1 Cup è 1:25 di Cuc, ossia di dollaro). Praticante nulla. E avrà pure effetti miracolosi.

Le farmacie cubane sono anche davvero belle.

RAPIDO. NON BASTA LA PAROLA

Passeggiamo ancora ad Avana Centro. Troviamo un negozio della catena El Rapido. Mi sembrano avere il servizio tra i più lenti di Cuba. Ma forse è solo un effetto – paradossale – del loro nome.

SILENZIO. STO CHATTANDO.

Torniamo, dietro casa, in una piazza da cui parte uno dei Boulevard pedonali dell’Avana. C’è tanta gente ma regna un silenzio irreale: è infatti uno dei pochi posti dove c’è la Wi-Fi. È così, tutti muti, incollati ai loro cellulari o laptop. Gli unici scambi di parole sono legati al fatto che non tutti ne possiedono uno e quindi concordano su cosa scrivere o digitare. Mi sa che presto questi scenari diverranno abituali. Anche qui a Cuba.

 A CENA
 Andiamo a mangiare al Castas & Tal (Galiano ang. San Lazaro) localino molto ben arredato e con personale sorridente. Parlano perfettamente inglese (fatto davvero raro qui a Cuba, ma noi ormai avvezzi allo spagnolo optiamo ancora per questa lingua. Il cibo è di ottima qualità e i prezzi accettabili (13 Cuc in due). Unica pecca: l’acqua Panna, che ha fatto troppi chilometri per seguirci dall’altra parte del mondo.

TRAMONTO SUL MALECON 

Finiamo la prima parte della serata aspettando il tramonto sul Malecón, il lungomare dell’Avana.

 Poi a mezzanotte (dopo abbondante caffè offerto da una delle signore della casa particular) andiamo a prendere Francesca in aeroporto. Ci andiamo sempre a bordo  una Cadillac anni ’50, guidata da Pepe (il fratello del tassista del nostro arrivo all’Avana). E’ davvero un bel viaggiare.

Ad maiora

Visitare Cuba: da Trinidad a Santa Clara

Stamattina dormiamo un po’ di più. Gli unici due posti che ho trovato sul bus Viazul per Santa Clara sono infatti solo alle 3 del pomeriggio. Ci dedichiamo quindi a una visita culturale qui a Trinidad: al Museo Historico Municipal a due passi da Playa Grande (Simón Bolivar 423).

AL MUSEO MUNICIPALE

È una casa coloniale riattata a museo. Si capisce in questo modo come vivevano i ricchi a Cuba prima della rivoluzione. E un po’ di stanze sono dedicate a cimeli della lotta di liberazione, dagli spagnoli (e dagli americani) e da Batista. L’entrata costa 2 Cuc (ossia 2 dollari), di più se avete macchina fotografica. Non hanno ancora considerato che i cellulari moderni scattano foto.

IL QUOTIDIANO

Dopo aver acquistato qualche volta Granma (il giornale del partito, dove imperversano i Castro) compriamo, uscendo dal museo, Juventud Rebelde, il quotidiano dei giovani comunisti. Quando chiediamo quanto costa ci dicono “quanto vuoi” perché il prezzo è solo in pesos cubani, non in quelli convertibili.

Sulla prima pagina svetta, sotto la data, la segnalazione del fatto che sia il 57′ anno dal rivoluzione.

Mi ricorda le scritte italiane del Ventennio: XI E.F.

 Torniamo alla casa particular. Salutiamo Manuela. Paghiamo il dovuto: 25 Cuc a notte per la doppia più 3 Cuc a testa per la colazione. Due delle nostre colazioni la nostra padrona di casa ce le abbuona perché Marta, ancora non in forma, le ha praticamente saltate. Da noi le avrebbero fatte pagare tutta la vita!

Buona Suerte, Manuela (avida lettrice di Juventud Rebelde, da cui ha tratto – l’ho scoperto oggi – le notizie sul cambiamento climatico che sta colpendo anche i Caraibi).

FA CALDO…

Prendiamo una bici-taxi per andare alla stazione dei bus. Prima facciamo di nuovo un salto alla farmacia internacional per tentare una strada alternativa per risolvere i persistenti guai fisici di Marta. Il tassista ci chiede da dove veniamo e dopo averlo scoperto dice che alla Tg cubano hanno detto che in Italia c’è un’ondata di calore pazzesca. Pazzesco che ne parlino fin qui, dove comunque si schiatta. Globabilizzazione meteorologica.

Decidiamo comunque di chiamare a casa per sincerarsi che tutto sia ok.

IN BUS

Arriviamo alla stazione dei bus di Viazul un’ora prima della partenza (tempo necessario per confermare la prenotazione).

Il bus parte quasi in orario. Ma l’attesa avviene sotto la canicola perché non ci fanno salire finché non sono scoccate le 15. La seduta è molto più comoda di quella del Viazul precedente. Ma misteriosamente c’è un fastidioso odore di pipì.

