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Visitare Cuba: Santa Clara e il Mausoleo di Che Guevara

Vengo svegliato qui a Santa Clara da un tizio che vende il pane gridando “El Pan” a ogni passo. A seguire gli uccellini completano il lavoro. Si sente spesso anche il clacson dei treni, dato che siamo vicini ai binari e che qui non esistono i passaggi a livello.

La colazione è ancora più abbondante di quelle precedenti. Oltre a frutta, succo, pane, burro, creme caramel ci vengono anche servite patatine fritte, che però respingiamo…


A SPASSO PER SANTA CLARA

Wiky, la nostra padrona di casa, va a lavorare. È impiegata di una  società di servizi provinciale. Se non abbiamo capito male, lavora su un camion che sistema la segnaletica stradale in tutta la provincia di Villa Clara. In casa rimangono la nonna e la tredicenne Reina che deve studiare fisica (domani ha un esame di questa materia, da noi sconosciuta a questa età) un cane e due gatti. Io e Marta salutiamo tutti e ci avventuriamo per Santa Clara.

 Appena fuori dalla casa c’è la sede provinciale del Partito Comunista (Pcc) davanti alla quale è posta una delle numerose statue di Guevara: il Che y el Niño. Dalla cintura del comandante escono 38 soldati, quelli che tentarono con lui di esportare la rivoluzione in Bolivia e per questo vennero uccisi.

LA RUSPA. DEL CHE.

Poco più in là, altro monumento dedicato al Che, alla sua vittoria qui a Santa Clara che segnò l’inizio della fine per la dittatura di Battista. Si possono visitare (per 1 Cuc, ossia 1 dollaro) i carri blindati fermati dal gruppo militare del Che grazie a una ruspa. Posta in bella mostra. Qui non è un simbolo per radere al suolo i campi rom…

 Davanti a questo museo a cielo aperto si trova un negozio di paccottiglia col volto del Che o la bandiera cubana.

 Proseguendo sulla stessa strada, torniamo sul Boulevard dove eravamo stati ieri sera. Tanta gente in giro e parecchi negozi di vestiti: qui a Santa Clara all’aspetto  sembrano tenerci più che altrove.

IN CENTRO

A tal proposito, come in altri posti del mondo, le donne non ci tengono all’abbronzatura e girano sotto il sole con grandi ombrelli. Entriamo nel supermercato che avevamo adocchiato il giorno prima. Acquistiamo una bottiglia d’acqua (qui sono davvero difficili da trovare) e osserviamo ammirati lo scaffale delle bibite. Tutte rigorosamente cubane.

IL MAUSOLEO DEL CHE

Prendiamo poi una bici-taxi che per 5 Cuc (ossia, 5 dollari) ci porta al Mausoleo dove, dal 1989 (dopo essere stato tumulato per anni in una fossa comune boliviana) è sepolto il Che (insieme ai combattenti con cui perse la vita).


Per accedere al sacrario – dove brucia la fiamma perenne – bisogna lasciare zaini e borse in un deposito a destra dell’entrata (la tomba è alle spalle della grande statua del Che). Dentro è molto poco illuminato. Appena al lato si visita un museo dove sono custoditi cimeli del Comandante.

Poi si esce e si ammira Plaza de la Revolucion con l’enorme statua del Che (sotto la quale c’è scritto Hasta la Victoria, Siempre!). Gli occidentali si scattano selfie.

TANTO TRAFFICO

Lasciamo il sacrario e torniamo a piedi in centro. Il traffico di Santa Clara assomiglia a quello rumoroso dell’Avana. Rimpiangiamo un po’ Trinidad.

Anche qui parecchi cavalli, per lo più mal messi, che trascinano carrozze che fungono da taxi collettivi.

 Arriviamo al Parque Vidal, centro nevralgico della città. Le panchine all’ombra sono occupate da cubani che chiacchierano o discutono. Troviamo anche un nuovo mezzo di trasporto, dedicato ai bambini: carrozze trainate da capre! Poco istruttivo.


SU EL COCHE A CAVALLO

Rientriamo in casa perché Marta è spossata dal caldo. Si addormenta subito e io la lascio alle cure della sua coetanea e della nonna e mi avventuro di nuovo in città. Vorrei visitare la fabbrica dei sigari, che dicono essere una delle più importanti di Cuba. Dato che l’orario visite termina alle 15 e che non manca molto, salgo a bordo di un carretto a cavallo per fare in tempo.


