Napolitano

E’ duro essere gay, a Roma come a Mosca

Youths kick gay rights activist during protest
L’omofobia campeggia su molti siti stranieri. El Pais decide di concentrarsi, oltre a quella in salsa russa, anche su quella che purtroppo impera nel nostro paese. Per quanto riguarda la nazione guidata da Putin, il Guardian riferisce che i giovani comunicano di nascosto per evitare la legge che limita la loro libertà. La Cnn racconta di un giornalista russo che fa coming out e viene licenziato (via sms).

La notizia che apre tutti i quotidiani italiani – la nota di Napolitano – la troviamo solo sul Pais, mentre il Corriere del Ticino dedica spazio a Marina Berlusconi che rimane nell’azienda, di famiglia.
Finisco col calcio. L’incontro tra il Papa e le nazionali argentine e italiane, il Guardian lo riassume con la stretta di mano con Mario Balotelli.
La Faz parla invece di Mario Gomez, punta della Fiorentina: “la macchina del gol non si fermerà”, il titolo.
Ad maiora

I DUE MEETING

Piccolo bilancio della mia permanenza al Meeting di Rimini. Riflessioni epidermiche, dettate più da istintiva curiosità che da intelletto (sempre che ne sia dotato).

L’impressione netta è che ci siano due Meeting. Il primo si svolge tra l’ingresso della Fiera (quello della fontana, nella quale, a dimostrazione che si tratta di una sorta di icona, di fondale televisivo – pur temporaneo – è arrivato anche Paolini a farsi il bagno, ad uso di telecamere e fotografi), lo spazio antistante i salottini dove i vip si incontrano (accompagnati da una legione di giovani ciellini vestiti di rosso) e la sala stampa, dove vivono i corrispondenti e dove si svolgono le conferenze stampa. Ci sono centinaia di colleghi di decine di testate, qui inviati anche perché da questa località marittima (oltre che a Cortina) passano parecchi politici e imprenditori. Oggi Marchionne, ieri Tremonti.

Chi viene a seguire il Meeting senza essere un giornalista tutti questi spazi “da giornalisti” non li frequenta. Entra dalla stessa porta, affacciata sulla fontana, poi prende un’altra strada. Va a seguire (facendosi alle volte un’ora di coda) convegni dove si discute di un po’ di tutto: di cristiani nel mondo, di politica ed economia, di volontariato, di paesi in via di sviluppo, di giornalismo ed ovviamente di religione.

Chi vaghi per gli stand della Fiera riminese e poi la sera accenda la televisione per vedere come venga raccontato il Meeting ne resta probabilmente stupito perché ciò che viene descritto è qualcosa di cui non può aver avuto percezione. È come se alla Domenica sportiva vi facessero vedere solo i commenti negli spogliatoi e non la partita.

La frase di Marchionne rivolta a Napolitano è stata, ad esempio, detta dopo la conferenza pubblica. Solo al manipolo di giornalisti. Le duemila persone che hanno seguito il lungo incontro con l’ad della Fiat, quell’apertura al Presidente della Repubblica (cui il Colle ha risposto) l’avranno scoperta stasera in televisione.

Ma ai nostri potenti piace fare così: godono nell’essere assediati, seguiti da una torma di giornalisti, operatori di riprese e fotografi. È il bagno di folla che più desiderano.

Quello virtuale.

HACKER CONTRO ARTICOLO21

Prima il furto di sette computer poi, oggi, l’attacco degli hacker. Trecento i documenti cancellati definitivamente, con una ricerca accurata dei pezzi che parlavano di mafia, di criminalità organizzata e di politica. Interviste e inchieste sugli intrecci tra partiti e cosche.

