Slavoj Zizek

“Non si può arrestare un’idea”. Zizek pro Pussy Riot (ma torna Surkov)

Anche il filosofo sloveno Slavoj Zizek si schiera a favore delle Pussy Riot: “Il messaggio del loro passamontagna è che non importa chi di loro è stata arrestata – non sono persone, sono idee. Ed è per questo che sono una minaccia: è facile imprigionare gli individui, ma provare a imprigionare un’idea”:

http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2012/08/12/la-vera-blasfemia-slavoj-zizek-sulle-pussy-riot/

La tirannia putiniana, per tutta risposta, rispolvera Surkov, l’ideologo dei balilla nashisti, da poco allontanato da Medvedev.
Si occuperà dei rapporti con le religioni. Ossia, vista l’islamofobia diffusa, principalmente col clero ortodosso:

http://www.tmnews.it/web/sezioni/nuovaeuropa/PN_20120813_00069_NE.shtml

Del Rasputin putiniano non si è proprio sentita la mancanza.
Ad maiora

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MA L’AMORE MERCENARIO PER CHI E’ RASSICURANTE?

Ho lasciato passare un giorno dall’intervista di Pietro Marrazzo a Concita di Gregorio. Sia per rifletterci una notte. Sia perché tanto, in questo paese borbonico e arretrato, i giornali continuano a non uscire il giorno dopo Ferragosto.

Non giudico la sofferenza (sua e della famiglia) e la posizione politica dell’ex governatore laziale (e mio collega in Rai). Mi hanno lasciato perplesso invece le due principali considerazioni, quasi dirimenti rispetto a ciò che è successo: in sintesi, che i trans sono donne all’ennesima potenza e che l’amore mercenario è rassicurante.

Parto da quest’ultima riflessione.

Slavoj Zizek, controverso filosofo sloveno nel suo pamphlet “Contro i diritti umani” scrive: “I diritti umani universali sono in realtà i diritti dei bianchi, maschi benestanti, di operare liberi scambi sul mercato, di sfruttare gli operai e le donne e di esercitare il predominio politico”. Temo abbia ragione. Anche nei confronti degli uomini che, qua come all’estero, vanno a prostitute. È rassicurante per chi paga. Non credo per chi vende.

“I can be a regular bitch. Just try me” è scritto d’altronde su una delle magliette di Lisbeth Salander. Ma d’altronde quel giallo di Stieg Larsson si chiama “Uomini che odiano le donne”.

Non credo che Marrazzo odi le donne. Ma è quel tipo di amore berlusconiano che francamente non trovo condivisibile, né politicamente né moralmente. Lui (ancora non sceso in politica per aumentare le tasse) d’altronde nel lontano 1986 diceva: “Il Milan? È un affare di cuore, ma anche le belle donne costano”.

Anche un mio amico che lavora in carcere consiglia ai detenuti in libera uscita di lasciare le compagne e puntare alle prostitute che “costano meno e sono sempre disponibili”.

Ma è invece spesso proprio l’amore per una donna che può far scattare in molti detenuti la molla per voler uscire da carceri (strapiene) nelle quali la rieducazione è solo una parola vuota scritta sulla Costituzione. (E lasciatemi sorridere sul nuovo ministro della Giustizia che pensa alla depenalizzazione di molti reati e di privilegiare gli arresti domiciliari e poi appoggia la proposta di un altro ministro – Maroni – di mandare in cella chi guidando ubriaco, uccide qualcuno).

Vengo alla seconda constatazione di Marrazzo, sui trans come donne all’ennesima potenza. Che mi ha ricordato un’altra discutibile considerazione di un altro esponente del Pd come Veronesi che sostiene che l’amore più puro sia quello omosessuale, sostanzialmente perché non è finalizzato alla riproduzione. Neanche quello coi trans punta, ovviamente, alla riproduzione. È più rassicurante per questo? Cerchiamo donne che siano geishe e che in più non abbiano ciclo e non possano riprodursi? Ma senza una donna, una madre, né l’oncologo né il giornalista sarebbero tra noi.

