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BERSANI:”IL PROBLEMA NON E’ CHE VA IN RUSSIA. MA CHE POI TORNI”

Pierluigi Bersani ieri era alla Festa democratica milanese. Sala piena, maxischermo anche fuori, per permettere a quanti non sono riusciti a stare sotto il tendone di seguire l’intervento.

Ha scaldato la platea parlando di ‘Italtel, di come il governo ha affrontato la crisi, della Lega (“Non ci parlino più di Roma ladrona fino a quando reggono il sacco a quattro ladroni di Roma), di SB (veltronianamente mai citato, ma chiamato “il miliardario”), di Cuffaro (“Diventerà il governo Bossi-Cuffaro”), di Veltroni (“Non possiamo fare un congresso alla settimana”), di riforme (“Si possono fare con la democrazia, non con il populismo e i sondaggi”), di Alitalia (“L’Italia avrebbe potuto entrare nel board di un nuovo vettore europeo e invece si è scelto di fare la nuova Airone”), di Boeri (“Avevamo il diritto di fare una scelta, di indicare un progetto”), del Partito del Predellino (“Si è ribaltato alla prima curva”) e via dicendo.

La mia attenzione si è però soffermata sulla domanda che il collega di Repubblica che moderava la serata gli ha posto sulla politica estera, uno dei temi che mi appassiona ma sui quali, oggettivamente, non si basa la campagna elettorale perenne nella quale si dibatte il nostro periferico Paese.

La vicenda Gheddafi, il segretario del Pd la spiega come frutto della “politica personalistica” che Berlusconi fa anche in politica estera, con le “relazioni speciali che lo portano verso paesi dove non c’è l’opinione pubblica”.

Provi ad andare in Francia e in Inghilterra a fare quel che fa in Russia, dice Bersani. Che sulle visite di SB da Putin se la cava con una battuta: “Il problema non è che va in Russia. Il problema è che poi torna”.

Ovvia propaganda. Sulla quale obietto solo su due punti. L’accordo italo-libico, grazie al quale Gheddafi può non solo fare lo sbruffone a Roma (invitando alla conversione islamica dell’Europa) ma addirittura sparare con nostri navi militari su nostri pescherecci, in acque internazionali, è stato votato anche dal Pd. Salvo tre deputati dissidenti e la pattuglia radicale.

Seconda obiezione. Con Putin, gli accordi li ha stretti anche  il centro sinistra. Bersani e Prodi, come primo viaggio all’estero dell’ultimo esecutivo non berlusconiano, andarono a San Pietroburgo a firmare contratti con Gazprom. E sotto il cappello prodian-bersaniano, Eni ed Enel acquisirono gli asset di Yukos, società fatta fallire per motivi politici dal regime putiniano. Asset che, con Berlusconi (e Scaroni, che rimane al suo posto qualunque governo governi) sono tornati nelle sicure mani russe (in una delle tante gite sulla battigia di Soci).

Su questo fronte, i laburisti inglesi potrebbero forse dare qualche dritta ai loro amici italiani.

Ma dimenticavo, qui non si discute di politica estera.

Ad maiora.

L’ARRESTO DI NEMTSOV NON FERMA LA STRATEGIA 31

La polizia russa ha arrestato questo pomeriggio Boris Nemtsov, esponente di spicco dell’opposizione, durante una manifestazione di protesta a Mosca. Le forze di sicurezza hanno fermato anche altre persone  che chiedevano un ‘Parlamento libero e aperto anche alle opposizioni’ e distribuendo volantini critici nei confronti di Putin. Decine di manifestanti hanno poi urlato lo slogan:’La Russia senza Putin’.

Ieri d’altronde il primo ministro era stato chiaro: manganellate a chi manifesta oggi in nome della libertà di riunione.