Questa la denuncia on-line:

http://www.articolo21.org/1625/notizia/ennesimo-grave-attacco-hacker-contro-il-sito-di.html

Il sito di articolo21.org (con il quale anche chi scrive collabora) non piace a qualcuno, anzi temo a più di uno. Il direttore di Articolo21, Stefano Corradino, ha sporto denuncia alla Polizia delle telecomunicazioni. Speriamo che individuino le manine che stanno intervenendo contro una voce libera dell’informazione on-line.

Spiega Corradino: “Anche oggi, come successo per altri attacchi hacker, l’operazione chirurgica contro il nostro giornale on-line si è scatenata in coincidenza con la pubblicazione di un nuovo intervento di Roberto Morrione, direttore di Libera informazione”.

Secondo chi gestisce il sito, l’attacco è da attribuire anche alla recente campagna lanciata in difesa delle prerogative del presidente Napolitano.  
Non è la prima offensiva degli hacker contro Articolo 21. “Era già capitato – commenta Corradino – e guarda caso proprio in coincidenza della nostre campagne che denunciavano pesanti connivenze tra la politica e i clan”. Il sito annuncia di non voler abbassare la testa: “Non ci fermeranno e e continueremo con le nostre battaglie quotidiane di libertà e giustizia”.

Agli amici di Articolo21, che –peraltro – hanno sempre sostenuto le battaglie in ricordo di Anna Politkovskaja, vada un abbraccio solidale.

Non mollare!

PILLOLE MONDIALI. 16

Nella pillola mondiale 12 a pochi minuti dal fischio d’inizio tra Italia e Slovacchia sottolineavo il fatto che il ministro Brancher non avesse scelto una data a caso per dichiarare ai giudici milanesi – che lo vogliono processare – di essere “legittimamente impedito”, per il processo a suo carico. Pensavo che la vittoria o la sconfitta degli azzurri avrebbe fatto scivolare la notizia in secondo piano. E così è stato, parzialmente.

Poi la nota del Quirinale (irricevibile a mio avviso peraltro, visto che nella legge sul legittimo impedimento non si fa riferimento a ministri con o senza portafoglio – legge che Napolitano ha comunque firmato solo pochi mesi fa) e soprattutto lo sfogo del PM in aula (“Mi sento preso i giro!”) hanno rilanciato la pallina dall’altra parte della rete, nel campo di Berlusconi-Brancher-Calderoli.

Ora Aldo Brancher, in un intervista al TG3, torna sul tema da cui tutto era partito: il legittimo impedimento chiesto (quale primo atto nel suo nuovo incarico ministeriale) nel giorno della partita. Dichiara il Ministro (al Decentramento o al Federalismo o a chissà cosa altro): “È indecente, non si è mai visto che l’Italia dopo aver perso i Mondiali se la prende con me”.

Qui però commette un piccolo errore. Di tempi, il neo ministro.

Il legittimo impedimento è stato chiesto prima della partita e le critiche sono cominciate a piovere prima del terzo gol di Kopunék. Temo che AB debba tornare a un catenaccio vecchia maniera. Il contropiede non mi sembra sia andato in porto

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Kamikaze a 17 anni: una sconfitta per tutti

«Ora il sogno di vendicarsi da sole per la perdita dei figli, dei mariti e dei fratelli è la massima ambizione di migliaia di madri, mogli e sorelle. E non perché lo esigano l’islam o gli adaty (le norme di vita tradizionali), ma perché non hanno altra scelta. Nella zona delle “operazioni antiterrorismo” la gente è condannata a farsi giustizia da sé, perché malgrado la presenza di tanti soldati armati non esiste nessuna tutela dei più elementari diritti umani». Così scriveva la compianta Anna Politkovskaja dopo l’assalto al teatro Dubrovka.

La foto che viene fatta circolare oggi dal quotidiano russo Kommersant su una delle due kamikaze che si sono fatte saltare nella metropolitana di Mosca mette i brividi, anche ripensando alle parole di Anna/Cassandra.

