Mondadori

I BARZINI E IL GIORNALISMO CHE NON SI PIEGA E NON RACCONTA BALLE AL PUBBLICO

Un libro per il quale si è svolto un lavoro certosino, non solo di rilettura di articoli e libri dell’epoca, ma anche le lettere private mandate al giornale piuttosto che alla famiglia. “I Barzini” (Mondadori), scritto da Ludina Barzini racconta la storia di due tra i giornalisti che hanno fatto la storia del mestiere nel nostro Paese.

Il tomo getta più volte nello sconforto chi prova a fatica a fare il giornalista. Perché i difetti della categoria sono uguali, oggi come cento anni fa. Sentite cosa scrive Luigi Barzini senior in una lettera a Luigi Albertini, direttore (ed editore) del Corriere, scritta nel 1901: «Da tutte le parti fioccavano le notizie in Europa e io facevo la figura dell’imbecille. A me non importava un fico secco se il signor Belcredi, come tanti, inganna i lettori, travia l’opinione pubblica, tradisce la fiducia del suo giornale; ognuno intende il proprio mestiere come meglio crede. Quello che mi importa è che chi rimane danneggiato dalle sue “balle” sono coloro che – come me – intendono fare il proprio dovere onestamente, scrupolosamente. Io debbo quindi essere sembrato bene inattivo e male informato, e questo non era vero. Una riga di verità costa sempre molta più fatica di un volume di invenzioni».

Parole sante, come quelle riportate in un altro sfogo, due anni dopo: «Preg.mo Signor Albertini, non ho nulla trascurato, proprio nulla, per informare i lettori. Ho forse trascurato di divertirli. Ma in questa faccenda serba sentivo troppo gravemente la mia responsabilità per non essere coscienzioso fino allo scrupolo. (…) Confesso che questa volta mi sono sentito vero giornalista. Ma la ricerca della verità mi ha preoccupato, e ho lasciato appassire nelle mie mani tutto il sensazionale, tutta la roba di effetto sicuro e immancabile che mi è capitata solo perché altre informazioni me la smentivano. (…) Posso vantarmi di aver fatto un buon servizio, e ne sono sicuro. Ho la coscienza che era impossibile fare di più perché era impossibile correre e lavorare di più. (…) In questioni di indagini io metto troppo dubbio e troppa coscienza, e i lettori vogliono invece leggere e divertirsi, non importa poi se quel che leggono è la verità».

Parole che spingono Ludina (che, seguendo le orme del nonno e del padre, non solo ha fatto la giornalista, ma si è impegnata in politica diventando, qualche lustro fa, assessore alla Cultura a Milano) a intingere la penna nel rammarico: «Da questa lettera si capisce bene che vi sono due tipi di giornalismo: quello dei fatti e della loro veridicità e quello dei pettegolezzi, che fanno divertire il lettore, anche se non proprio veritieri. Si capisce anche che le regole del buon giornalismo, quello attendibile e non scandalistico – che non cavalca il pettegolezzo promuovendolo a rango di notizia – erano valide allora come dovrebbero esserlo oggi».

Suo padre, ottant’anni fa, in una lettera sempre al Corriere, scrive riflessioni che sono di un’attualità disarmante: «Pare che la stampa italiana sia affamatissima di cadaveri, di qualsiasi nazionalità e colore. Mi sono affrettato a contentarli nel mio servizio successivo. Lavoro quattordici ore al giorno, finisco all’una di notte».

Nel libro (che consta di quasi 600 pagine) si raccontano i viaggi fatti dai due Barzini: avventure giornalistiche in ogni angolo del mondo e in condizioni tali che oggi pochi avrebbero il cuore di rifare.

Le loro vicende professionali e umane (descritte senza infingimenti o nascondendo la polvere sotto il tappeto) offrono spunti e stimoli a chi ha scelto di fare questo lavoro che è qualcosa di più di una professione e qualcosa di meno di una missione. Un mestiere che, oggi come allora, privilegia chi tace, chi ubbidisce, chi – come scrive Barzini junior – si piega: «Essere un libero pensatore, nel mestiere di giornalista come nella vita, ha un prezzo altissimo. Chi non si piega, insospettisce».

Ad maiora 

Ludina Barzini

I Barzini

Mondadori

Milano, 2010

Pagg. 567

Euro: 24

Con Ludina, presenterò il libro “I Barzini”, domani, martedì 1° marzo, alle 18, alla Sormani di Milano (Via Francesco Sforza 7).

Vi aspetto.

