Muro

IL NEO JUVENTINO KRASIĆ: SERBO DI MITROVICA

La Juventus FC ha formalizzato oggi l’acquisto di Miloš Krasić. Lo pagherà, da qui al 2012, in tre rate da 5 milioni di euro. Un mutuo, oneroso, ma un mutuo, garantito da una fideiussione bancaria.

Krasić, nato nel 1984 in Jugoslavia, ha giocato anche per la nazionale under 21 di Serbia e Montenegro e ora è titolare della nazionale della Serbia. Il centrocampista (esploso col CSKA di Mosca) che è stato eletto miglior giocatore serbo del 2009, ai Mondiali sudafricani non ha brillato (sostituito nel disastroso Australia-Serbia 2-1, che ha portato all’eliminazione dei serbi) anche se con tre gol era stato decisivo nelle qualificazioni del suo Paese.

Già il suo Paese. Krasić è nato a Mitrovica, città che si trova nel nord del Kosovo. È divisa in due dal fiume Ibar e il ponte (presidiato da forze militari internazionali) è una sorta di spartiacque tra il Kosovo albanese e quello serbo, tra mondo islamico e cristiano.

A nord del fiume vivono 20mila serbi, a sud 80mila albanesi. Il ponte è un sorta di muro di divisione. Alexander Langer (che a Brescia in questi giorni, forse a causa del caldo, è stato bollato come terrorista) se ne sarebbe rammaricato.

Le più recenti tensioni a Mitrovica si sono registrate solo qualche settimana fa, con il parziale riconoscimento dell’indipendenza di Pristina: il 22 luglio la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato legittima la secessione kosovara da Belgrado (partita nel 1999).
Mitrovica, o Kosovska Mitrovia o Titova Mitrovica come viene ancora chiamata, ha dato i natali anche a un altro calciatore serbo che ha giocato in Italia e che ora è tornato alla Stella Rossa di Belgrado: Nikola Lazetić.

Nel 2002 Lazetić era stato acquistato dal Como di Preziosi e girato subito al Chievo Verona (quell’anno i lariani scesero dalla A alla B per poi precipitare, grazie all’attuale patron del Genoa, fino alla C2 e al fallimento: ora sono in Lega Pro). Il serbo andrà poi alla Lazio, Siena, Genoa e Livorno, per concludere la sua esperienza italiana al Torino (contribuendo all’ultima promozione a Serie A, ma poi anche alla retrocessione). A scadenza di contratto, il ritorno a Belgrado.

Ma sempre di Mitrovica è un altro calciatore, che ha giocato in Italia e che invece è di etnia albanese: Valon Berhami.

La famiglia Berhami nel 1990 era emigrata in Canton Ticino, dopo che entrambi i genitori di Valon (allora aveva 5 anni) avevano perso il lavoro. Dal 1995 presentavano invano alle autorità elvetiche più richieste di asilo politico, per l’aggravarsi delle vicende degli slavi del sud. È però l’abilità sportiva di Valon a salvare la famiglia dal rimpatrio. La società sportiva Ligornetto lancia infatti una raccolta di firme per chiedere alla Confederazione di garantire asilo ai Behrami. Così sarà. Valon ripaga la fiducia (sportiva) accordatagli portando la Svizzera ai Mondiali del Sudafrica (suo il gol decisivo nella partita con la Turchia: sorta di nemesi, visto che questo Paese è l’erede politico di quell’Impero Ottomano che sconfiggendo i serbi e conquistando Mitrovica, la islamizzò).

Berhami, in Italia, ha giocato nel Genoa, nell’Hellas Verona e soprattutto nella Lazio: 44 presenze per i biancazzurri e quattro gol, uno dei quali decisivo nel derby 2008 (3-2 per la Lazio). Ora (dopo la deludente esperienza col West Ham – squadra della Premier di cui è dirigente Sir Gianfranco Zola, oggi sconfitta 1-3 dal Bolton – e dopo un bruttissimo infortunio lo scorso anno) potrebbe tornare proprio nella capitale, ma sulla sponda giallorossa.

