Mondadori

La corsa delle 5.30 del mattino a Milano

Correre. Per sopravvivere

La corsa sulla lunga distanza era venerata perché era indispensabile; era il modo per sopravvivere, prosperare e diffonderci su tutto il pianeta. Correvamo per mangiare e per non essere mangiati; correvamo per trovare una compagna e impressionarla, e con lei correvamo via per cominciare una nuova vita assieme. Se non avessimo amato la corsa, non saremmo sopravvissuti abbastanza per amare nient’altro. E, come per ogni altra cosa che amiamo (tutto ciò che chiamiamo “passioni” o “desideri”), si tratta di una necessità ancestrale che ci portiamo impresa nel DNA. Siamo nati per correre; e siamo nati perché corriamo.

 

Christopher McDougall, Born to Run, Mondadori

 

Ps. Venerdì si corre a Milano la 5.30Run , imperdibile, malgrado l’orario non proprio agevole.

Lettera a Hitler

I non-eroi che salvano l’umanità 

“Signor Cancelliere del Reich, non si tratta solo del destino dei nostri fratelli ebrei. Si tratta del destino della Germania! L’ebraismo è sopravvissuto ad altri pericoli: alla prigionia babilonese, alla schiavitù in Egitto, ai tribunali dell’Inquisizione spagnola, alla calamità delle Crociate e alle persecuzioni dei pogrom in Russia. Con la tenacia che ha permesso a questo popolo di diventare antico, gli ebrei riusciranno a superare anche questo pericolo, ma la vergogna a cui va incontro la Germania a causa di ciò non sarà dimenticata per lungo tempo!”. È un brano, profetico, tratto dalla lettera che lo scrittore tedesco Armin Wegner scrisse a Hitler, nel giorno di Pasqua del 1933. Da quella lettera (e dalle persecuzioni che da essa ne conseguiranno contro il suo autore) parte il racconto di Gabriele Nissim dedicato alla discussa figura di Wegner. Ne La lettera a Hitler Nissim ripercorre tutta l’incredibile vita di questo scrittore, testimone diretto di due genocidi: il primo quello dei turchi contro gli armeni, il secondo quello dei suoi compatrioti contro gli ebrei.
Si parla di figura discussa perché contro Wegner sono state mosse molte accuse: di aver denunciato i crimini dei Giovani Turchi tropo tardi e di essere sceso a compromessi col regime nazista per sopravvivere. Nissim però spiega lungo le 300 pagine (forse un po’ troppe, a confronto dei testi asciutti e tenaci cui ci aveva abituato il saggista milanese) come sia impossibile trovare una coerenza a 360 gradi nell’uomo. Tanto da dedicare un capitolo all’Ambiguità del bene. Contro la quale si scagliano tanti benpensanti (quelli che nella Rete trovano libero sfogo alle loro frustrazioni). Scrive giustamente l’autore: “Accade che gli uomini che non accettano la propria debolezza sono spesso portati a pretendere dagli altri una coerenza e una perfezione assoluta e sono i primi a essere delusi quando gli eroi “normali” non corrispondono ai loro canoni”. E lo stesso Nissim a proposito di quanti magari nella vita fanno un solo grande gesto nobile (e Wegner ne fece ben più di due) sono spesso lasciati soli con se stessi, incompresi, da vittime e carnefici: “Anche il migliore degli uomini giusti è comunque un essere fragile. Non sempre la coscienza personale è sufficiente per sorreggere l’azione di un uomo. Ecco perché è necessario non lasciare mai un uomo giusto in solitudine. Se viene a mancare la solidarietà, anche il cuore di un essere umano che si prodiga a fare del bene nelle situazioni più difficili alla fine può cedere. Si potrebbe osservare paradossalmente che anche un giusto alla fine ha bisogno di essere salvato“.
Nissim parla di Giusti perché Wegner viene considerato tale sia dagli armeni (le sue foto dello sterminio operato dai Giovani Turchi sono la principale testimonianza di quel -incredibilmente ancora messo in discussione da Ankara – genocidio) e dagli ebrei (che lo onorano allo Yad Vashem). Una figura quella dello scrittore che finisce nel mirino dei critici perché incapace di prevedere la Shoah, pur avendo seguito da vicino la vicenda della armeni. Una sottovalutazione del male che Nissim spiega così: “Probabilmente scatta nell’inconscio un istinto di sopravvivenza che porta a immaginare che prima o poi le forze del bene possano avere la meglio e che quanto è successo altrove non possa più ripresentarsi. Si crede che l’intelligenza sia più forte della stupidità umana. È questo il limite di qualsiasi operazione di memoria. Anche chi è ammalato gravemente e conosce dalla letteratura medica che il suo caso non offre molte speranze si rifiuta fino all’ultimo di accettare la realtà. Ha bisogno di non sapere per resistere. (…) È ciò che accade ad Armin. Aveva visto coi propri occhi l’odio dei turchi verso gli armeni, ma si rifiutava di credere che l’odio dei nazisti verso gli ebrei potesse trovare consenso nella popolazione”.
Purtroppo la natura umana è spesso più bestiale di quella degli animali. E tende pure a ripetere gli stessi errori. Ma, per fortuna, figure come quella di Wegner in qualche modo ci riscattano. E, per buona sorte, c’è ancora chi, come Nissim, non si stanca di trovare questi non-eroi solitari, che salvano davvero l’umanità.
Ad maiora
……………..
Gabriele Nissim
La Lettera a Hitler
Mondadori
Milano, 2015
Pagg. 304
Euro: 20