LA TRANSIZIONE AUTORITARIA (E SENZA SINDACATI) DELL’ECONOMIA RUSSA

«Sebbene il regime sovietico si crollato pacificamente sotto il peso dello spreco, dell’inefficienza e delle sue contraddizioni interne, la forza della sua eredità istituzionale e strutturale – dovuta alla lunga durata, alla compattezza istituzionale e al radicamento strutturale e psicologico nella società – ha esercitato una rilevante influenza ben oltre il suo crollo». Parte da queste basi l’analisi di Lev Gudkov e Viktor Zaslavsky, contenuta nel volume “La Russia da Gorbaciov a Putin”, edito dal Mulino. È un’analisi sociologica della Russia moderna scritta a quattro mani ma finita a due dato che Zaslavsky, costretto ad emigrare in Usa nel 1975 è morto nel 2009. Gudkov che ha concluso il volume è il responsabile del Centro Levada, uno dei pochi istituti sociologici russi indipendenti.

L’interesse del volume sta più nelle analisi politiche, in quelle che raccontano il passaggio dall’Urss alla Federazione russa visto dal punto di vista della classe lavoratrice, della classe operaia. Scrivono i due sociologi: «La transizione russa, diversamente da quelle di Polonia, Repubblica Ceca e Bulgaria, è stata caratterizzata da una crescita poco lenta del tasso di disoccupazione e da una peculiare sostituzione dei licenziamenti con la riduzione dei salari (…) Da un lato, la pratica di mantenere lavoratori in eccesso ha ostacolato il cambiamento e la razionalizzazione dell’economia russa, contribuendo nel lungo periodo ad accrescere la delusione delle masse verso le riforme e la democrazia. Dall’altro, essa ha allentato la tensione sociale che si era accumulata, neutralizzando in parte il pericolo che la Russia subisse un’esplosione sociale con sviluppi simili a quelli della Germania di Weimar (…) Il modello russo di mercato del lavoro è riuscito a svolgere una funzione di ammortizzatore, mitigando le conseguenze negative che hanno accompagnato il passaggio all’economia di mercato».

Un modello differente da qualunque altro Paese, anche sul fronte dell’assenza di attività sindacali. Ma questa per Mosca e dintorni non è una novità: «Una volta uscito di scena il Partito comunista, si credeva che solo i sindacati avrebbero potuto dare voce alle proteste degli operai su licenziamenti ritenuti ingiustificati, retrocessioni, mancati pagamenti dei salari e altri abusi da parte dei proprietari e dei manager. Eppure queste fondate aspettative non si sono realizzate. Il mancato rilancio dei sindacati dimostra la forza degli atteggiamenti psicologici e culturali ereditati dal passato. I sindacati sovietici ufficiali non hanno mai avuto il ruolo di canali istituzionalizzati per l’articolazione e l’aggregazione degli interessi e delle richieste dei lavoratori. Sono sempre stati un organo settoriale dello Stato-partito, un’agenzia governativa incaricata di amministrare i fondi della previdenza sociale e di mobilitare i lavoratori per la realizzazione dei piani di produzione».

Un discorso che mi ha fatto venire in mente un quadro dipinto da Luigi Barzini nel suo “I comunisti non hanno vinto” (Mondadori, 1955): «Un generale sovietico visitava gli stabilimenti di Alexander Korda, a Londra, durante la guerra, quando il lavoro fu interrotto da uno sciopero a singhiozzo di dipendenti elettrici. Il generale sbuffò e disse: “Li lasciate scioperare? Anche da noi, una volta, scioperavano. Ma li abbiamo subito messi a posto”».

Chiosano Gudkov e Zaslavsky: «Almeno quattro generazioni di operai sovietici hanno vissuto senza diritto di sciopero e, di fatto, con il divieto di organizzare veri sindacati».

Nel libro si analizza anche la privatizzazione radicale (ma inevitabile secondo gli autori e chi scrive), che è passata però attraverso i voucher, un sistema forse efficace in presenza di una classe media, ma che ha finito per ingrassare i soliti noti: «Di fatto, tutti i vantaggi della privatizzazione sono andati alla burocrazia sovietica, e questo ha suscitato nella popolazione un rancore diffuso, l’impressione di aver subito un enorme inganno, un sentimento di forte disillusione nei confronti delle riforme: di qui la tendenza a considerare dubbia la legittimità della proprietà in quanto tale e della grande proprietà in particolare. (…) La stragrande maggioranza della popolazione russa è convinta che ogni grande ricchezza viene acquisita illegalmente». Nel 2005, è bene ricordarlo la lista di Forbes sugli uomini più ricchi del mondo comprendeva 25 miliardari russi (e il direttore di Forbes Russia, Klebnikov pagò con la vita l’inchiesta sulle quelle ricchezze accumulate: uo dei tanti delitti senza colpevoli nella Russia di Putin).

Eppure, come scrivono i due analisti, «Putin è una incarnazione dello spirito russo-sovietico, da lui condiviso con la maggioranza dei russi». Per questo regge, malgrado la crisi economica, malgrado quella che gli autori definiscono “autoritarismo senza transizione” e malgrado gli attentati terroristici che si susseguono a Mosca.

