Muhammar Gheddafi

La pistola d’oro

Si vantava di aver scoperto Gheddafi nel tunnel nel quale il dittatore libico si rifugiò per evitare di essere lapidato.
E si faceva fotografare con la pistola d’oro strappata al tiranno e forse usata contro di lui.
Ora Omran Shaban, 23 anni, sarebbe morto dopo essere stato catturato e seviziato dai lealisti.
Odio le armi e quelle d’oro mi disgustano.
C’è un altro dittatore che ne va fiero. È quel Ramzan Kadyrov che Putin ha messo alla guida della Cecenia.
Per lui mi auguro un sereno processo.
Per crimini contro l’umanità.
Ad maiora

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DALLA FOTOGRAFA DI PUTIN ALLE RAGAZZE DI VILLA CERTOSA

L’ultima volta che sono andato a Mosca una collega del Kommersant mi ha detto che l’atteggiamento di Putin verso le donne è cambiato da quando è diventato amico di Berlusconi. Sarà sicuramente un’esagerazione. Un modo per scaricare sui vicini di casa la propria spazzatura.

Ma sicuramente la scelta da parte del primo ministro russo di scegliere una modella russa ventiseienne come fotografa personale sarà apprezzata anche a Villa Certosa dove il primo ministro italiano si è riposato in compagnia di giovani amiche mentre il 57% degli italiani (presidente della Repubblica in primis) sono andati a votare per i referendum.

La celebre foto in cui Berlusconi, sempre in Sardegna, mima di sparare a una giornalista russa “colpevole” di fare domande all’amico Putin sulla sua passione per una campionessa olimpica (ora seduta alla Duma, ovviamente nella fila di Russia Unita, che è – giu per su – Forza Russia) dà l’idea che i due apprezzano più le belle ragazze che le domande.

Donne che finiscono per essere ricompensate con incarichi pubblici. Quindi a spese del contribuente. Come da prassi, godere degli utili e dividere con tutti le spese.

Anche Gheddafi, nel suo bunker libico si diceva fosse assistito da un’avvenente infermiera ucraina. Non dubito a carico del contribuente di Tripoli. L’ha abbandonato a marzo.

Le donne, alfine, alzano la testa anche in Arabia Saudita (dove osano addirittura guidare):

La rivolta passa e passerà da loro.

Ad maiora.

DAGLI AMICI MIEI (ITALIANI) MI GUARDI IDDIO…

Quando la scorsa settimana il Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana è andato a Tunisi e ha espresso sentimenti di “amicizia” verso la nuova dirigenza tunisina, quelli saranno sbiancati.

Siamo un Paese che (dai vertici fino agli strati più bassi) corre perennemente in soccorso al vincitore, passa il tempo a domandarsi quale possa essere il carro vincente.

Ricordo una fantastica striscia di Andrea Pazienza dove Pertini (Pert) si stupiva di tutti gli ex fascisti riciclati nella repubblica. D’altronde fino a poche settimane prima della fine del fascismo, le piazze erano piene e adoranti verso il Duce.

Successe anche a Craxi, mille anni dopo. Prima incensato poi preso a monetine.

Accade anche con gli allenatori di calcio. Lippi, tornato come salvatore dell’italica patria del pallone, poi liquidato dopo l’imbarazzante gita sudafricana. Ma pure Leonardo, passato in quattro-giorni-quattro da essere l’uomo giusto per galvanizzare l’Inter a una specie di pippa seduta al posto sbagliato.

È lo stesso film che ha visto protagonista anche il leader di Futuro e libertà, Gianfranco Fini: fino a che sembrava indirizzato alla vittoria, aveva frotte di parlamentari (ma anche militanti) pronti a giurargli fedeltà. Alla prima (pesante) sconfitta è stato un fuggi-fuggi. E sì che a destra erano quelli di  “onore e lealtà”… Devono davvero essere cambiati i tempi.