A Mitrovica sud continueranno a essere orgogliosi di lui.

Come in quella nord, nei cui bar da due giorni a questa parte, si starà parlando di Krasić alla Juve. Lo stesso nei caffè belgradesi. Anche in Serbia la notizia domina infatti oggi tutti i siti online: http://sport.blic.rs/Fudbal/Evropski-fudbal/183404/Milos-Krasic-zvanicno-novi-clan-Juventusa

Magari è l’occasione per “dare un calcio” ai conflitti. Sperem.

LA ROMANIA E IL SUO DOPPIO

Un piccolo libro che racconta, meglio di mille saggi, quello che ha rappresentato il socialismo reale, con quel suo controllo sulle persone spesso devastante. Quanti in questi giorni si stracciano le vesti per la difesa della privacy e che passano le vacanze con ex tenenti colonnelli del Kgb, farebbero bene a leggere “Cristina e il suo doppio” del premio Nobel per la letteratura Herta Müller (Palermo, Sellerio, 2010).

La scrittrice racconta l’attività della Sicuritate per distruggere la sua reputazione, per controllare la sua vita: «Dal momento che avevano messo una cimice spia in ogni stanza, non c’era una sola nicchia del privato che sfuggisse al controllo statale». Con una protervia che tuttora la stupisce: «a voler essere precisi, pensavamo anche che, per nemici dello Stato che fossimo, tutto sommato non eravamo degni di un tale dispiego di mezzi».

Dapprima i servizi segreti comunisti avevano comunque cercato di assoldarla. Fallito questo primo obiettivo hanno fatto trapelare invece il contrario. Come spiega, «i Servizi segreti si sono adoperati massicciamente per raggiungere lo scopo di spacciarmi per una loro agente». Questo spiega il titolo del libro che racconta, oltre alla storia individuale di tedescofona in Romania, la parabola di un paese che non si è mai liberato dalla tenaglia dei vecchi esponenti del regime: «Tranne che nella carriera diplomatica, oggi in Romania un ex informatore può trovarsi più o meno nella stessa posizione che occupava un tempo».

Una frase che ha un’eco nella bella intervista che qualche giorno fa Domenico Quirico de La Stampa  ha realizzato allo scrittore albanese Ismail Kadarè: «La dittatura, certo è caduta, ma ne restano le vestigia sempre: non quelle concrete ma quella di una certa mentalità generale».

La Müller è molto critica su come la Romania, ora nell’Unione europea, sia uscita dalla dittatura, che ha lasciato comunque i suoi strascichi (non solo un’orribile palazzone nel centro di Bucarest): «Dopo Ceausescu si è provveduto a trasformare la Securitate in un mostro astratto, le cui colpe non sono personalmente imputabili a nessuno».

Posso testimoniare che la paura dei terribili servizi segreti sia sopravvissuta alla loro fine. Qualche anno dopo la caduta del Muro, ero a Bucarest per una durissima manifestazione di minatori non pagati (erano arrivati a dar fuoco al Parlamento) contro il governo. A un certo punto partì una durissima carica e fuggirono tutti, giornalisti compresi. Il grido di paura che lanciavano i manifestanti era solo “Securisti, securisti!” e faceva tremare anche chi non aveva mai vissuto in una dittatura.

Che fare allora? Aprire gli archivi, in Romania, come in Russia, come nel Paese delle Aquile. L’obiettivo lo spiega sempre l’ottimo Kadarè: «Per liberarsi davvero del passato autoritario l’Albania ha bisogno della verità, del coraggio, che finora non ha avuto, di aprire gli archivi, di non farsi ricattare dall’alibi delle possibili vendette».

La Müller ricevette il Nobel per la letteratura perché capace di “rappresentare il mondo dei diseredati”.  Una capacità dimostrata anche in questo piccolo ma importante volume.