Su questi bus ci sono quasi solo stranieri. Raramente cubani. Al più cubane accompagnate ad attempati italiani. Brutta roba.

Durante il viaggio, dove si dondola a destra e sinistra come in nave, becchiamo il primo acquazzone tropicale. In alcuni punti del bus la poggia entra e bagna i passeggeri. Non noi, per nostra fortuna.

 Il bus fa tappa obbligata a Cienfuegos, non lontano dalla Baia dei Porci, dove torneremo tra una settimana.

Cienfuegos, o almeno la sua periferia, sembra una città con troppi casermoni ma un sacco di murales rivoluzionari. Il centro, come avremo modo di scoprire, è uno dei meglio conservati qui a Cuba.

TASSISTI ALL’ASSALTO, ANCHE A SANTA CLARA

L’arrivo a Santa Clara è simile a quello di Trinidad e si è assediati da persone che cercano di venderti qualunque cosa. Marta dice che è anche peggio perché i tassisti tentano di strapparti di mano la valigia per portarti nelle (loro) case particular. Noi cerchiamo il nostro tassista, Adalberto, che ci aspetta con cartello recante la scritta: Andrea y Marta. La prima cosa che chiede è: Como sta la chica? Potenza delle donne delle case particular (la nostra nuova padrona di casa, contattata da quella precendente, deve aver parlato al tassista dei problemi fisici di mia figlia).

Raggiungiamo Casa Vida con una bicitaxi (solo leggendo la guida fino in fondo scoprirò che sono vietate agli stranieri).

Santa Clara, come ci spiega Adalberto – che pedala e suda all’unisono – è meno turistica e molto più grande di Trinidad.

Ci offre di accompagnarci in un giro turistico domani in bici. Paghiamo i 5 pesos del viaggio dalla stazione dei bus a Casa Vida e decliniamo l’invito per il giorno dopo.

CASA VIDA

Anche qui a Santa Clara siamo ospiti di una casa particular gestita da sole donne: mamma, figlia (tredicenne come Marta) e nonna (molto simpatica e attiva, pur in carrozzina). A mia figlia fanno trovare in camera un mazzolino di fiori.

La casa non ha patio ma è  bella. La stanza grande (pur con coperte troppo rosa per i miei gusti) e il bagno ha pure il bidè (ma non funziona). La doccia ha l’acqua abbondante, pure quella calda. Ma ormai mi sono abituato a quella fredda (qui a Cuba in realtà è tiepida) e rinuncio a quella (troppo) calda.

Dalla finestra, mente ci si lava, si vede un casco di banane in un bananeto. Non ricordo di aver mai fatto una doccia così.


La signora Wiky, la padrona di casa, propone subito a Marta di portarla da una anziana guaritrice che, toccandole un braccio, le potrebbe far passare subito il mal di pancia. Marta rifiuta, sperando nell’esito positivo della nuova medicina.

A ZONZO PER SANTA CLARA

Chiacchieriamo un po’ con Wiky e con sua figlia Reinavida (nata – il fatto emerge alla consegna dei passaporti per la registrazione – sei giorni prima di Marta) e poi usciamo.

A Santa Clara ci sono davvero pochi turisti. O meglio  – come scopriremo domani – ci sono, ma vengono tutti in pullman per visitare il Mausoleo del Che e poi tornare nei villaggi turistici. Il tutto, almeno di sera quando si passeggia nelle strade semi-deserte ha un enorme vantaggio: quasi nessuno ti assilla per offrirti alcunché.

La nostra casa è appena fuori dal centro, vicino a uno dei monumenti del Che (la cui iconografia riempie ogni angolo di questa città da 200mila abitanti). Siamo a est del Parco Vidal che rappresenta il centro cittadino. E allora proseguiamo su questa direttrice. Incontriamo un “Boulevard” chiuso al traffico.


Ci sono dei negozi semivuoti e un grande supermercato, dove ci ripromettiamo di tornare domani (qui tutto chiude verso le 17, 18 al massimo e siamo già oltre questo orario). In giro solo cubani, per lo più rinchiusi nelle (numerose) gelaterie.

Santa Clara si trova nell’interno di Cuba, un po’ in montagna e quindi la temperatura esterna è più gradevole che nel resto dell’isola.

CENA LUSSUOSA, MA DISASTROSA

Troviamo un solo ristorante che ci sembra interessante, pur intimoriti dal fatto che sia  indicato come di lusso, forse perché è inserito in una bella casa colonica.

Dentro comode seggiole rosse e un set di  bicchieri, piatti e posate davvero degno di nota.

È pieno di gente del posto (che a fine cena mette gli avanzi, compreso il brodo, direttamente in una busta di plastica!) e i prezzi sono adeguati ai loro standard: spenderemo alla fine solo 5 Cuc (ossia 5 dollari) in due.

Peccato solo che il cibo sia davvero proprio scadente. Si salva solo il riso in bianco… La zuppa di formaggio di Marta ha al centro un blocco di “parmesan”. Lo stesso che copre, come un orrendo guscio, la montagna di pastasciutta napoletana che scelgo io (unico piatto vegetariano del menù). Ne assaggio 3 forchettate e lo lascio lì.