I tunisini – dicevamo – saranno sbiancati alle parole del cd-premier-italiano perché il trattato di amicizia con la Libia (votato praticamente all’unanimità dal parlamento italiano, tuttora in vigore) è lì a testimoniare che, anche a livello di amicizie interazionali, meglio perderci che trovarci.

In Francia non hanno ancora dimenticato di quando, nella Seconda Guerra, gli dichiarammo guerra mentre stavano per soccombere ai nazisti. Coi quali entrammo in guerra solo perché convinti di una rapida vittoria (Franco, più astuto di Mussolini, non commise quell’errore e rimase in sella fino alla fine dei suoi giorni).

Semmai Gheddafi cadesse per davvero (al momento si sta andando verso una sorta di Somalia nel Mediterraneo, altra nostra ex colonia frutto di un successo targato Onu e Usa), l’incontro coi nuovi governanti dovrebbe, da parte loro, rispecchiare – in vista di possibili accordi economici – le parole  che (nel magnifico Amici miei, pure quello mandato in vacca in ‘sti giorni) il professore Sassaroli rivolge all’architetto Melandri che ha una relazione con sua moglie: “Vede, è tutta una catena di affetti che né io né lei possiamo spezzare. Lei ama mia moglie. Mia moglie è affezionata alla bestia, il cane Birillo, che mangia un chilo di macinato al giorno, un chilo e mezzo di riso e ogni mattina bisogna portarlo a orinare alle 5 sennò le inonda la casa. Birillo adora le bambine. Le bambine sono attaccatissime alla governante, tedesca, due anni di contratto, severissima, in uniforme. Insomma, chi si prende Donatella si prende per forza tutto il blocco”.

Tutto il blocco lo stiamo già prendendo ora. Magari aiuta elettoralmente però.

Vedremo.

Ad maiora.

DALLA LIBIA IN FUGA DECINE DI MIGLIAIA DI LAVORATORI CINESI

Ci sono delle notizie che raccontano più di altre la globalizzazione. E chi la stia cavalcando.

Quando scoppiano rivolte in regimi come quello libico, ogni Paese cerca di fare rientrare i propri connazionali in madrepatria.

In queste ore (ma anche nelle prossime, se gli aggiornamenti sull’omicidio di Sarah Scazzi non distrarranno l’attenzione) vedremo nei telegiornali, centinaia di italiani che fanno ritorno a casa. Quanti sono i nostri connazionali nel Paese di Gheddafi? 1.500. Pochi. Ma non dimentichiamo che da lì tanti vennero cacciati, dall’oggi al domani, dopo la rivoluzione verde.

E quanti europei lavoravano in Libia prima che protesta dilagasse e fosse repressa con i bombardamenti?

Per ora, i tedeschi rientrati sono 300. Gli spagnoli 220. I numeri cominciano a diventare consistenti con i turchi che in Libia erano più di duemila. 250 sono rientrati ieri da Alessandria d’Egitto, dopo aver varcato la frontiera libica in pullman.

Nella lontana Corea del Sud torneranno i 1.400 sudcoreani che lavoravano per le aziende di Seoul (presenti in Libia fin dal 1978).

Ma il numero che lasci basito chiunque non abbia capito quanto Pechino si sia immessa nei gangli vitali dell’economia africana, riguarda proprio il numero di cinesi che si sta cercando di far rimpatriare: 30.000. 30mila persone vuole dire più abitanti di quanti e faccia la città di Isernia.

Non a caso, in questi giorni, negli ospedali libici, sono numerosi i cittadini di origine cinese rimasti feriti negli scontri. La Cina, che ha aperto un’unità di crisi, sta mandando in zona aerei, una nave cargo e alcune navi da crociera per cercare di mettere in salvo le decine di migliaia di connazionali.

Gli investimenti cinesi troveranno nuovi sbocchi in altri Paesi del continente nero.

Ad maiora.