Herta Müller

Cristina e il suo doppio

Sellerio editore

Palermo, 2010

Euro 9

FALCE E SBERLEFFO, BARZELLETTE IN SALSA SOVIETICA

Un libro che ho acquistato per caso e che non mi ha convinto fino in fondo, ma le cui barzellette mi hanno spesso fatto piegare dalle risate. Mi riferisco a “Falce e sberleffo” di Ben Lewis, pubblicato in Italia da Piemme. È un racconto del mondo sovietico attraverso l’umorismo che ha sempre caratterizzato quelle aree. Il giornalista inglese ha raccolto migliaia di barzellette per capire se queste abbiano contribuito a far crollare il Muro e ammainare la bandiera rossa sul Cremlino.

Sostiene Lewis che «la repressione nei confronti dei barzellettieri era un aspetto fondamentale del terrore stalinista: in un certo senso si potrebbe dire che a spazzar via il comunismo furono le risate».

Proprio questa analisi sembra un po’ di maniera. Come filo conduttore a questa serie di bellissimi scenette umoriste, si sarebbe potuto trovare altro. Anche se l’assunto da cui parte il libro è una frase di Karl Marx condivisibile (e applicabile anche ad altri regimi…): «La fase finale di un sistema politico è la commedia».

E l’altra base ideologica da cui parte il volume è di George Orwell: «Ogni barzelletta e’ una piccola rivoluzione. Se doveste definire l’umorismo con una sola frase, potreste definirlo un dignitario in bilico su un chiodo stagnato. Qualsiasi cosa distrugga la dignità e abbatta i potenti dai loro piedistalli, preferibilmente con un tonfo, e’ divertente. Quanto più grande e’ la caduta, tanto più divertente e’ la barzelletta. Meglio gettare una torta in faccia a un vescovo che a un semplice curato». Ma, conclude l’autore, queste freddure, segnalavano anche una sorte di amore verso il regime (è quanto sostiene in un libro simile, ma molto più stimolante, Moni Ovadia): «Le barzellette venivano raccontate anche da persone che avevano simpatia nei confronti del comunismo, che ne avevano una visione romantica. E forse proprio da questo le barzellette derivavano la loro tragicità: il pathos insito in ogni grande opera d’arte. Dietro il disprezzo, la frustrazione e la paura c’era una sorta di attrazione e di perdono. Insomma, pur essendosi mostrato spaventoso nella sua realizzazione pratica, il comunismo aveva ideali e fini che non avevano mai perso il loro fascino».

Le barzellette di questa raccolta hanno la particolarità di non limitarsi alla Russia. Queste sono  ad esempio romene: «Sapete perché Ceausescu organizza un raduno di massa il primo maggio? Per vedere in quanti sono sopravvissuti all’inverno »; «Sai quando sono state gettate le basi dell’economia romena? Bisogna risalire ai tempi biblici… non appena fu posto sulla croce, a Gesù fu chiesto di allargare le braccia perché ciascuna mano potesse essere inchiodata. Poi però gli dissero: per favore, incrocia i piedi, perché ci è rimasto un solo chiodo»; « Una vecchia ha l’abitudine di correre ogni mattina dal giornalaio per acquistare la prima copia di “Scinteia”, il quotidiano romeno. Lo compra, dà uno sguardo ai titoli della prima pagina, lo appallottola con disgusto e lo calpesta. Fa così tutti i giorni. Infine il giornalaio non riesce più a trattenere la propria curiosità. “Se non vuole leggere il giornale, perché corri ogni mattina ad acquistarlo? I giornali costano”: “Voglio vedere se c’è un annuncio funebre” spiega la vecchia. “Credo bene che non lo trovi, beata donna!” esclama il giornalaio: “Non sai che gli annunci funebri sono pubblicati nell’ultima pagina?”. “Non l’annuncio in cui spero io,” ribatte la vecchia “quello sarebbe pubblicato in prima pagina!” »; «In pieno inverno un uomo sta camminando in una strada di Bucarest. A un tratto si avvicina a una finestra aperta e grida: “Non potete chiudere la finestra? Qui si gela!”»;

« Sapete perché la Romania sopravvivrà alla fine del mondo? Perché è cinquant’anni indietro rispetto a tutti gli altri paesi».