Da noi così cattivo nemmeno nelle peggiori mense scolastiche.

 Torniamo verso l’Hostal Vida.

In cielo, per la prima volta da quando siamo a Cuba, ammiriamo le stelle.

Ad maiora

 

Non passa lo straniero… Il calcio ai tempi dell’autarchia

Quattordici anni di calcio autarchico, per il periodo che va dalla disfatta di Corea agli arresti per il calcioscommesse. Di questo tratta il divertente libro di Davide Steccanella “Non passa lo straniero (ovvero quando il calcio era autarchico)”.

Molti dei nomi che sono contenuti nel volume mi erano usciti dalla mente. ma altri, leggendoli, mi hanno subito venire il mente le figurine che a quel tempo, gli anni ’80, come tutti i ragazzini erano uno dei miei migliori passatempi.

Steccanella racconta stagione per stagione quegli anni nei quali le partite si giocavano tutte ella stessa ora e dove “Tutto il calcio minuto per minuto” e “90° minuto” erano gli unici strumenti per sapere quel che accadeva (salvo ovviamente recarsi allo stadio, e al tempo, non era facile perché registravano spesso il tutto esaurito, mica come oggi dove si va solo di decoder).

Alla fine di ogni campionato ci sono due schede degli eroi, tutti italiani ovviamente, dimenticati: da Alberto Ginulfi a Odoacre Chierico (indimenticabile riccioli rossi).

Dopo il Mundial spagnolo le frontiere vennero riaperte: uno, due stranieri a squadra. Poi dopo Bosman, un fiume inarrestabile. Col risultato che ci sono partite dove i giocatori nati in Italia si contano sulle dita di una mano.

E allora è divertente ricordare come era un tempo il calcio in Italia. E come non sarà più.

Ad maiora

……………

Davide Steccanella

Non passa lo straniero

Jouvence Editore

Pagg. 153

Euro 14

Altro suicidio in carcere: siamo a 38

Secondo Riccardo Arena che per Radio radicale cura la trasmissione Radio carcere (da consigliare, pur nella tristezza del momento, vero servizio pubblico, la trovate cartacea il mercoledì col Riformista, questo il link: http://www.radiocarcere.com/) aveva già minacciato di togliersi la vita tagliandosi la gola (anche se consiglia di aspettare di capire se sia trattato di un gesto di autolesionismo finito male o di un vero e proprio suicidio).

Andrea Corallo aveva 39 anni. Era detenuto nel carcere Bicocca di Catania dall’aprile 2008. Si è ucciso, recidendosi la carotide, questa mattina, mentre si faceva la barba. I due detenuti in cella con lui sono sotto stati interrogati. E’ il trentottesimo cittadino detenuto che si toglie la vita nel 2010. Si sono suicidati anche quattro agenti penitenziari e un dirigente generale.

Dice Eugenio Sarno, segretario generale della Uil Penitenziari: «Abbiamo la sensazione che nemmeno questa strage silenziosa che si consuma all’interno delle nostre degradanti prigioni scuota dal torpore una classe politica che ha, evidentemente, accantonato la questione penitenziaria. Nelle nostre galere si continua a morire. E’ forse il caso di approfondire ed investigare? Noi diremmo anche di risolvere. Invece nulla. Tutto è rimesso alla sola buona volontà ed alle evidenti capacità del personale. Si continuano ad ammassare persone in spazi che non ci sono. Il personale deve rinunciare ai diritti elementari e sottoporsi a turni massacranti per reggere la baracca. La questione penitenziaria, nella sua drammaticità, è anche una questione morale. Per i tanti sprechi. Per l’incapacità di risolvere. Per l’indecenza delle strutture. Per il degrado degli ambienti. Per i rischi igienico-sanitari. Riceviamo continui inviti – prosegue Sarno – da parte del DAP a non allarmare. Noi non allarmiamo. Informiamo sulle gravi realtà, nel tentativo di scuotere le coscienze. La società e la stampa, però, appaiono  indifferenti ai drammi quotidiani che si consumano all’interno di quelle mura che sempre più sono il confine tra civiltà e inciviltà».

Ieri il Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, della Calabria ha proclamato lo stato di agitazione per denunciare la «drammatica situazione nelle quali versano le carceri».

I detenuti, secondi gli ultimi dati diffusi, sono 67.452 (24.922 stranieri) a fronte di una capienza di 43.000 posti: 29.791 sono in attesa di giudizio, 35.708 i “definitivi”. L’incremento delle persone in carcere è di un migliaio al mese.

La Sicilia con 8.043 carcerati è la seconda regione italiana (prima è la Lombardia conn 9.067 detenuti).

Il penultimo suicidio in carcere è stato nello scorso week end, nel penitenziario di Caltanissetta. A impiccarsi al braccio della doccia, Rocco Manfrè, 65 anni, arrestato (solo due giorni prima) con l’accusa di concorso in omicidio.