Ricordo cosa scriveva Elena Lowenthal: “La donna è ciò che fa nascere il presente, gli dà corpo e anima”. Ma anche quel che diceva Il ministro per la Cultura popolare Pavolini ai giornalisti nel giugno del 1941 dando le istruzioni su cosa pubblicare - le cosiddette veline: “C’è la questione dei pantaloni delle donne. Per quanto una donna che va in bicicletta sia più decente con i pantaloni, i pareri personali sono discordi e in ogni caso sono liberi. La direttiva è che a noi la donna piace in sottana. Quindi non fate fotografie di donne in pantaloni e non fate propaganda per le donne con i pantaloni in bicicletta”. Le donne in pantaloni mettevano a disagio allora. E anche oggi. Almeno alle nostri latitudini.

La paura delle donne è ancestrale ed è cresciuta negli ultimi anni anche per il ruolo sempre maggiore che hanno conquistato e, soprattutto, che stanno cercando di conquistare.

Siamo un paese però che non ha mai avuto un primo ministro donna né un presidente della Repubblica donna. Questo non va dimenticato. Che si stupisce ancora che una donna guidi un’azienda (https://andreariscassi.wordpress.com/2011/05/04/alla-rai-arriva-lei/). L’Arabia Saudita non è poi così lontana.

Credo che questo tetto di cristallo così come la visione berlusconiana dell’universo femminile inteso come funzionale a quello maschile, verranno battuti e sotterrati solo se volteremo pagina. Se accetteremo di confrontarci con l’altro sesso, senza paura. Senza cercare copie apocrife di femminilità.

Ad maiora.

IL FASCISTA LIBERTARIO: GLI OSSIMORI DI LUCIANO LANNA

È un libro fatto di ossimori “Il fascista libertario” di Luciano Lanna che da un mese non è più direttore del Secolo d’Italia. Ha resistito solo poche settimane dalla cacciata di Flavia Perina e dalla normalizzazione del quotidiano che fu dell’Msi.

Il volume di Lanna (edito dalla Sperling & Kupfer) è interessante per capire su quali basi politiche si sia basato lo strappo di Fini e di Fli rispetto al partito del predellino. Ed è interessante anche e soprattutto per chi non ha mai frequentato gli ambienti di destra che, si scopre, hanno più aneliti libertari di quanto si possa pensare.

I riferimenti di Lanna (e dei finiani) sono anche figli della cultura pop, come i film di Alberto Sordi o la parabola di Clint Eastwood, passato nella sua lunga vita/carriera, da uomo forte dei film western a cittadino impegnato in battaglie per l’eutanasia, tanto da dichiarare: «Sono un libertario, amo l’indipendenza. Venero lo stato mentale di chi rimane indipendente, in politico e nella vita».

I paletti che Lanna pone a questo cammino sono chiari: «Dalla “rivoluzione conservatrice” al “socialismo liberale”, dal “fascismo di sinistra”, recentemente rivendicato anche dal filosofo Slavoj Zizek, alla tipologia dell’“anarchico di destra”, dal “modernismo cristiano” alla definizione che Togliatti dava del fascismo come “regime reazionario di massa”. E ancora del fenomeno degli indiani metropolitani alla teorizzazione del “cattolico comunista”, dalla formula che spesso ricorre sui media di “tradizione e modernità” alla sintesi berlingueriana di “partito di lotta e di governo”, dalla “sinistra reazionaria” che pasolinanamente qualcuno ha pure evocato sino all’espressione di “estremista moderato”, utilizzata per esempio per Mario Pannunzio, e alla stessa prospettiva di “destra sociale”».

Il tutto ovviamente in una prospettiva che non è fascista ma neanche antifascista. Per citare Ignazio Silone del 1945: «Dopo esserci liberati del fascismo, noi dobbiamo ora cercare di superare l’antifascismo». O meglio ancora, per rileggere Ennio Flaiano: «La nostra generazione l’ha presa in culo. I preti da una parte, i comunisti dall’altra».

Insomma un modo per rileggere la storia patria anche leggendo, con altre lenti, come le gesta dannunziane. Scrive infatti Lanna: «Tanto per dire, a Fiume era stato introdotto il divorzio, che nella legislazione italiana sarebbe arrivato solo nel 1970. le donne potevano votare ed erano considerate a tutti gli effetti al pari dei maschi». Ma anche le pagini più agghiaccianti del fascismo, bollate così dall’ex repubblichino Carlo Mazzantini: «Le leggi razziali promulgate dal fascismo furono una vergogna e una ottusa stupidità di eccesso di servilismo».