Ps. Il libro lunedì 18 maggio verra presentato a Milano. Per maggiori informazioni cliccate qui.

Born to Run

La corsa sulla lunga distanza era venerata perché era indispensabile; era il modo per sopravvivere, prosperare e diffonderci su tutto il pianeta. Correvamo per mangiare e per non essere mangiati; correvamo per trovare una compagna e impressionarla, e con lei correvamo via per cominciare una nuova vita assieme. Se non avessimo amato la corsa, non saremmo sopravvissuti abbastanza per amare nient’altro. E, come per ogni altra cosa che amiamo (tutto ciò che chiamiamo “passioni” o “desideri”), si tratta di una necessità ancestrale che ci portiamo impresa nel DNA. Siamo nati per correre; e siamo nati perché corriamo.

Christopher McDougall, Born to Run, Mondadori

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Riscassi dopo una 5.30 Run

Correre, sussultare, sobbalzare

La dottoressa Davis mi mise su un tapis roulant, prima a piedi nudi e poi con tre tipi differenti di scarpe da corsa. Mi fece camminare, trotterellare e poi correre come un matto su una piattaforma di forza, per misurare i traumi da impatto dei miei passi. Poi mi sedetti a guardare con orrore il video dei miei esercizi che lei trasmetteva su un monitor.

Se chiudo gli occhi e cerco di immaginari durante una corsa, mi vedo come un leggero e agile cacciatore navajo. Il tizio che vedevo sullo schermo, invece, sembrava un Frankenstein che provava a cimentarsi con dei passi di tango. Mi muovevo in modo così scoordinato che la testa ogni tanto usciva dall’inquadratura. Le braccia si aprivano e chiudevano come quelle di un naufrago su un’isola deserta che cerca di attirare l’attenzione di una nave, mentre i piedi (numero 49) sbattevano al suolo con un tumore che faceva sospettare che il video avesse un sottofondo di bonghi.

Come se non bastasse, la dottoressa Davis fece ripartire il filmato, stavolta al rallentatore, in modo che potessimo rilassarci e apprezzare con calma il modo in cui il piede destro puntava verso l’esterno e il ginocchio sinistro verso l’interno; i muscoli della schiena invece si contraevano così malamente che sembravo un epilettico cui si dovesse mettere al più presto una penna tra i denti mentre veniva chiamata d’urgenza un’ambulanza. Era difficile capire come diavolo riuscissi anche solo a muovermi, visti tutti quei sussulti, sobbalzi, sbilanciamenti e ciondolamenti in perfetto stile “pesce all’amo”.

Christofer McDougall, Born to Run, Mondadori

(il pesce all’amo, milanese, è pure quello fotografato dopo una 5.30… ad maiora)

I BARZINI E IL GIORNALISMO CHE NON SI PIEGA E NON RACCONTA BALLE AL PUBBLICO

Un libro per il quale si è svolto un lavoro certosino, non solo di rilettura di articoli e libri dell’epoca, ma anche le lettere private mandate al giornale piuttosto che alla famiglia. “I Barzini” (Mondadori), scritto da Ludina Barzini racconta la storia di due tra i giornalisti che hanno fatto la storia del mestiere nel nostro Paese.

Il tomo getta più volte nello sconforto chi prova a fatica a fare il giornalista. Perché i difetti della categoria sono uguali, oggi come cento anni fa. Sentite cosa scrive Luigi Barzini senior in una lettera a Luigi Albertini, direttore (ed editore) del Corriere, scritta nel 1901: «Da tutte le parti fioccavano le notizie in Europa e io facevo la figura dell’imbecille. A me non importava un fico secco se il signor Belcredi, come tanti, inganna i lettori, travia l’opinione pubblica, tradisce la fiducia del suo giornale; ognuno intende il proprio mestiere come meglio crede. Quello che mi importa è che chi rimane danneggiato dalle sue “balle” sono coloro che – come me – intendono fare il proprio dovere onestamente, scrupolosamente. Io debbo quindi essere sembrato bene inattivo e male informato, e questo non era vero. Una riga di verità costa sempre molta più fatica di un volume di invenzioni».