Ad maiora.

Lev Gudkov e Viktor Zaslavsky

La Russia da Gorbaciov a Putin

Il Mulino

Bologna, 2010

Pagg. 208

Euro: 15

LA LINGUA DI NICOLE E L’ACCENTO GRAVE DI FRANCESCA

  BOMBA A MOSCA: HA DUBBI SOLO LILIN

 “Dinamica strana, dubbi sulla posta caucasica”. Parla lo scrittore Nicolai Lilin, per due anni con le forze russe impegnate a Grozny: “Credo che l’obiettivo sia l’instabilità”. L’intervista su Repubblica nella quale lo scrittore in forza all’Einaudi dice la sua. È da un po’ che non frequenta quelle zone. E afferma: “Quest’attentato solleva molti dubbi. I ceceni hanno gran dimestichezza con gli esplosivi. Quando preparano un ordigno, usano cariche potenti per provocare il più alto numero di vittime possibili. Solo così possono scuotere l’opinione pubblica. È successo a Beslan come al teatro Dubrovska”. Peccato che l’assalto delle truppe scelte russe nel teatro del Nord Ost, grazie all’utilizzo di un misterioso –  e letale – gas, non permise ai kamikaze di farsi saltare in aria. L’intelligence russa comunque per l’attentato all’aeroporto che ieri ha provocato 35 vittime, parla di una kamikaze caucasica, morta insieme al suo attentatore, forse per un errore tecnico. Mi sembra più credibile di misteriose “terze piste”.

PECUNIA OLET O  NON OLET

NON OLET: Saviano, il disagio della Mondadori: “Nessun divorzio, resta con noi”. Su Repubblica.

NON OLET: Fuga dalla Mondadori? No, stanno tutti bene. Forse solo Augias in uscita. Ma restano a Segrate altri autori critici con il Caimano. Sul Fatto quotidiano.

OLET: Saviano a la Mondadori consumano l’addio. Gli editori concorrenti pronti al nuovo contratto. Sul Corriere della sera.

OLET: Tutti in corsa per Saviano. L’autore di “Gomorra” pronto a lasciare la Mondadori. Il gruppo non conferma ma i concorrenti si muovono. Sul Sole 24 ore.

Oggi comunque si apprende che il prossimo libro di Saviano sarà pubblicato da Feltrinelli.

REPUBBLICA SCIVOLA SULLA LINGUA DELLA MINETTI

Berlusconi-show da Lerner: “Siete un postribolo televisivo”. Su Repubblica la telefonata del Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica italiana che a proposito dei Nicole Minetti, ex soubrette, eletta nel listino Formigoni al Consiglio Regionale della Regione Lombardia, avrebbe affermato, secono il quotidiano di Ezio Mauro: “E’ una splendida persona, brava, preparata, intelligente, seria, laureata con 110 e lode, si è pagata gli studi lavorando, una che grazie alla conoscenza della lingua svolge un apprezzato lavoro nei rapporti internazionali della regione”. Il presidente in realtà non ha parlato di “conoscenza della lingua” ma ha detto che “è di madre-lingua inglese e svolge un importante e apprezzato lavoro con tutti gli ospiti internazionali della Regione”. Direi che non è la stessa cosa.

LA NUDA VERITA’

La Macrì di “Annozero” da superteste a ballista. Sul Giornale.

DAGLI AMICI MI GUARDI IDDIO

Don Verzè: caro Silvio, non ti fermeranno certo i giudici guardoni. Sul Giornale.

MAI PIU’ SENZA

Sarkozy: “Sul divano con Carlà a guardare i telefilm americani”. Sul Corriere della sera. E la difesa del cinema d’autore francese, mi verrebbe da chiedere…?

ALL’OMBRA DELL’ULTIMO SOLE, ACUTO (DELL’ISOLA DEI FAMOSI)

Il no di Dori Ghezzi a una De André sull’Isola dei famosi. E Cristiano: mia figlia lì? Non mi fa felice. Sul Corrriere della sera. Lei si chiama Francesca De Andrè (sul suo sito http://www.francescadeandre.com/index.php è con l’accento grave ma in realtà il dibattito in rete propende per l’accento acuto come pubblicato dal Corriere: http://www.faberdeandre.com/forum/topic.asp?TOPIC_ID=2204&FORUM_ID=19&CAT_ID=6&Forum_Title=Pensieri+in+libert%E0&Topic_Title=Ma+De+Andr%E8+o+De+Andr%E9%3F) a prescindere, è classe 1990 ed è nipote del grandissimo Fabrizio (che avrebbe sorriso sia sugli accenti che sull’Isola).