In questo contesto stupisce fino a un certo punto l’omaggio fatto da Mirko Tremaglia (ora in Fli), già ministro per gli Italiani nel mondo, per Sacco e Vanzetti, i due anarchici giustiziati negli Usa nel 1927: «Due di quegli italiani “senza scarpe” che varcarono l’oceano in cerca di un futuro migliore ma subirono l’attacco disumano di quanti nel mondo hanno sfruttato il lavoro dei nostri connazionali».

Lanna pone soprattutto base musical-cinematografiche a questo libertarismo di destra. E cita ad esempio il Manifesto del beat italiano, diffuso durante il Festival di Sanremo del 1966,  scritto da Lucio Dalla, Sergio Bardotti e Piero Vivarelli: «Noi attingiamo alla tradizione, ma nonla rispettiamo. Unatradizione è valida solo in quanto si evolve. Altrimenti interessa i musei. Siamo, senza alcuna riserva, decisamente contro quelli che non la pensano come noi. Il nostro modo di pensare alla musica è anche il nostro modo di vivere. Noi crediamo nei giovani e lavoriamo per loro. Si può essere vecchi anche a diciotto anni…».

Su queste basi, si fonda poi il racconto dei passi fatti da Gianfranco Fini in questi anni. Tante le affermazioni con le quali l’attuale presidente della Camera ha cercato (sta cercando) di realizzare una destra diversa nel nostro Paese: «Se oggi esiste più attenzione per i diritti civili, per le donne, per le minoranze, questi sono i lasciti del primo ’68. La destra allora perse una grande occasione. Anziché capire le ragioni dei giovani, difese l’esistente, si schierò con i baroni dell’università, con i parrucconi…». Parole importanti che non a caso hanno lasciato l’amaro in bocca ai ricercatori che pensavano Fli si sarebbe smarcata dalla “riforma” Gelmini che tarpa le ali ai giovani che vogliano avviare una carriera in università. Ma così non è stato.

Ma l’ex direttore del Secolo racconta anche le iniziative portate avanti da Fini sul fronte dell’immigrazione, tema sul quale invece larga parte del centro destra ha scatenato la politica della paura: « “Sarebbe bello”, ha detto Fini, “se l’informazione non titolasse con riferimenti etnici: romeno scippa, albanese ruba. Perché altrimenti si può diffondere tra i cittadini l’equazione: straniero uguale delinquente”. Ecco, c’è chi sostiene che certe battaglie sarebbero estranee alla specificità della destra italiana e che certe prese di posizione dimostrerebbero solo un processo di metamorfosi, per non dire di liquidazione, di un patrimonio culturale di presunto riferimento». Ma Lanna ricorda anche il commento dell’ex leader di An o ora di Fli dopo aver visto il film di Renzo Martinelli “Il mercante di pietre”. «E’ un film di propaganda becera. Un film che sconsiglio a tutti. Film come questi, infarciti di stereotipi sugli arabi, rischiano senz’altro di alimentare l’islamofobia qui da noi. Davvero non se ne sentiva il bisogno. È spazzatura».

Parole nette, come quelle pronunciate da Fini nel discorso del2009 nel quale annunciò la fine di An: «Non ci piace l’ordine delle caserme, una società è invece coesa quando viene difesa e in qualche modo incrementata la dignità della persona umana, qualche che sia il colore della pelle, qualche che sia il Dio in cui credi, quale che sia il ruolo sociale».

Luciano Lanna racconta insomma una via italiana al libertarismo chiedendosi: «Esiste una sensibilità nuova al punto di non essere non gerarchica, non totalitaria, non conservatrice, non anti-moderna, non patriottarda e non razzista? ».

Una domanda che sarebbe da girare a Berlusconi e Bossi, in queste ore riuniti (ad Arcore) per decidere il futuro del governo Pdl-Lega.

Ad maiora.

Luciano Lanna

Il fascista libertario

Sperling & Kupfer

Pagg. 256

Euro 17