Molto acide anche quelle polacche: «”Ho saputo che vai in chiesa tutti i giorni”, osserva il segretario (di una sezione agraria partito comunista polacco). “Sì, è vero” risponde il contadino “lo faccio fin da quando ero bambino”. “Mi è stato anche detto” continua il segretario “che ti inginocchi davanti alla croce e baci i piedi di Gesù”. “Verissimo, fa parte del rituale cattolico”. “Ma tu sei membro del partito. Baceresti i piedi del capo del nostro partito?” “Certamente… se fossero inchiodati a una croce!”».

Queste invece quelle più esemplificative sul terribile regime della DDR: «Perché nella Germania Est le elezioni duravano sempre due giorni? Perché così ogni cittadino poteva decidere di testa propria se voleva votare di venerdì o di sabato» (forse vale lo stesso anche per l’Italia, unico paese europeo dove si vota due giorni…); «Due guardie pattugliano il Muro. Una dice all’altra. “stai pensando quello che penso io? Beh, allora devo spararti.»; «Walter Ulbricht, il primo leader comunista della Germania Est è al ristorante. Una delle cameriere che lo servono gli fa il filo. Ulbricht va in brodo di giuggiole ed esclama: “Sarei lieto di soddisfare un suo desiderio”. La ragazza ci pensa un attimo e dice: “Allora apra il Muro, anche solo per un giorno”. Con una strizzatina d’occhi, Ulbricht ribatte: “Ho capito: lei vorrebbe restare sola con me!”».

Le barzellette sovietiche prendono in giro la propaganda di regime e nel mirino c’è soprattutto il peggior dittatore, il più terribile segretario del Pcus: «Stalin è morto ed è incerto sul fa farsi. Insomma, non sa se sia preferibile andare in paradiso o all’inferno. Chiede dunque che gli si facciano visitare entrambi. In paradiso vede persone immerse nella meditazione e nella preghiera; all’inferno c’è invece gente che mangia, beve, balla e se la spassa. Stalin scegli l’inferno. Attraverso un labirinto di corridoi viene condotto in un’area in cui abbondano calderoni pieni di olio bollente. Prontamente i diavoli lo afferrano e lo gettano in uno di essi. Stalin protesta, affrettandosi a far loro notare come poco prima gli fosse stato mostrato un luogo in cui la gente se la passava bene. “Oh, quella era solo propaganda”, ribatte il diavolo». Barzellette come questa, pronunciate o anche solo ascoltate senza denunciarle, potevano costare anni di gulag.

Altre invece rendono bene il clima di delirio nel quale viveva l’Urss in quegli anni. «Per la prima volta in vita sua, una vecchia contadina, in visita allo zoo di Mosca, vede un cammello. “Oh, Dio mio!” grida inorridita. “Guarda cosa hanno fatto i bolscevichi a quel povero cavallo”»; «Un ispettore entra in una fabbrica per un’ispezione. “Tu che cosa fai?” “Niente”, risponde questi. Allora va da un altro: “E tu, che cosa fai?” “Niente” risponde questi. Nel rapporto scrive: “Il secondo può essere licenziato, e’ un’inutile doppione”»; « Qual e’ la definizione di capitalismo? Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. E del comunismo? L’esatto contrario».

