Rete

Thohir, l’indonesiano dell’Inter, visto dalla rete

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Erick Thohir l’indonesiano che vuole comprare l’Inter (tutta o in parte) visto dalla rete.
Curiosamente su Wikipedia la data di nascita oscilla tra due anni. Anche se risulta nato il 30 maggio 1970.
Il Giornale nota, invece, che i legami con l’Italia sono consolidati, visto che il fratello si chiama Garibaldi.
Thohir è a capo di una società editoriale, Mahaka, che oltre a quotidiani e riviste produce film. Come questo:

Oltre a squadre di basket locali e americane (76rs) è proprietario di una squadra di calcio, statunitense:

E in Indonesia è ovviamente una star:

Qui un video-profilo di Thohir che compare vicino a un po’ di personaggi noti, in primis Aung San Suu Kyi:

Il nostro ha un profilo Facebook
e ovviamente anche su Twitter.
21mila i follower.
Penso cresceranno.
Ad maiora

Datemi un blog e solleverò il mondo

blogRicevo e volentieri pubblico (su questo blog) le riflessioni del collega e amico Sergio Calabrese.

Ad maiora

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Qualche millennio fa un mio “conterraneo”, tale Archimede di Siracusa-inventore e matematico- sentenziò: “Datemi una leva e vi solleverò il mondo”.

Oggi per cambiare il mondo ai “discendenti di Archimede basta soltanto la Rete.

 “Datemi un blog e vi rivolto il mondo”, è il nuovo verbo che impera nella società del ventunesimo secolo. Il blog, dunque, che dai siti Internet di mezzo mondo influenza il nostro quotidiano vivere. Tutti possono pubblicare un blog e, come in un diario, diffondere in Rete pensieri, valutazioni e contenuti multimediali. La parola blog, che deriva da web-log, vuol dire “diario in rete” ed è la nuova rivoluzionaria arma di distrazione di massa d’inizio millennio. E’ l’evoluzione della specie che parte dai giornali, alle televisioni, per arrivare ai social network. Piaccia o no, da Internet, sempre più, sarà edificato nei prossimi anni il sistema sociale, economico e politico del pianeta. Del resto, i nuovi media già da tempo indirizzano e influenzano l’opinione pubblica. Sono sempre più i messaggi che attraverso i social network dettano mode, comportamenti, tendenze e anche l’agenda politica. Ma molti leader politici, nella maggioranza dei casi, non sono ancora in grado di gestire questi nuovi potenti strumenti di comunicazione. La vecchia “casta” annaspa; dà l’impressione di non essere pronta a sfruttare a pieno tutta l‘immensa potenzialità dei nuovi media digitali. Internet e le televisioni sono diventate le piazze mediatiche attraverso le quali la stragrande maggioranza dei cittadini condivide le proprie opinioni. Le discussioni e le valutazioni sui politici si fanno anche con il tam tam dei social network. Oggi la metà degli italiani s’informa collegandosi quotidianamente con Internet e tra i giovani la percentuale sale al 65 per cento.

La diffusione della comunicazione in Rete ha mutato radicalmente il rapporto tra informazione e politica, modificandone i rapporti. Con qualche distinguo, però. Se analizziamo la recente campagna elettorale del movimento politico (5 stelle) che della Rete ha fatto lo strumento principale della sua propaganda elettorale, abbiamo visto che il suo carismatico padre-padrone Grillo oltre a parlare ai suoi adepti attraverso il suo blog è sceso anche nelle piazze, da Bolzano a Canicattì. “Il Grillo” ha riesumato con grande efficacia oratoria e “urlatoria” il vecchio desueto comizio tanto caro a Peppone e Don Camillo. Una piazza, un palco e vai con il bagno di folla. Poi il tutto poi finisce in Rete e diventa accessibile in ogni momento moltiplicando e diffondendo il messaggio.

L’espansione della comunicazione digitale ha cambiato, di fatto, il rapporto stesso tra informazione e politica.