Jennet Abdurakhmanova, aveva 17 anni ma era già vedova del leader della guerriglia daghestana Umalat Magomedov, ucciso in un operazione di polizia a capodanno. La foto dei due, entrambi armati, racconta l’insuccesso della strategia putiniana (e del suo omologo tecnocrate ora al Cremlino). Non è stanandoli nel cesso o cercandoli nelle fogne (per usare il linguaggio del premier russo, con due frasi a distanza di 10 anni che segnano una stagione politica terrificante), e nemmeno usando metodi più crudeli (per citare quello che Napolitano aveva chiamato l’uomo nuovo, Medvedev) che si risolverà la crisi caucasica. Anche l’altra kamikaze, cecena, ventenne, era una “vedova di Allah”: il marito era il guerrigliero ceceno Said-Emin Khazriev. Cito ancora la Politkovskaja e una delle sue ultime interviste nelle quali raccontava il suo incontro con le kamikaze nel teatro Dubrovka: «Si diceva che le vedove nere non volessero morire. Niente affatto. Avevo parlato con loro. In Cecenia c’era stata quasi una gara tra le donne per poter andare al Dubrovka. Volevano vendicarsi. È una verità crudele. Si è detto che erano state costrette, drogate. Nulla di tutto questo. Avevo parlato con loro, avevo parlato con quelli che avrebbero voluto far parte di quel commando e non ci erano riusciti. Sognavano il Dubrovka, ciascuno per un motivo personale. In Cecenia, la sorella per un fratello spesso è più importante della moglie. Al Dubrovka c’erano molte sorelle i cui fratelli erano stati rapiti. Pensavano di vendicarsi così».

Una vendetta atroce e deplorevole come quella che ha colpito 40 (a tanto sono salite le vittime del duplice attentato moscovita) innocenti. Frutto di una cecenizzazione della Russia che la giornalista assassinata da sconosciuti nel cinquantaquattresimo compleanno di Putin, aveva invano denunciato come rischio. Poco prima di essere assassinata aveva scritto per la Novaja, un articolo di Islam Suschanov, che lei definiva “terrorista” tra virgolette: nato nel 1984, studente modello di scultura, accusato nel 2002 di “atti di terrorismo” che veniva convinto a confessare. Condannato a 14 anni di carcere duro per il classici “reati ceceni”: banditismo, terrorismo, formazioni armate illegali. Rinchiuso in isolamento, senza libri né la possibilità di pregare, compie atti di autolesionismo per fare riesaminare la sentenza, ma intanto subisce punizioni su punizioni, in quanto “incline all’evasione”. Scrive Anna: «Cosa vogliamo davvero noi da Suschanov e da tutti questi rastrellati? Che crepino nelle carceri? Perché non possono pregare? Vogliamo obbligarli a pregare di nascosto e che finiscano per diventare degli integralisti? O che dimentichino le preghiere che hanno imparato nell’infanzia e si mettano a recitarne di nuove? Se Suschanov uscirà, sarà nel 2017, a trentaquattro anni. Gli altri rastrellati della sua generazione lasceranno le carceri più o meno nello stesso periodo, a un’età compresa fra i trentacinque e in trentasette anni. Si presenteranno alla società da non sposati. Senza figli, un’istruzione, una professione. Ma con una grande rabbia dentro: una vita rovinata, nessuna giustizia. Temo l’odio di quei ragazzi. E temo ancor di più chi con la violenza costringe i propri simili ad accumularne».

Anna ha pagato con la vita queste sue riflessioni sulla repressione militare in Caucaso, una repressione inutile visto che a dieci anni dalla discesa in campo di Putin, gli attentati non si sono fermati, la rabbia continua purtroppo ad alimentarsi. Come per l’Irlanda del Nord occorrerebbe un percorso politico, per affrontare una crisi che altrimenti rimarrà tra i due forni, del nazionalismo russo e dell’islamismo più radicale. Capace di mandare a morire e a uccidere, ragazze di soli 17 anni.

Ad maiora