Ossezia del Sud

20MILA SERBI KOSOVARI PRONTI A UNA NUOVA “SECESSIONE”, VERSO LA RUSSIA

Oltre ventimila serbi kosovari avrebbero chiesto la cittadinanza russa all’ambasciata moscovita di Belgrado: lo riferiscono i media serbi che citano Zlatan Djordjevic, portavoce del movimento ‘Vecchia Serbia’. Djordjevic ha dichiarato che circa 21.000 lettere saranno inviate alla Duma, la camera bassa del Parlamento russo, attraverso il ministero degli Esteri di Mosca: “Abbiamo prima cercato tutela da parte del nostro Paese, la Serbia, ma ci ha respinto lasciandoci nello Stato che noi rifiutiamo di riconoscere”. Lo Stato di cui si parla è il Kosovo, che nel 2008 si è dichiarato indipendente. Sono molti i serbi kosovari che non riconoscono i recenti accordi raggiunti tra Pristina e Belgrado con la mediazione europea.
A differenza delle doppiette bresciane e bergamasche che sarebbero state pronte per la secessione padana, le minacce dei serbi di Mitrovica e dintorni sono da prendere in seria considerazione.
Per loro la strada l’hanno segnata le repubbliche indipendentiste georgiane, di Ossezia meridionale e Abkhazia. Lì, la massiccia distribuzione di passaporti russi, unita alla follia militare e nazionalista di Saakashvili (cui fa eco il machismo putiniano) hanno portato due anni fa a una guerra e a un indipendenza de facto. A differenza del Kosovo, appoggiato dagli Usa, gli staterelli georgiani russofili hanno però ottenuto un misero riconoscimento internazionale.
Ma ora, con la Russia nel Wto (ammessa dopo anni di veto georgiano) le cose potrebbero cambiare.
Ad maiora.

ENNESIMA AGGRESSIONE A UN GIORNALISTA IN RUSSIA

Partiamo dal fondo, dalle roboanti dichiarazioni del presidente Medvedev che, dopo l’ennesima aggressione a un giornalista a Mosca, ha invitato il procuratore generale Juri Chaika “di seguire in maniera speciale l’inchiesta sul crimine commesso ai danni del giornalista del Kommersant Oleg Kashin”.
Se non ci fosse da piangere per quel che succede ai colleghi russi, bisognerebbe ridere.
Sia perche’ Chaika (ex ministro putiniano della giustizia) e’ lo stesso che ha indagato sull’uccisione di Anna Politkovskaja, i cui assassini e mandanti se la godono da qualche parte nel mondo.
Sia perche’ alla fine, Medvedev ha semplicemente un ufficio stampa più efficiente e più occidentale di quello dell’attuale presidente del consiglio russo Putin e quindi se la cava con toccanti dichiarazioni, che diventeranno titoli sui giornali moscoviti e occhielli in quelli del resto del mondo.
Ma dietro il fumo di queste parole, poi non resta niente.
Siamo ancora in fiduciosa attesa che il presidente Medvedev faccia una conferenza stampa con le foto degli assassini di Natasha Estemirova. A luglio, a un anno esatto dall’impunito omicidio della collega in Daghestan, aveva annunciato: individuati i killer!
Puntualmente divenne un titolo di tutti i giornali, in Russia e non solo.
Sono passati 4 mesi e si sta ancora aspettando che si passi dall’individuazione all’arresto. Ma forse si chiede troppo.
Quando venne assassinata la Politkovskaja inorridii per il prungato silenzio di Putin: parlo’ solo tre giorni dopo, a Dresda – nella citta’ dove aveva fatto la spia del Kgb fino alla caduta del muro – ma forse avrebbe fatto più bella figura a mantenere il riserbo.
Alla fine, alla luce del tempo che passa, finisco per preferire il velenoso silenzio putiniano a queste ipocrite parole del suo ex delfino, dette tra un viaggio in Ossezia del Sud e uno alle Kurili.
Resta il fatto che Oleg, giornalista trentenne critico verso il partito unico che guida Cremlino, governo e tutte le 89 realtà locali russe, e’ stato pestato a morte.
Non gli hanno rubato portafoglio o cellulare. Gli hanno dato una scarica di botte, spezzandogli ossa e ledendogli organi interni. Ora e’ in coma farmacologico.
In Russia, paese tra i più pericolosi per chi fa il nostro mestiere, anziché le querele si usano i pestaggi, il veleno, il polonio. E a volte anche i proiettili.
Veloci quasi quante le dichiarazioni dei politici.