Joshua Meyrowitz- sociologo americano- osservava che: “Anche le telecamere sono spietate e spesso invadono la sfera individuale del politico”. Nella recente campagna elettorale abbiamo visto in onda primi piani di esponenti politici sudaticci che facevano smorfie dopo aver detto una frase infelice”. Con Internet tutte queste gaffe si moltiplicano all’infinito e si paga pegno in termini di consenso elettorale. Oggi le battaglie politiche si vincono se si è telegenici e molto disinvolti davanti a una telecamera. Per avere consenso e non perderlo (i sondaggi sono diventati l’incubo di chi fa politica), bisogna adeguare il proprio messaggio ai nuovi linguaggi, alla sintesi, e alla velocità della comunicazione digitale. A volte bastano trenta secondi, come nella pubblicità televisiva, per rendere efficace come in un videoclip, il proprio messaggio. La politica diventa un prodotto di consumo: “se sei capace di reclamizzare il proprio programma, si vince!”. Sembra un paradosso, ma è così. E sì, cari lettori ed elettori, in questo strano “Paese delle Meraviglie” (copyright Maurizio Crozza che per nostra fortuna e sua, continua a fare il comico) in politica si afferma chi si presenta bene e non chi ha qualcosa da dire. Nell’era dell’apparire questo è, “se vi pare”, il brand vincente. I politici si vendono come un prodotto di largo consumo. Chi “scende” o “sale” in politica deve avere faccia tosta e bucare lo schermo, altrimenti è meglio desistere, come diceva il Principe De Curtis. Una bella faccia da c. che regala sogni e racconta frottole in quantità industriale vincerà sempre sul politico che ha tante cose importanti da dire, ma non sa comunicarle agli elettori. E proprio perché non sa divulgarle sarà un perdente a vita.

I blog, dunque, che sempre più diventeranno strumenti di (apparente ?, ndr) democrazia e partecipazione. Un’informazione libera e veloce tanta temuta dai regimi dittatoriali che non riescono a controllarla e la temono come fosse un’arma nucleare.

Mettere un diario in Rete vuol dire anche una fonte di guadagno che si ottiene con la pubblicità in pagina. Il blog a 5 stelle di mastro Grillo lo testimonia. Oltretutto sono dei siti che è molto facile aggiornare anche senza una specifica competenza informatica.

Una cosa è certa: “i progressi tecnologici stanno orientano sempre più le strategie di comunicazione”. E’ un cambio di marcia epocale di cui buona parte della classe politica italiana non può, nel prossimo futuro, tenere conto.

 Avviso ai naviganti, soprattutto a quelli che sono rimasti, nonostante tutto, a remare nella smandrappata scialuppa del fu Partito Democratico: “Per il casting delle prossime elezioni (speriamo le più remote possibili) reclutate, oltre a giovani capaci e preparati, anche qualche faccia da talk e da c. L’importante che sia telegenico e spari cazzate a raffica. Tanto il “popolo” quando si reca in “gabina” ha poca memoria, dimentica tutto. L’importante, come dice la mia amica Mariuccia è: “Che il pulitic in television as deva presentà ben”. 

“Tutto il resto è noia!”. Come recitava il “Califfo di Roma Ladrona”.

Alé!

Sergio Calabrese

La notizia smarrita? Cercatela su internet

Un libro di un amico e di un collega che racconta del nuovo giornalismo. Paolo Costa nel suo “La notizia smarrita” spiega come si sta evolvendo la professione di fronte ai nuovi media. Il volume ha due obiettivi:  «Sfatare il mito secondo il quale internet costituirebbe la causa prima della crisi del giornalismo e l’altro mito che considera l’informazione “dal basso”, prodotta dai blog e dal cosiddetto giornalismo partecipativo, necessariamente migliore di quella professionale, in quanto non asservita a logiche del potere politico o economico». Due miti che nel corso delle 224 pagine verranno smontati pezzo a pezzo.

Nella sua analisi, l’autore esce dagli schemi (coloniali) che parlano solo ed esclusivamente dell’Occidente, dove diminuiscono i lettori di giornali. Ma non è così in tutto il mondo. «Affermare che i giornali vendano e si leggano sempre meno è corretto solo con riferimento alla situazione negli Stati Uniti e nel resto dell’Occidente. A livello mondiale il quadro è ben diverso. Secondo la World Association of Newspapers più di 1,7 miliardi di persone quotidianamente leggono il giornale. In particolare nel 2007 più di 532 milioni di persone hanno comprato il giornale. Nel 2003 erano 486 milioni. La crescita è stata nel quinquennio del 9,4%. Considerano anche la free press si arriva al 14,3%.»

Va rilevato che « il numero delle testate giornalistiche è cresciuto in tutto il mondo, tranne che negli Stati Uniti. Oggi 74 del 100 quotidiani più diffusi del mondo sono stampati in Asia. In generale si può dire che le diffusioni soffrono nei paesi più ricchi, mentre sono in crescita in quelli in via di sviluppo». Questo non vuol dire che dobbiamo trasferirci in Asia o Africa, ma che si deve tener conto di tutto il mondo, non solo del nostro orticello (anche se ora particolarmente scarso e chiuso in sé stesso).