Pago 4 Cuc ma una volta arrivato alla fabbrica scopro che le visite sono interrotte sine die per lavori al tetto. Mi accontento di una foto dall’esterno.

 LA PISSA, LA PISSA

Rientrando in centro mi accorgo che tutti mangiano una pizzetta camminando (i venditori urlano La Pissa, La Pissa!) e mi metto in coda coi cubani. È buona e ha un prezzo assolutamente concorrenziale: 25 centesimi di peso convertibile (ossia di dollaro). È il prezzo reale che pagano i cubani (il costo originario è 5 pesos cubani. 1 peso convertibile, i Cuc, vale 25 pesos non convertibili, Cup). Va considerato che lo stipendio medio qui a Cuba non supera i 20 Cuc al mese.


DESTINAZIONE PARADISO

La famiglia che ci ospita è molto cattolica. E ci suggerisce di vedere praticamente tutte le chiese di Santa Clara. L’accontento in parte. Su esplicita richiesta, vado alla Iglesia de Nuestra Senora del Buen Viaje (tra Pedro Estévez e R.Pardo) e capisco subito di avere fatto bene ad accogliere il suggerimento. È bella sia fuori che dentro.


SALENDO SULLA LOMA DEL CAPIRO

Di seguito, altra tappa questa volta consigliata dalla Lonely Planet: la Loma del Capiro, una collina che domina Santa Clara e che fu difesa dal Che e dai suoi uomini durante la liberazione della città.

La salita, sotto il solleone, mi ha ricordato la fatica fatta per salire sul Partenone. Ma arrivati su, sovrastati dalla bandiera cubana è da quella rivoluzionaria, la vista è magnifica e la pace assoluta.


DUE CHIACCHIERE E DODICI SIGARI…

Scendendo, con spirito rasserenato, incontro un signore che si mette a parlarmi in italiano: mi racconta del figlio che lavora come medico a Padova, dove ha messo su famiglia. Il mio interlocutore invece lavora alla fabbrica di sigari che non sono riuscito a visitare. Chiedo informazioni sui turni di lavoro e sui sigari e lui immediatamente cerca di vendermene una dozzina, ovviamente di contrabbando, a 25 Cuc: Vendendoli in Italia farai un sacco di soldi, mi dice. Non mi interessa come prospettiva e nemmeno come metodo. E me ne vado deluso per la chiacchierata con meri fini economici.

Mi rassereno coi cubani osservando un anziano intento nella lettura fuori dal suo negozio.

Ah, un altra cosa che con Marta (che intanto ho recuperato) abbiamo notato è che nessuno lascia moto o bici per strada, perché temono furti.

Ripassiamo da casa ma spinti dalla abuela (la nonna della nostra casa particular) andiamo poi a vedere un’altra chiesa, un po’ più lontana: Santissima Madre del Buen Pastore Senora del Buen Viajo (Cuba angolo Pastora).

È bella, ma chiusa. 

CHE MUSICA, RAGAZZI!

Ci sediamo ad ammirarla e notiamo tanta gente. In poco tempo vanno tutti in strada, e noi li seguiamo.

Si manifesta, a sorpresa, davanti a noi uno spettacolo incredibile: parte la musica con tamburi Conga e iniziano le prove di ballo per la festa nazionale del 26 luglio (Día de la Rebeldía Nacional).

La strada è invasa di ballerini. Scena da guardare ammirati e in silenzio, come abbiamo fatto noi.

 

GELATO, A DUE GUSTI

Marta non ha fame e osservando un po’ di menù di ristoranti non ne trovo uno con piatti vegetariani. Decidiamo quindi di accontentarci di un gelato. La gelateria ha però solo due gusti: cioccolato e fragola (come Fresa y Chocolate, il bellissimo film sull’omosessualità a Cuba).

Scegliamo ovviamente quelli…

Tre palline costano un peso convertibile.

 ANCORA MUSICA IN PIAZZA

Chiudiamo la serata sempre a suon di musica. Al Parque Vidal, la piazza principale di Santa Clara, ogni giovedì e domenica alle 20 in punto, suona gratuitamente l’orchestra municipale.

Che attacca con l’inno nazionale cubano.

Rientriamo a Hostal Vida. Vicky, la gentilissima padrona di casa, passa la serata a trovarci altre case particular per le prossime tappe mentre io e Marta e per un po’ Reinavida vediamo un catastrofista film americano con sottotitoli spagnoli.

