Siena

La firma di Hackett, col numero 12

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Daniel Hackett, passato da Siena a Milano qualche giorno fa, ha dovuto cambiare il numero di maglia. Il 23 con cui giocava nella Mens Sana all’EA7 è ad appannaggio del giocatore più pagato, Langford.
Daniel ha optato per il 12, lo stesso numero che portava Antonello Riva, amico di suo padre e autore di un trasferimento simile al suo.
Hackett, ha già inserito il numero nell’autografo, quasi un logo.
Ad maiora

Finale playoff: Milano allunga la serie

Milano si riscatta e batte Siena almeno in gara 4 della finale (al meglio delle sette gare): 88-83 il finale.
Primo tempo di marca toscana, secondo invece per il quintetto di Scariolo. Nel finale i biancorossi provano anche a perdere passando da 10 a 2 punti di vantaggio, ma poi sospinti da un Forum in brodo di giuggiole piantano almeno una bandierina.
Domenica gara 5 a Siena.
Ad maiora.

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La curva del Genoa e la piccola Norimberga

L’ondata di sdegno moralista seguita a Genova-Siena mi fa un po’ sorridere. Il perbenismo schiera tutti dalla stessa parte. Sul Corriere, uno degli indignati pezzi cita persino l’alluvione su Genova, quasi a imputare alle curve anche questo.
Gli ultrà sono un ottimo capro espiatorio di un sistema (sportivo, ma non solo) che fa acqua da tutte le parti.
Nell’epoca delle società (anche sportive) secolarizzate, la maglia è un simbolo. E quel chiedere (anzi, imporre con la forza) ai giocatori di togliersela, è una specie di attestazione di proprietà. Di chi sono le squadre di calcio? Dei presidenti (spesso imprenditori a rischio bancarotta)? Dei soci (i board sono a volte impresentabili, la Juve è ancora parzialmente libica, l’Inter raffina e il Milan va be’)? Dei giocatori (che cambiano casacca ogni due mesi e arrivano anche a vendere i derby)? O dei tifosi?
Di questi ultimi gli ultrà si sono autonominati portavoce. Sono d’altronde gli unici organizzati e con seguito, popolare e giovanile.
Per evitare che disturbassero il meccanismo socio-economico che sta intorno al pallone, in questi anni le società li hanno spesso assecondati. Anzi, hanno assecondato i capi della curva. Che però, come ieri, ogni tanto esce dai binari.
Scatenando l’irritazione nazionale.
È la tv che comanda in campo. Che decide orari, impegni, ritmi. Che causa persino gli infortuni.
Ma è più semplice dare la colpa agli ultrà. Quelli che vivono per il calcio. Che a questo dio sacrificano tutti i fine settimana.
Un dio ingiusto e squilibrato che vende a metà campionato i suoi gioielli per far cassa (un anno fa la Samp, ora il Genoa). In Usa, patria del liberismo, gli acquisti sono regolati da regole: è la squadra più debole a prendersi i giocatori migliori.
Ma d’altronde siamo in Italia. Dove il Verona vinse l’unico scudetto in cui venne fatto un vero sorteggio per l’assegnazione degli arbitri. Poi mai più ripetuto.
Pensavo infine: se – seguendo l’idea della piccola Norimberga di Grillo – si imponesse ai politici di uscire dal campo consegnando qualcosa che “ci appartiene” cosa chiederemmo?
I vestiti firmati?
Le barche?
Gioielli e lingotti?
O il sogno di un paese migliore, quello per cui 67 anni fa migliaia di ragazzi sacrificarono la loro vita?
Ad maiora

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