UN OUTSIDER CONTRO MORATTI E PISAPIA? NO

Milano, il Terzo Polo candida Ambrosoli. Il figlio di Giorgio ha dato la sua disponibilità a Futuro e Libertà. Sul Fatto quotidiano si azzarda il candidato sindaco a Milano. Stamattina, a scando di equivoci,  il diretto interessato smentisce via Facebook.

ASSEMBLEA SU DE BORTOLI

Corriere, scontro tra azionisti sul futuro di De Bortoli. Oggi l’assemblea dei giornalisti di via Solferino. Sul Fatto quotidiano.

Ad maiora

LUMBARD, BALUBA O BALABIOTT?

Un libro che parla del dialetto “lombardo” (che poi in realtà non esiste, visto che tra come si parla nelle zone retiche e nell’Oltrepo la differenza è incredibile) ma che fondamentalmente prende in giro, bonariamente i lumbard.

È “Curs de lumbard per Balùba (balabiott e cinés cumpres)” di Davide Rota, autore comico che – sempre per Mondadori – aveva scritto il “Curs de Lumbard per terùn”.

Ricco di disegni e tavole (anzi, “tàule”) il volume ha vari spunti nei quali si irride i cd nazionalisti padani: «Tra romani e romeni, cinesi e ticinesi il lombardo non fa molta differenza. Il lombardo per ragioni razziali al Cd-rom preferisce la chiavetta».

Rota, originario di Luino, ha un po’ di avversione per Milano, «disposta a cerchi concentrici, come gironi infernali». E infatti le battute più taglienti riguardano proprio gli abitanti del capoluogo: «Il bauscia lombardo ha un senso innato di superiorità asociale, d’altronde la targa di Milano è Mi che significa Io». O sul traffico cittadino (problema ampiamenterisolto, anni fa, dall’allora sindaco Albertini che fu commissario straordinario all’uopo): «A Milano i ladri rapinano gli uffici postali in taxi perché non saprebbero dove parcheggiare».

Il testo analizza, sempre in chiave ironica, il dialetto lombardo, la cui specificità è anche di essere onomatopeico: «Il lombardo è più veloce persino del francese e dell’inglese: Je suis ici (9 lettere), I am here (7 lettere). Sun chi (6 lettere). Il lombardo non dice io vado (6 lettere) ma mi vo (4 lettere); non dice io faccio (8 lettere) ma mi fo (4 lettere); non dice io posseggo (10 lettere) ma mi g’ho (5 lettere)».

Rota prende per i fondelli l’operosità lombarda: «Il detto cartesiano cogito ergo sum deriva dal lombardo rogito ergo sum e alla Capitale il meneghino preferisce di gran lunga il capitale».

E nella stagione del bunga-bunga, non possono mancare i riferimenti alle attività sessuali (ovviamente frenetiche e compulsive) dei lumbard: «Il lombardo ama la terra e sostiene che “il podere logora chi non ce l’ha” e che se possiedi una tenuta troverai di certo una mantenuta. Il lombardo alla Mecca preferisce la micca e, pur essendo credente, più che la Vacca sacra adora il Vitello d’oro. D’altra parte un tempo quando arrivava un politico si squillavano le trombe, adesso si trombano le squillo».

Insomma, può essere un barlafüs, un grattacü e un malnàtt ma difficilmente almeno è un michelasc e come dimostra questo volume sa anche ridere su sé stesso.

Ad maiora

Davide Rota

Curs de  lumbard per balùba (balabiòtt e cinés cumpres)

Mondadori, Milano, 2010

Euro 16.00

MONDADORI: MAL DI PANCIA TARDIVI

Trovo un po’ patetico il dibattito scaturito dai “mal di pancia” di Vito Mancuso verso il suo editore, la Mondadori di Silvio Berlusconi.
Fa un po’ ridere che il teologo si sia accorto solo ora (di fronte al provvedimento legislativo che, evitando l’ultimo passaggio fiscale, consente alla casa editrice del presidente di risparmiare soldi e tempo) del “conflitto di interessi”.
Fa sorridere che Mancuso si rivolga al “partito di Repubblica” per chiedere agli altri intellettuali se pensino di lasciare la Mondadori. Come se scelte di questo genere potessero essere collettive e non individuali.
Fa tristezza d’altronde anche il fuoco di sbarramento degli intellettuali berlusconiani. Il tutto da il senso di come e dove siamo finiti.
Per quanto mi riguarda trovo surreale, da tempo, che per Mondadori scrivano i leader della “sinistra”. In questo modo diventano ricchi, ma al contempo finanziano Berlusconi. Lo stesso fanno tutti quelli che pubblicamente parlano di SB come “male assoluto” e poi sottoscrivono contratti per film o libri coi suoi collaboratori.
Per coerenza, almeno non facciano finta di indignarsi.