Parole sante, come quelle riportate in un altro sfogo, due anni dopo: «Preg.mo Signor Albertini, non ho nulla trascurato, proprio nulla, per informare i lettori. Ho forse trascurato di divertirli. Ma in questa faccenda serba sentivo troppo gravemente la mia responsabilità per non essere coscienzioso fino allo scrupolo. (…) Confesso che questa volta mi sono sentito vero giornalista. Ma la ricerca della verità mi ha preoccupato, e ho lasciato appassire nelle mie mani tutto il sensazionale, tutta la roba di effetto sicuro e immancabile che mi è capitata solo perché altre informazioni me la smentivano. (…) Posso vantarmi di aver fatto un buon servizio, e ne sono sicuro. Ho la coscienza che era impossibile fare di più perché era impossibile correre e lavorare di più. (…) In questioni di indagini io metto troppo dubbio e troppa coscienza, e i lettori vogliono invece leggere e divertirsi, non importa poi se quel che leggono è la verità».

Parole che spingono Ludina (che, seguendo le orme del nonno e del padre, non solo ha fatto la giornalista, ma si è impegnata in politica diventando, qualche lustro fa, assessore alla Cultura a Milano) a intingere la penna nel rammarico: «Da questa lettera si capisce bene che vi sono due tipi di giornalismo: quello dei fatti e della loro veridicità e quello dei pettegolezzi, che fanno divertire il lettore, anche se non proprio veritieri. Si capisce anche che le regole del buon giornalismo, quello attendibile e non scandalistico – che non cavalca il pettegolezzo promuovendolo a rango di notizia – erano valide allora come dovrebbero esserlo oggi».

Suo padre, ottant’anni fa, in una lettera sempre al Corriere, scrive riflessioni che sono di un’attualità disarmante: «Pare che la stampa italiana sia affamatissima di cadaveri, di qualsiasi nazionalità e colore. Mi sono affrettato a contentarli nel mio servizio successivo. Lavoro quattordici ore al giorno, finisco all’una di notte».

Nel libro (che consta di quasi 600 pagine) si raccontano i viaggi fatti dai due Barzini: avventure giornalistiche in ogni angolo del mondo e in condizioni tali che oggi pochi avrebbero il cuore di rifare.

Le loro vicende professionali e umane (descritte senza infingimenti o nascondendo la polvere sotto il tappeto) offrono spunti e stimoli a chi ha scelto di fare questo lavoro che è qualcosa di più di una professione e qualcosa di meno di una missione. Un mestiere che, oggi come allora, privilegia chi tace, chi ubbidisce, chi – come scrive Barzini junior – si piega: «Essere un libero pensatore, nel mestiere di giornalista come nella vita, ha un prezzo altissimo. Chi non si piega, insospettisce».

Ad maiora 

Ludina Barzini

I Barzini

Mondadori

Milano, 2010

Pagg. 567

Euro: 24

Con Ludina, presenterò il libro “I Barzini”, domani, martedì 1° marzo, alle 18, alla Sormani di Milano (Via Francesco Sforza 7).

Vi aspetto.

LA TRANSIZIONE AUTORITARIA (E SENZA SINDACATI) DELL’ECONOMIA RUSSA

«Sebbene il regime sovietico si crollato pacificamente sotto il peso dello spreco, dell’inefficienza e delle sue contraddizioni interne, la forza della sua eredità istituzionale e strutturale – dovuta alla lunga durata, alla compattezza istituzionale e al radicamento strutturale e psicologico nella società – ha esercitato una rilevante influenza ben oltre il suo crollo». Parte da queste basi l’analisi di Lev Gudkov e Viktor Zaslavsky, contenuta nel volume “La Russia da Gorbaciov a Putin”, edito dal Mulino. È un’analisi sociologica della Russia moderna scritta a quattro mani ma finita a due dato che Zaslavsky, costretto ad emigrare in Usa nel 1975 è morto nel 2009. Gudkov che ha concluso il volume è il responsabile del Centro Levada, uno dei pochi istituti sociologici russi indipendenti.

