Mladic

Gli scontri al Gay Pride avvicinano Belgrado all’Europa

Potrà sembrare difficile da credere. Ma quel che è successo oggi a Belgrado avvicina la Serbia all’Unione europea. Dopo l’arresto di Karadzic, il fatto che il governo di Belgrado abbia consentito e difeso il gay pride, fa ulteriormente migliorare la sua immagine agli occhi di Bruxelles.

Eppure gli scontri tra gruppo nazionalisti e forze di polizia che hanno sconvolto la domenica della capitale serba sono stati di una violenza inaudita. 102 feriti tra i poliziotti, 22 tra i manifestanti, molti dei quali avranno sicuramente evitato di farsi curare per non incappare nei controlli.

Una sede del Partito democratico (lì è al governo) data alle fiamme e persino un blitz nel parlamento serbo.

In mille hanno protestato così contro la giornata dell’orgoglio omosessuale che si teneva in città (aspettiamo con ansia che succeda anche a Mosca, ora che l’omofobo sindaco Luzkhov è stato rimosso).

In piazza contro il raduno gay, centinaia di ultrà che gridavano “morte agli omosessuali”. In piazza Slavija gli scontri più violenti, con pullman, auto e negozi danneggiati, malgrado il dispiegamento di cinquemila agenti.

Proprio questo sforzo potrebbe essere premiato dalla Ue che il 25 ottobre si riunirà a Lussemburgo per esaminare la candidatura serba.

Ad opporsi più strenuamente all’ammissione serba, gli olandesi. Vorranno forse ripulirsi la coscienza. L’enclave di Srebrenica, nella Bosnia serba, durante la guerra, era stata affidata proprio a soldati olandesi. Che brindarono con Mladic (tuttora latitante) prima che le truppe di quest’ultino sterminassero 8.372 abitanti della piccola cittadina.

Un generale americano (John Shehaan) qualche mese fa accusò i soldati olandesi di essere stati troppo accondiscendenti in quel frangente perché nelle sue truppe c’erano troppi omosessuali.

Meglio non farlo sapere però ai nazionalisti serbi.

Ad maiora.

Funerali a Srebrenica

Caro ambasciatore, i gay non sono molli

E’ di ieri la surreale notizia che nella commissione del Senato americano che sta discutendo sull’omosessualità nell’esercito a stelle e strisce, il generale Usa Johan Sheehan abbia accusato il contingente olandese di stanza a Srebrenica, di aver consentito la strage di 8.000 musulmani perché composto da molti soldati gay.

Su quella pagina agghiacciante della storia europea si è già detto e scritto di tutto. Ricordo solo che nel 2002, a sette anni di distanza dall’eccidio il governo olandese rassegnò le dimissioni assumendosi la responsabilità (ma non la colpa) di aver consentito che le truppe di Mladic entrassero nell’enclave Onu per far strage di tutti i maschi dai 14 agli 80 anni (i loro corpi, messi nelle fosse comuni, furono anche più volte spostati, rendendo irriconoscibile gran parte delle vittime).

Nel 2006 quel battaglione di “coraggiosi” soldati olandesi fu comunque premiato dal ministro della Difesa olandese, con il sostegno della Commissione europea. Il generale francese che guidava il contingente Onu in Bosnia, Philippe Morillon, dal 1999 è europarlamentare (dell’Udf) ed è stato a sua volta premiato con la Legion d’Onore. I gay in questa vicenda insomma c’entrano poco.

Di questo si occupa oggi l’articolo di Sergio Romano che, parte dalla prima del Corriere della sera e occupa tutta pagina 15. Un pezzone nel quale l’ex ambasciatore ricostruisce l’eccidio ma finisce con una chiusa a mio avviso omofoba. Scrive Romano: «Piuttosto che puntare il dito sui soldati gay del contingente olandese converrebbe parlare di “Europa gay” dove gay, in questo caso, non significa omosessuale ma allegra, spensierata, molle e inconcludente». A beh, davvero una difesa d’ufficio di cui la comunità GLBT sentiva proprio il bisogno. Mi piacerebbe far conoscere alll’Ambasciatore amici gay che sono a volte anche tristi, spesso pensierosi, quasi mai “molli” e soprattutto mai inconcludenti.

Buona primavera a tutti.

Ad maiora