Ci addormentiamo comunque senza incubi.

Ad maiora

Murales rivoluzionario a L'Avana, Cuba

Visitare Cuba: Centro Habana

Secondo giorno di viaggio qui a Cuba. Il primo dedicato alla visita della sua capitale.

Mi sveglio alle 5 del mattino (le 10 in Italia) perché il mio corpo non si è ancora adattato al nuovo fuso orario. Marta invece ronfa di gusto. Buon per lei. 

La colazione da Lazaro è buona. Perché, come mi ricordavo da Haiti, il sapore della frutta che si trova qui non è rinvenibile altrove. Ottimo anche il caffè cubano.


Rinfrancati dal cibo ci lanciamo alla visita del centro de L’Avana, dove ci troviamo. Avevamo letto nel guest-post di Fraintesa come sarebbe stato l’approccio di tanti cubani alla vista di due stranieri che passeggiano per strada. I cosiddetti jineteros ci hanno offerto taxi-sigari-alcol-ristoranti ogni minuto e mezzo e chiesto soldi ogni cinque. Ce la siamo cavata con qualche peso convertibile (Cuc).

La città è di una bellezza decadente. Il traffico è però micidiale e la puzza di benzina di scarsa qualità ti accompagna ovunque. Le vie laterali (quelle che dal mare vengono verso il centro) sono meno trafficate. E quindi migliori da percorrere a piedi (sempre evitando, a fatica, l’offerta dei taxi).


Il caldo è opprimente. Troviamo refrigerio in un bar e soprattutto un po’ di tranquillità nella chiesa (neogotica) del Sagrado Corazon de Jesus.


Ci sono palazzi maestosi, anche se molti sono chiusi per ristrutturazione, come il Capitolio Nacional. Nessuno sa dire quando verrà riaperto questo edificio (più alto di quello di Washington cui si ispira). Questa, a quanto dicono gli habaneros con cui abbiamo parlato, sembra dovrà diventare la sede del parlamento cubano.


A pranzo mangiamo una discreta pizza, pietanza che si trova praticamente ovunque in giro per L’Avana (“La pissa, la pissa” si sente spesso gridare per strada dai venditori porta a porta). Due pizze e due bottiglie d’acqua 8 Cuc.
Costano un poco di più i vestiti che ho dovuto comprare per sopravvivere in attesa dell’arrivo della valigia che ieri non mi hanno consegnato al mio arrivo a L’Avana. Da Air France fanno sapere che è rimasta a Parigi.

CHINA TOWN SENZA CINESI
Sempre in Centro Habana visitiamo anche il quartiere cinese (Barrio Chino), uno dei più grandi delle Americhe, con una caratteristica: i cinesi se ne sono andati (in Canada e Usa) dopo la vittoria della rivoluzione socialista. Gliene era evidentemente bastata una…


A proposito di rivoluzione guevarista, in giro si trovano dei murales davvero bellissimi. A parte quelle ufficiali comunque, difficilmente ci sono altre scritte, o tag.


Aspettiamo invano un amico cubano di Marta e poi decidiamo di uscire per fare la spesa. Domani ci aspetta un lungo viaggio in bus, destinazione: Trinidad. A L’Avana, o almeno nel suo centro, non ci sono “supermercati” come li intendiamo noi, ma tanti piccoli negozi (tiendas) che vendono alcuni prodotti. Preparatevi a lunghe code, spesso infruttifere. Spesso quando entrate (siete stranieri, immediatamente riconoscibili) c’è qualcuno che vi cerca di aiutare a ordinare e poi immancabilmente vi dice che ha il bambino che sta male e ha bisogno di soldi. Anche comprare l’acqua comporta quindi un esborso doppio. La frutta (salvo le mele, ma ne parleremo tra poco) costa davvero poco: è però molto matura e quindi va mangiata praticamente subito


Sulla Lonely planet indicano un negozio dove si può trovare di tutto, ma non troviamo il posto! Nel frattempo, camminando sotto il sole, siamo passati da Centro Habana a Habana Vieja. Se nella prima ci sono case diroccate e tanti cubani, qui le case sono tutte in ordine e incrociamo turisti a frotte. Malgrado questi segnali di allarme, incappiamo nella prima fregatura cubana: compiamo cinque mele che ci vengono fatte pagare 5 pesos convertibili. Cinque euro al chilo, praticamente. Manco in Montenapoleone! Va beh, ci consoliamo pensando che quello dovrebbe essere il costo del pranzo di domani (insieme a qualche snack).