L’interesse del volume sta più nelle analisi politiche, in quelle che raccontano il passaggio dall’Urss alla Federazione russa visto dal punto di vista della classe lavoratrice, della classe operaia. Scrivono i due sociologi: «La transizione russa, diversamente da quelle di Polonia, Repubblica Ceca e Bulgaria, è stata caratterizzata da una crescita poco lenta del tasso di disoccupazione e da una peculiare sostituzione dei licenziamenti con la riduzione dei salari (…) Da un lato, la pratica di mantenere lavoratori in eccesso ha ostacolato il cambiamento e la razionalizzazione dell’economia russa, contribuendo nel lungo periodo ad accrescere la delusione delle masse verso le riforme e la democrazia. Dall’altro, essa ha allentato la tensione sociale che si era accumulata, neutralizzando in parte il pericolo che la Russia subisse un’esplosione sociale con sviluppi simili a quelli della Germania di Weimar (…) Il modello russo di mercato del lavoro è riuscito a svolgere una funzione di ammortizzatore, mitigando le conseguenze negative che hanno accompagnato il passaggio all’economia di mercato».

Un modello differente da qualunque altro Paese, anche sul fronte dell’assenza di attività sindacali. Ma questa per Mosca e dintorni non è una novità: «Una volta uscito di scena il Partito comunista, si credeva che solo i sindacati avrebbero potuto dare voce alle proteste degli operai su licenziamenti ritenuti ingiustificati, retrocessioni, mancati pagamenti dei salari e altri abusi da parte dei proprietari e dei manager. Eppure queste fondate aspettative non si sono realizzate. Il mancato rilancio dei sindacati dimostra la forza degli atteggiamenti psicologici e culturali ereditati dal passato. I sindacati sovietici ufficiali non hanno mai avuto il ruolo di canali istituzionalizzati per l’articolazione e l’aggregazione degli interessi e delle richieste dei lavoratori. Sono sempre stati un organo settoriale dello Stato-partito, un’agenzia governativa incaricata di amministrare i fondi della previdenza sociale e di mobilitare i lavoratori per la realizzazione dei piani di produzione».

Un discorso che mi ha fatto venire in mente un quadro dipinto da Luigi Barzini nel suo “I comunisti non hanno vinto” (Mondadori, 1955): «Un generale sovietico visitava gli stabilimenti di Alexander Korda, a Londra, durante la guerra, quando il lavoro fu interrotto da uno sciopero a singhiozzo di dipendenti elettrici. Il generale sbuffò e disse: “Li lasciate scioperare? Anche da noi, una volta, scioperavano. Ma li abbiamo subito messi a posto”».

Chiosano Gudkov e Zaslavsky: «Almeno quattro generazioni di operai sovietici hanno vissuto senza diritto di sciopero e, di fatto, con il divieto di organizzare veri sindacati».

Nel libro si analizza anche la privatizzazione radicale (ma inevitabile secondo gli autori e chi scrive), che è passata però attraverso i voucher, un sistema forse efficace in presenza di una classe media, ma che ha finito per ingrassare i soliti noti: «Di fatto, tutti i vantaggi della privatizzazione sono andati alla burocrazia sovietica, e questo ha suscitato nella popolazione un rancore diffuso, l’impressione di aver subito un enorme inganno, un sentimento di forte disillusione nei confronti delle riforme: di qui la tendenza a considerare dubbia la legittimità della proprietà in quanto tale e della grande proprietà in particolare. (…) La stragrande maggioranza della popolazione russa è convinta che ogni grande ricchezza viene acquisita illegalmente». Nel 2005, è bene ricordarlo la lista di Forbes sugli uomini più ricchi del mondo comprendeva 25 miliardari russi (e il direttore di Forbes Russia, Klebnikov pagò con la vita l’inchiesta sulle quelle ricchezze accumulate: uo dei tanti delitti senza colpevoli nella Russia di Putin).

Eppure, come scrivono i due analisti, «Putin è una incarnazione dello spirito russo-sovietico, da lui condiviso con la maggioranza dei russi». Per questo regge, malgrado la crisi economica, malgrado quella che gli autori definiscono “autoritarismo senza transizione” e malgrado gli attentati terroristici che si susseguono a Mosca.

Ad maiora.