Una delle barzellette che mi hanno più divertito, pur animalista, è questa: «Il marxismo-leninismo è una scienza? No, se lo fosse sarebbe prima stata testata sugli animali». Ma ho trovato molto gustosa anche questa che richiama un po’ Il Maestro e Margherita: «Brezhnev fa visita a Nixon. Vede un telefono rosso sulla scrivania del presidente americano e gli domanda a cosa serva. “Oh, con quel telefono posso chiamare il diavolo in persona” risponde Nixon. Brezhnev gli chiede di dimostrarglielo. Nixon ordina a uno dei suoi collaboratori di fare numero. Non appena il diavolo risponde, il collaboratore passa il telefono al presidente americano che chiacchiera con Belzebù per un quarto d’ora. Brezhnev è allibito. Terminata la chiacchierata, Nixon riattacca. Subito entra il suo segretario che dichiara: “Signor Presidente, poiché la sua conversazione è durata quindici minuti, il contribuente americano dovrà sborsare 1.500 dollari”. Brezhnev torna a Mosca. Come prima cosa dice ai suoi collaboratori: “Voglio parlare con il diavolo. Se può farlo il presidente americano, deve poterlo fare anche quello sovietico”. Il collaboratore fa il numero e non appena il diavolo risponde passa la cornetta a Brezhnev, che parla per circa quindici minuti. Poi riattacca e, rivolgendosi al segretario, chiede: “Quanto può essere costata la telefonata?”. “Beh, direi due copeki” è la risposta. Brezhnev è sbalordito. “Cosa? Due copeki? Vorresti dire cinque centesimi? Com’è possibile? Il presidente americano ha pagato 1.500 dollari e noi paghiamo cinque centesimi?”. E il segretario: “Compagno Leonid, devi capire che, quando chiami il diavolo da Mosca, è una telefonata urbana. Quando invece gli telefoni da Washington è un’intercontinentale”».

Sulla morte dei leader sovietici i barzellettieri si sono sempre scatenati. Questa, ad esempio, gustosissima, su Brezhnev e Kruscev: «Brezhnev è morto. Non appena bussa alla porta dell’inferno viene accolto da un diavolo che gli dice: “Compagno Leonid, tu sei una comunista illustre, un uomo molto importante. Pertanto hai la possibilità di scegliere la tortura a cui sarai sottoposto”. Addentrandosi nei meandri dell’inferno, Brezhnev vede Adolf Hitler immerso in una vasca piena di olio bollente e Stalin legato alla ruota. Improvvisamente scorge Nikita Kuscev con Brigitte Bardot sulle ginocchia. “Benissimo,” esclama allegramente “voglio la stessa tortura di Kruscev!” “Oh, no! Non è possibile” ribatte il diavolo. “Non è Kruscev a essere torturato, è la Bardot!”».

Molte sono le barzellette di carattere mistico, che segnalano la vita (che si immaginava) eterna del regime sovietico: « Nixon, Pompidou e Brezhnev incontrano Dio. Il Padreterno dice loro che possono rivolgergli una domanda ciascuno. “Quando avverrà che gli americani avranno tutto?” chiede Nixon. . Dio risponde: “Tra cinque anni”. “Purtroppo non nell’arco del mio mandato” esclama Nixon scuotendo la testa. “Quando avverrà che i francesi diventeranno ricchi?” chiede Pompidou. Dio risponde: “Tra quindici anni”. “Purtroppo non nell’arco del mio mandato” esclama il presidente francese. “Quando avverrà che in Unione Sovietica le cose andranno bene?” chiede Brezhnev. Dio risponde: “Purtroppo non nell’arco del mio mandato”».

Concludo con due. La prima, recente, sull’ex tenente colonnello del Kgb, che ora guida la Belij Dom di Mosca: «Hai sentito l’ultima sul piano economico di Putin? Obiettivo: rendere la gente ricca e felice. Allegato l’elenco delle persone».

L’altra un po’ più vecchia che segnala come la cattiva nomea dei ceceni risalga alla notte dei tempi: «Un ceceno sta pescando. A un tratto ecco comparire per magia il solito pesciolino d’oro che, come sempre avviene nelle favole, offre al pescatore di soddisfare tre desideri. Il ceceno però non sa cosa chiedere. “non riesco a farmi venire in mente nulla, non potresti darmi un suggerimento?”. “Beh”, risponde il pesciolino “poco fa sono stato pescato da un ucraino che mi ha chiesto di procurargli un’enorme cassa piena d’oro, di gioielli e di dollari”. Al che il ceceno dice: “Ci sono: dammi l’indirizzo dell’ucraino”».

Insomma, un libro che va bene se questa estate volete farvi due risate sotto l’ombrellone.

Ben Lewis

Falce e sberleffo

Una storia del comunismo attraverso la satira

Piemme

Milano, 2009

Pagine 475

Traduzione: Franca Genta Bonelli

Euro 19