Ad maiora

ABKHAZIA: DOPO I MISSILI, LUKASHENKO?

Mentre le fiamme dei devastanti incendi sono sempre più vicine all’impianto atomico di Saratov (sarebbe interessante saperne cosa ne pensi il candidato alla commissione per la “sicurezza nucleare” italiana, il parlamentare pd Veronesi), mentre il governo tace sul numero dei morti, al Cremlino continuano ad occuparsi di Abkhazia e Ossezia del sud. Malgrado l’emergenza (tardivamente dichiarata) a Mosca, qualche giorno fa il presidente Medvedev è volato a Sukhumi per celebrare la vittora nella guerra contro la Georgia. A ruota è stato annunciato che proprio in Abkhazia sono stati posti missili terra-aria S-300. Il tutto per difendere le due zone abitate da russi, russofoni e russofili (tuttora sotto la sovranità di Tbilisi però).

Ora dal Cremlino si fa trapelare la voce che anche la Bielorussia di Lukashenko sarebbe in procinto di  riconoscere l’indipendenza di Ossezia meridionale e Abkhazia. Diventerebbe così il quarto Stato dopo Venezuela, Nicaragua e Nauru (piccola e quotatissima isola del Pacifico) a riconoscere la secessione. Starebbe anche a significare un riavvicinamento tra Lukashenko e Putin, dopo mesi di freddezza. Sarà per il caldo di questa strana estate russa.

MEDVEDEV LASCIA MOSCA AVVOLTA DAL FUMO

Mentre Mosca muore di caldo ed è avvolta da un fumo che impedisce di respirare, il presidente Medvedev non trova niente di meglio che andare in Abkhazia a festeggiare il secondo anniversario della vittoria nella guerra contro la Georgia. L’Abkhazia è una regione secessionista russofona e russofila della Georgia. L’anno scorso le truppe georgiane colpirono l’Ossezia del Sud, scatenando la reazione russa (a Mosca parlarono di genocidio, fatto mai dimostrato) che invase gran parte della repubblica ex sovietica.

L’Abkhazia, regione sul Mar Nero a poca distanza da Soci (località marittima che ha ospitato anche vertici Berlusconi-Putin-Gazprom-Eni e a cui sono state assegnate, avendo alle spalle le alte montagne caucasiche, le Olimpiadi invernali del 2014) approfittò della guerra russo-osseto-georgiano per rendere ancora più definito il suo distacco da Tbilisi (iniziato nel 1992).  Il tutto con l’aiuto delle truppe russe. Qui d’altronde Mosca ha distribuito passaporti a piene mani.

Il presidente russo Dmitrij Medvedev oggi ha promesso che Mosca fornirà un ulteriore sostegno alle regioni separatiste georgiane. Il presidente putiniano ha spiegato che il conflitto con la Georgia (durata 5 giorni) è stata una “guerra giusta”.

Una guerra vittoriosa, cui seguì il solito flop di politica estera internazionale della “Russia di Putin”. Mentre altre regioni secessioniste (Kosovo, ad esempio) ottengono numerosi riconoscimenti internazionali, Abkhazia e Ossezia del Nord hanno fallito l’obiettivo.

Malgrado le pressioni russe, i due piccoli staterelli (che la comunità internazionale considera ancora province interne alla Georgia), sono stati riconosciuti solo da Venezuela e Nicaragua. Persino la Bielorussia ha detto no.

Il terzo paese che ha dato l’ok è la Repubblica di Nauru, il più piccolo stato al mondo, un’isola dell’Oceano Pacifico di 21 chilometri quadrati che nel 1968 si è resa indipendente dal Regno Unito. Secondo il quotidiano economico russo Kommersant, Mosca avrebbe promesso al piccolissimo paese un prestito di 50 milioni di dollari in cambio del riconoscimento. Nauru, che dev’essere abitata e guidata da furbacchioni, aveva ottenuto aiuti (economici) dall’Unione europea dopo il riconoscimento del Kosovo e dalla Cina per aver riconosciuto i suoi diritti su Taiwan.

Ad maiora.