Va calcolato che a differenza di quel che succede in Italia, «la crisi della stampa quotidiana negli Stati Uniti è, prima di tutto, la crisi della stampa locale».

In che misura questo quadro è condizionato dall’avvento dei nuovi media? E’ la domanda cui risponde Paolo Costa che si concentra sul quesito se l’informazione online sottragga spazio alla carta stampata. «Stando all’analisi del Readership Institute la risposta è affermativa per il 27% dei lettori, i quali hanno dichiarato di aver ridotto il consumo dei giornali a stampa in seguito alla visita di un giornale online». Ma in generale cresce (negli States e non solo) il numero di quanti “non consumano informazione” o che hanno la tv come principale (e spesso unico) canale dal quale scoprono quel che accade nel mondo (rectius, quello che gli facciamo sapere che accada, che è decisamente meno).

Internet, ha un nucleo più ristretto di pubblico rispetto alla tv, ma ha l’enorme vantaggio che i suoi utenti partecipano più alla vita pubblica. È la rivoluzione 2.0 che sta lentamente arrivando anche nel Bel Paese. « In Italia – scrive Costa – il 94,3$ degli italiani ha guardato la tv tutti i giorni mentre solo il 56,6% ha letto il giornale almeno una volta la settimana. Di qui il calo di 4,4% tra il 2008 e il 2009. La televisione è lo strumento informativo più usato dagli italiani (44,2%), seguito dal giornale (20%) e dalla radio (15%)».

Da questo deriva che solo il 7% si fa influenzare al voto dalla Rete mentre il 78,3% decide in base a quel che sente in tv. Un dato già alto ma in crescita. Anche per questa ragione, «nel 2008 è andato alla televisione il 55% degli investimenti. A livello mondiale tale quota è del 37,8% mentre in Europa non supera il 30%».

Paolo Costa affida però le sue speranze nel futuro, nel fatto che il modello della tv generalista sia giunto al capolinea: « L’avvento della tecnologia trasmissiva digitale (via satellitare o terrestre) ha reso possibile la proliferazione dei canali e la nascita di un’offerta verticale, a pagamento». Non solo a pagamento se vediamo quanti nuovi canali stiano nascendo sul digitale terrestre. So ad esempio che a Sky cominciano a temere che qualcuno rinunci alla loro cara piattaforma per rifugiarsi nel digitale, comodo soprattutto in un periodo di crisi economica (riconosciuta persino dall’ottimista governo Berlusconi).

La buona novella che porta Paolo Costa, almeno per noi che dello scrivere ogni giorno abbiamo fatto una professione è che, anche nell’era Internet dovremmo avere un nostro spazio. Sembra che infatti gli utenti (come segnalava un convegno organizzato alla Statale di Milano lo scorso anno dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia) privilegino nei blog quelli curati da giornalisti. E gli esempi di successo sono sotto gli occhi di tutti: Alessandro Gilioli, Luca Sofri, Massimo Mantellini, Pino Corrias, Marco Travaglio, Vittorio Zambardino, Peter Gomez, Paolo Attivissimo e Luca de Biase, solo per citare i più noti (e più bravi).

«Giornalisti che usano il blog come mezzo per raggiungere il proprio pubblico e interagire con esso, di blogger che in realtà fanno giornalismo tradizionale, di ex giornalisti convertiti al blogging».

Costa (che non si è limitato al libro ma che cura anche un ottimo sito: http://www.paolocosta.net/)  analizza i siti più diffusi nel nostro Paese, quelli legati ai quotidiani nazionali e rileva che, come nella carta stampata, cercano di essere tuttologi, di non puntare a un target. Esattamente il contrario di quel che sta accadendo in Usa, dove anzi si propende per il coinvolgimento degli utenti dal basso (è quello che farà il fattoquotidiano.it quando supererà la crisi per troppi contatti di questi giorni).

Il giornalista moderno dovrà comunque essere cross mediale, capace cioè di fare il mestiere con molte piattaforme. E quanto è accaduto in Iran con Twitter dimostra che la rete è in grado di sfuggire ai regimi più liberticidi. Pensiamoci…

Paolo Costa

La notizia smarrita

Giappichelli editore

Torino, 2010.

Euro: 22