A cena seguiamo pedissequamente la Lonely e andiamo da Hanoi ristorante di cucina cubana nella Habana Veja. Troviamo quattro inglesi tutti muniti, come noi, della stessa guida inglese (praticamente ne conteremo decine di copie al giorno, stessa foto in copertina, qualcuna col titolo Kuba, alla tedesca). Mangiamo bene, ascoltando musica cubana.

I prezzi sono onesti (12.50 Cuc, più mancia per camerieri e musicisti) e nel menù c’è una parte vegetariana. Miracolo!  Marta entusiasta della salsa ai pomodori che accompagnava i gamberetti.


Usciamo dal locale (che di Vietnam ha solo il nome) e andiamo a fare due passi in Plaza Veja (visiteremo con calma il resto della città vecchia al nostro ritorno, tra una settimana). È un posto davvero magico… Ma sembra di stare in Spagna! Tutto è perfetto, assolutamente in dissonanza col resto dell’Avana.


Forse anche per questa ragione, la maggioranza di quanti passeggiano qui sono turisti stranieri. Torniamo subito nel “nostro” quartiere (Centro Habana). Lo si riconosce dalle strade dissestata e dalla gente che cammina senza la guida turistica in mano (semmai con della frutta).


Si vedono anche ragazzini che giocano a pallone per strada (scena da noi scomparsa negli anni ’70) e altri che giocano a basket, in mezzo al traffico (scena da noi mai vista, ma negli States sì).


Andiamo a dormire abbastanza presto ma veniamo svegliati (il plurale qui è maiestatis) da Lazaro che ci invita ad alzarsi perché dall’aeroporto hanno riportato la valigia. Miracolo. Firmo al buio un foglietto che mi pone il tassista e riporto il mio bagaglio disperso in camera. Non lo apro nemmeno e mi rimetto a dormire. Soddisfatto. Domani affronterò il viaggio coi miei vestiti.

Ad maiora.

Mirror Slurp all’insegna della pizza

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Serata dedicata alla Pizza a The Hub Hotel di Milano.

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Prima della cena c’è stata una lezione dello chef Renato Bosco di Saporè (San Martino Buon Albergo, Verona) che qui spiega i trucchi per cuocere, anche a casa, una buona pizza:

La serata faceva parte di Mirror Slurp, serie di iniziative dedicate al cibo organizzate da Carlo Vischi.
Si è mangiato pizza o similari dall’antipasto al secondo (anche in chiave Veg). Il dolce era un ottimo panettone estivo.

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Come ingredienti sono state utilizzate le farine Petra.

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Ad maiora

L’italiano di Helsinki (fotografare per credere)

Helsinki è una città bellissima da visitare. Anche in primavera. Il freddo è infatti molto più asciutto e sopportabile, rispetto alle nostre latitudini.
La capitale finlandese può accontentare anche tutti quegli italiani che lontani da casa si sentono persi. No, non sto parlando di mangiare la pasta o di bere il caffè (anche se quello finnico non ha niente da invidiare a molti della Penisola).
Ma delle numerose parole italiane che potete leggere ovunque. Il finlandese deriva infatti da un ceppo linguistico non indoeuropeo (ugrofinnico) e ha quindi radici e sonorità molto diverse da quelle cui siamo abituati (salvo che si abbiamo origini ungheresi).
Ma i finlandesi amano l’Italia e la cultura italiana ed è così facile incappare in scritte nella lingua di Dante.
Soprattutto per attirare clienti nei ristoranti.

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La pizza va per la maggiore. Ed è curioso come molti dei cosiddetti kebabbari annuncino trionfalmente di prepararla per attrarre clienti.

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Nella scelta dei ristoranti italiani potete propendere anche per quelli più padani…

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Anche uno dei più noti ristoranti di cucina italiana qui a Helsinki porta d’altronde un nome nordico.

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In metrò potete trovare la pubblicità dei prodotti Santamaria, anche se a leggere il sito, il cibo sembra tex-mex.

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Il “prego” è scritto in italiano.

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Come il nome del baffetto di Mr. Panini.

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Concludo con la musica. Al super mi è capitato di sentire Baglioni. Mentre la capitale finlandese è invasa dai poster dell’Eros tricolore. Da queste parti fa il tutto esaurito.

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Ad maiora