Ma chi è Boris Nemstov, diventato uno dei più critici oppositori del governo Putin? Nato a Soci nel 1959 da una famiglia ebraica venne battezzato dalla nonna, diventando ortodosso. Laureatosi in Fisica, guidò nel 1986 le manifestazioni di protesta contro il nucleare dopo la tragedia di Chernobyl. Attivo politicamente nella fine dell’Unione sovietica si schierò con Eltsin durante il fallito golpe, ottenendo in cambio la nomina a vice primo ministro tra il 1997 e il 1998. Liberale, nel 1999 è tra i fondatori dell’Unione delle forze di destra, partito politico che non otterrà mai grandi successi elettorali, forse anche per i brogli. Di quel movimento divenne anche il leader e partecipò alle trattative per la liberazione degli spettatori del Nord-Ost  (insieme ad Anna Politkovskaja), poi risolto brutalmente dalle forze di sicurezza russe.

Nel 2004 Nemtsov si scava la fossa da solo con un appello alla maggioranza della Duma per evitare i rischi di una dittatura putiniana. Sostiene pure Yushenko nella sua rivoluzione arancione in Ucraina, divenendone consigliere economico. Scompare dalle scene televisive e politiche. Per ricomparire solo quando lo prelevano gli Omon.

L’arresto di oggi non è infatti il primo. Era già finito in cella nel 2007 sempre per quella che da noi si chiama “adunata sediziosa” (la stessa contestata agli ultrà di Alzano Lombardo).

È tra i primi firmatari dell’appello “Putin via di qui”.

Stasera in solidarietà con i democratici che a Mosca e San Pietroburgo ogni 31 del mese manifestano per il diritto alla libertà di riunione e di parola, Annaviva fa un presidio a Milano. Manifestazioni davanti alle ambasciate russe sono in corso in tutto il mondo.

Questo il blog russo che spiega la “strategia 31”:

http://strategy-31.ru/

Le persone arrestate oggi a Mosca sono 70 (settanta). Un nuovo record per la Russia di Putin.

MEDVEDEV LASCIA MOSCA AVVOLTA DAL FUMO

Mentre Mosca muore di caldo ed è avvolta da un fumo che impedisce di respirare, il presidente Medvedev non trova niente di meglio che andare in Abkhazia a festeggiare il secondo anniversario della vittoria nella guerra contro la Georgia. L’Abkhazia è una regione secessionista russofona e russofila della Georgia. L’anno scorso le truppe georgiane colpirono l’Ossezia del Sud, scatenando la reazione russa (a Mosca parlarono di genocidio, fatto mai dimostrato) che invase gran parte della repubblica ex sovietica.

L’Abkhazia, regione sul Mar Nero a poca distanza da Soci (località marittima che ha ospitato anche vertici Berlusconi-Putin-Gazprom-Eni e a cui sono state assegnate, avendo alle spalle le alte montagne caucasiche, le Olimpiadi invernali del 2014) approfittò della guerra russo-osseto-georgiano per rendere ancora più definito il suo distacco da Tbilisi (iniziato nel 1992).  Il tutto con l’aiuto delle truppe russe. Qui d’altronde Mosca ha distribuito passaporti a piene mani.

Il presidente russo Dmitrij Medvedev oggi ha promesso che Mosca fornirà un ulteriore sostegno alle regioni separatiste georgiane. Il presidente putiniano ha spiegato che il conflitto con la Georgia (durata 5 giorni) è stata una “guerra giusta”.

Una guerra vittoriosa, cui seguì il solito flop di politica estera internazionale della “Russia di Putin”. Mentre altre regioni secessioniste (Kosovo, ad esempio) ottengono numerosi riconoscimenti internazionali, Abkhazia e Ossezia del Nord hanno fallito l’obiettivo.

Malgrado le pressioni russe, i due piccoli staterelli (che la comunità internazionale considera ancora province interne alla Georgia), sono stati riconosciuti solo da Venezuela e Nicaragua. Persino la Bielorussia ha detto no.

Il terzo paese che ha dato l’ok è la Repubblica di Nauru, il più piccolo stato al mondo, un’isola dell’Oceano Pacifico di 21 chilometri quadrati che nel 1968 si è resa indipendente dal Regno Unito. Secondo il quotidiano economico russo Kommersant, Mosca avrebbe promesso al piccolissimo paese un prestito di 50 milioni di dollari in cambio del riconoscimento. Nauru, che dev’essere abitata e guidata da furbacchioni, aveva ottenuto aiuti (economici) dall’Unione europea dopo il riconoscimento del Kosovo e dalla Cina per aver riconosciuto i suoi diritti su Taiwan.

Ad maiora.