Lev Gudkov e Viktor Zaslavsky

La Russia da Gorbaciov a Putin

Il Mulino

Bologna, 2010

Pagg. 208

Euro: 15

LA LINGUA DI NICOLE E L’ACCENTO GRAVE DI FRANCESCA

  BOMBA A MOSCA: HA DUBBI SOLO LILIN

 “Dinamica strana, dubbi sulla posta caucasica”. Parla lo scrittore Nicolai Lilin, per due anni con le forze russe impegnate a Grozny: “Credo che l’obiettivo sia l’instabilità”. L’intervista su Repubblica nella quale lo scrittore in forza all’Einaudi dice la sua. È da un po’ che non frequenta quelle zone. E afferma: “Quest’attentato solleva molti dubbi. I ceceni hanno gran dimestichezza con gli esplosivi. Quando preparano un ordigno, usano cariche potenti per provocare il più alto numero di vittime possibili. Solo così possono scuotere l’opinione pubblica. È successo a Beslan come al teatro Dubrovska”. Peccato che l’assalto delle truppe scelte russe nel teatro del Nord Ost, grazie all’utilizzo di un misterioso –  e letale – gas, non permise ai kamikaze di farsi saltare in aria. L’intelligence russa comunque per l’attentato all’aeroporto che ieri ha provocato 35 vittime, parla di una kamikaze caucasica, morta insieme al suo attentatore, forse per un errore tecnico. Mi sembra più credibile di misteriose “terze piste”.

PECUNIA OLET O  NON OLET

NON OLET: Saviano, il disagio della Mondadori: “Nessun divorzio, resta con noi”. Su Repubblica.

NON OLET: Fuga dalla Mondadori? No, stanno tutti bene. Forse solo Augias in uscita. Ma restano a Segrate altri autori critici con il Caimano. Sul Fatto quotidiano.

OLET: Saviano a la Mondadori consumano l’addio. Gli editori concorrenti pronti al nuovo contratto. Sul Corriere della sera.

OLET: Tutti in corsa per Saviano. L’autore di “Gomorra” pronto a lasciare la Mondadori. Il gruppo non conferma ma i concorrenti si muovono. Sul Sole 24 ore.

Oggi comunque si apprende che il prossimo libro di Saviano sarà pubblicato da Feltrinelli.

REPUBBLICA SCIVOLA SULLA LINGUA DELLA MINETTI

Berlusconi-show da Lerner: “Siete un postribolo televisivo”. Su Repubblica la telefonata del Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica italiana che a proposito dei Nicole Minetti, ex soubrette, eletta nel listino Formigoni al Consiglio Regionale della Regione Lombardia, avrebbe affermato, secono il quotidiano di Ezio Mauro: “E’ una splendida persona, brava, preparata, intelligente, seria, laureata con 110 e lode, si è pagata gli studi lavorando, una che grazie alla conoscenza della lingua svolge un apprezzato lavoro nei rapporti internazionali della regione”. Il presidente in realtà non ha parlato di “conoscenza della lingua” ma ha detto che “è di madre-lingua inglese e svolge un importante e apprezzato lavoro con tutti gli ospiti internazionali della Regione”. Direi che non è la stessa cosa.

LA NUDA VERITA’

La Macrì di “Annozero” da superteste a ballista. Sul Giornale.

DAGLI AMICI MI GUARDI IDDIO

Don Verzè: caro Silvio, non ti fermeranno certo i giudici guardoni. Sul Giornale.

MAI PIU’ SENZA

Sarkozy: “Sul divano con Carlà a guardare i telefilm americani”. Sul Corriere della sera. E la difesa del cinema d’autore francese, mi verrebbe da chiedere…?

ALL’OMBRA DELL’ULTIMO SOLE, ACUTO (DELL’ISOLA DEI FAMOSI)

Il no di Dori Ghezzi a una De André sull’Isola dei famosi. E Cristiano: mia figlia lì? Non mi fa felice. Sul Corrriere della sera. Lei si chiama Francesca De Andrè (sul suo sito http://www.francescadeandre.com/index.php è con l’accento grave ma in realtà il dibattito in rete propende per l’accento acuto come pubblicato dal Corriere: http://www.faberdeandre.com/forum/topic.asp?TOPIC_ID=2204&FORUM_ID=19&CAT_ID=6&Forum_Title=Pensieri+in+libert%E0&Topic_Title=Ma+De+Andr%E8+o+De+Andr%E9%3F) a prescindere, è classe 1990 ed è nipote del grandissimo Fabrizio (che avrebbe sorriso sia sugli accenti che sull’Isola).

UN OUTSIDER CONTRO MORATTI E PISAPIA? NO

Milano, il Terzo Polo candida Ambrosoli. Il figlio di Giorgio ha dato la sua disponibilità a Futuro e Libertà. Sul Fatto quotidiano si azzarda il candidato sindaco a Milano. Stamattina, a scando di equivoci,  il diretto interessato smentisce via Facebook.

ASSEMBLEA SU DE BORTOLI

Corriere, scontro tra azionisti sul futuro di De Bortoli. Oggi l’assemblea dei giornalisti di via Solferino. Sul Fatto quotidiano.

Ad maiora