Pierluigi Bersani

DOPO DI LUI UN (INASPETTATO) DILUVIO

Un libro da leggere in questi giorni in cui si parla del dopo-Berlusconi. Anche se il titolo del volume di Oliviero Beha “Dopo il diluvio” (Chiarelettere) fa pensare a grandi imperatori francesi. E invece bisogna guardare più in basso, molto ma molto più in basso: “Le escort di Bari e non solo, lo scandalo Tarantini, la D’Addario a fotografare il premier a Palazzo Grazioli nel leggendario “lettone di Putin” con tanto di registrazioni delle telefonate e dei momenti hard. Dovessi sceglierne una, opterei per la registrazione dello scambio in cui Lui la richiama perché ‘è tornato forte come un toro’, Lei accorre ma lo trova ‘inadeguato’, Lui risolve con un ‘Beh, allora pisciami addosso’ che la Repubblica dovrebbe adottare come story board pubblicitario e insieme epigrafe di questo favoloso Terzo millennio. Dopo di lui il diluvio, appunto…”
Sono state le uniche parole che mi hanno fatto piegare in due dal ridere di un volume che è tutt’altro che allegro e capace di dare speranze. Ma è stato scritto prima della recente tornata elettorale…
Beha, giornalista e polemista (che purtroppo non possiamo più vedere sul Tg3) se la prende con Carlo Freccero che (intervistato dal Giornale) dice una frase davvero discutibile: “L’intellettuale italiano che è stato più sopravvalutato? Certamente Pier Paolo Pasolini”.
Pasolini rappresenta invece il leitmotiv di un racconto che Beha fa degli ultimi anni della nosta stanca Repubblica. Diventata, non solo mediatica, ma anche pubblicitaria. Capace di creare “un flusso mediatico che promuove e vende merce come un’altra, un candidato come un automobile un pannolino un tipo di carta igienica. Berlusconi ha introdotto una novità che colpisce dritto al cuore di questa comunicazione. Ha svuotato le parole come gusci d’ostrica, ha mangiato l’ostrica e ne parla come se dentro il guscio ci fosse ancora qualcosa. Dentro non c’è più nulla. A colpi di dico/non dico, e poi di bugie e smentite e contraddizioni qualsiasi, su cose importanti come su pinzillacchere, Lui continua a “spacciare conchiglie” che sono vuote da un pezzo. Che valgono solo in quanto conchiglie teoricamente piene e in realtà desolatamente prive di ostriche, un prodotto mediatico cui gli italiani si sono assuefatti perfettamente, o quasi”.
Beha critica aspramente anche Bersani (“correo di aver sempre considerato ‘normale’ Berlusconi a patto di vincere le elezioni), i politici trombati che vanno a dirigere le Asl (a volte anche se sono in odore di ‘ndrangheta), e Giorgio Napolitano di cui ricorda le tante controfirme (come al decreto salva liste) ma anche le critiche a Clementina Forleo, da tempo ormai ‘esiliata’ in provincia.
Beha vede elementi positivi nella nascita del “Fatto quotidiano” e si augura per l’Italia una svolta arancione: “Bisogna uscire dal Teatro Italia, evitare l’asfissia. Respirare altra aria. Girare per strada, e organizzandosi fare fra Galdino casa per casa, scuola per scuola, università per università, associazione per associazione culturale, politica, ricreativa, sportiva, ecologica e quant’altre ve ne siano. Farlo perché è necessario, perché nel Teatro la vicenda è già finita, e se fino a ieri era solo scadente la pièce, adesso sta addirittura bruciando l’edificio”.
Il fuoco ora sembra sia stato spento dalla mobilitazione popolare (e digitale). Vedremo se, a differenza di Kiev, chi ha preso il potere non finirà per deludere. Tante più alte le aspettative, tanto più forti i rischi di disamoramento.
Ad maiora
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Oliviero Beha
Dopo di lui il diluvio
Chiarelettere
Milano, 2010
Pagg. 236
Euro 14

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BERSANI:”IL PROBLEMA NON E’ CHE VA IN RUSSIA. MA CHE POI TORNI”

Pierluigi Bersani ieri era alla Festa democratica milanese. Sala piena, maxischermo anche fuori, per permettere a quanti non sono riusciti a stare sotto il tendone di seguire l’intervento.

Ha scaldato la platea parlando di ‘Italtel, di come il governo ha affrontato la crisi, della Lega (“Non ci parlino più di Roma ladrona fino a quando reggono il sacco a quattro ladroni di Roma), di SB (veltronianamente mai citato, ma chiamato “il miliardario”), di Cuffaro (“Diventerà il governo Bossi-Cuffaro”), di Veltroni (“Non possiamo fare un congresso alla settimana”), di riforme (“Si possono fare con la democrazia, non con il populismo e i sondaggi”), di Alitalia (“L’Italia avrebbe potuto entrare nel board di un nuovo vettore europeo e invece si è scelto di fare la nuova Airone”), di Boeri (“Avevamo il diritto di fare una scelta, di indicare un progetto”), del Partito del Predellino (“Si è ribaltato alla prima curva”) e via dicendo.

La mia attenzione si è però soffermata sulla domanda che il collega di Repubblica che moderava la serata gli ha posto sulla politica estera, uno dei temi che mi appassiona ma sui quali, oggettivamente, non si basa la campagna elettorale perenne nella quale si dibatte il nostro periferico Paese.

La vicenda Gheddafi, il segretario del Pd la spiega come frutto della “politica personalistica” che Berlusconi fa anche in politica estera, con le “relazioni speciali che lo portano verso paesi dove non c’è l’opinione pubblica”.

Provi ad andare in Francia e in Inghilterra a fare quel che fa in Russia, dice Bersani. Che sulle visite di SB da Putin se la cava con una battuta: “Il problema non è che va in Russia. Il problema è che poi torna”.

Ovvia propaganda. Sulla quale obietto solo su due punti. L’accordo italo-libico, grazie al quale Gheddafi può non solo fare lo sbruffone a Roma (invitando alla conversione islamica dell’Europa) ma addirittura sparare con nostri navi militari su nostri pescherecci, in acque internazionali, è stato votato anche dal Pd. Salvo tre deputati dissidenti e la pattuglia radicale.

Seconda obiezione. Con Putin, gli accordi li ha stretti anche  il centro sinistra. Bersani e Prodi, come primo viaggio all’estero dell’ultimo esecutivo non berlusconiano, andarono a San Pietroburgo a firmare contratti con Gazprom. E sotto il cappello prodian-bersaniano, Eni ed Enel acquisirono gli asset di Yukos, società fatta fallire per motivi politici dal regime putiniano. Asset che, con Berlusconi (e Scaroni, che rimane al suo posto qualunque governo governi) sono tornati nelle sicure mani russe (in una delle tante gite sulla battigia di Soci).

Su questo fronte, i laburisti inglesi potrebbero forse dare qualche dritta ai loro amici italiani.

Ma dimenticavo, qui non si discute di politica estera.

Ad maiora.