Libreria Popolare di Via Tadino

“La gabbia” e “Anticorpi alla videocrazia”. Domani presentazione a Milano

Quattro ragazzi con i loro sogni, i loro ideali, le loro battaglie per i diritti civili. Uno di loro scende in politica e il sodalizio si scioglie in malo modo.
Salvo riprendere, dapprima virtualmente, poi in carne e ossa, in campagna elettorale.
“La gabbia” il primo romanzo di Davide Cavazza parla di amicizia amore e lealtà. Ma soprattutto di informazione, di comunicazione. Di sondaggi e di chi fa politica per passione.
Ed è ambientato nel nostro paese. Oggi.
Anche per questo domani sera presentare il mio “Anticorpi alla videocrazia” insieme al libro di Cavazza sarà un occasione di confronto e analisi. Utile sia per noi, sia per chi avrà voglia di venire, ascoltare e magari intervenire.
Davide nella vita si occupa di diritti umani. Che più volte rientrano nel corpo del libro. Che vi consiglio.
A domani sera!
Ad maiora

Martedì 19 marzo, ore 20.30, Libreria popolare di via Tadino 18. Milano

20130318-113945.jpg

Per un’informazione al servizio della verità (e della felicità)

Ogni tanto Guido della Libreria popolare di via Tadino 18 (base operativa e sentimentale di Annaviva a Milano) mi dice: questo devi assolutamente leggerlo.
Difficilmente sbaglia.
Così è stato per “Informazione e verità” (Viator, 2011) di Daniele Gallo che, da saggista e giornalista, affronta uno dei temi più complessi dell’informazione odierna: il rispetto della verità. Quella che il compianto Cavallari definiva la non-menzogna.
Gallo fa un passo in più in questo piccolo saggio ricco di spunti e di citazioni. Invita i giornalisti, evangelicamente, a essere al “servizio del bene”. E lo spiega così: “Si obietterà che il mondo della comunicazione informativa non ha come finalità la cura dei mali della società e che compito del giornalista è quello di fotografare la realtà com’è, non è quello di sostituirsi a psicologi e sociologi. Ma questa obiezione è figlia di un superato modo di affrontare i problemi: non basta più limitarsi a svolgere il compito, pur in modo irreprensibile, cui si è chiamati dalla propria professione. Occorre inserire un valore aggiunto supplementare: tutti dobbiamo concorrere al miglioramento di questa società, facendo qualcosa di più. Così il giornalista deve cercare e offrire la notizia, deve informare, e non solo contribuire alla conoscenza dei fatti ma anche alla loro spiegazione, per ridurre il livello collettivo di non conoscenza e di conflittualità e aumentare quello del rispetto e della solidarietà”.
Per quanto riguarda la conflittualità, da einaudiano e gobettiano, ne conservo un’idea positiva e non negativa, ma lo spunto a fare qualcosa in più del mero mestiere lo condivido in pieno. Le mia attività in Annaviva, per quanto mi riguarda, rientrano in questo filone di pensiero. E forse anche le lezioni universitarie.
Il libro analizza ovviamente la deriva dell’informazione sempre più spettacolare e sempre meno deontologica. Gallo riporta parte del Manifesto per un’etica dell’informazione dell’Unione cattolica della stampa italiana: “Viviamo in una società dello spettacolo. Il giornalista, pur conoscendo l’importanza delle modalità comunicative legate allo spettacolo e la loro capacita di attrazione, è consapevole che la sua attività si colloca su di un piano diverso. L’informazione non è spettacolo, anche se può far uso di forme che sono proprie dello spettacolo. Il compito di una corretta informazione non può essere quello dell’intrattenimento”.
La comunicazione, televisiva e non solo, è sempre più centrale nell’attuale fase storica (rappresenta il 12% dell’economia moderna) tanto fa essere sempre più nel mirino di eserciti e di terroristi. Daniele Gallo cita, non a caso, le Torri Gemelle (il cui abbattimento ebbe tempi “televisivi”: con il secondo aereo ripreso da migliaia di telecamere, più o meno professionali): “Il significato storico dell’attacco alle Torri Gemelle è tutto incentrato sulla straordinaria importanza dal punto di vista comunicativo piuttosto che sulla sua ridotta importanza sul piano militare. Le regole che va a stravolgere sono quelle faticosamente disegnate da una società civile, che ha in testa l’idea della costruzione di una collettività, di una comunità, al di là dell’esistenza singola, quel mondo comune definito da Hannah Arendt e che comprende “coloro che sono vissuti prima di noi e coloro che vivranno dopo di noi”, mondo in cui si manifesta la fondamentale condizione umana di pluralità”.
Ma è soprattutto su quella che Gallo chiama l’etica della responsabilità di noi giornalisti che invita a riflettere, e sopratutto a muoversi: “Si pensi a quale ricaduta positiva assisteremmo se il mondo della comunicazione si ponesse l’obiettivo, parallelamente alla necessita fisiologica di “dare la notizia”, di alimentare il gusto dell’armonia tra le persone, di favorire l’anelito alla felicità. Certamente non tutte le notizie si prestano per una diffusione con tali caratteristiche, soprattutto quelle più drammatiche, ma iniziamo a eliminare la superficialità, la maliziosità, la strumentalizzazione, la menzogna, il sensazionalismo, la mancanza di rispetto e un circuito virtuoso si metterà in moto”.
Più facile a dirsi che a farsi.
Ma se non si parte (anche da soli) non si arriverà mai da nessuna parte.
Ad maiora

………………

Daniele Gallo
Informazione e verità
Gruppo editoriale Viator
Milano, 2011
Pagg. 95
Euro 10

20120527-171900.jpg

SERATA IN RICORDO DI NATALIJA ESTEMIROVA

Venerdì sera (20 maggio) l’associazione Annaviva organizza una serata in in ricordo di Natalija Estemirova.

Ci troveremo dalle 20.45 alla Libreria Popolare di Via Tadino 18 a Milano.

La scorsa estate il prendente Medvedev annunciò che erano stati individuati i killer della giornalista russa uccisa tra la Cecenia e l’Inguscezia nel luglio 2009. La stampa di tutto il mondo (e anche la distratta politica internazionale) si accontentò di quella dichiarazione propagandistica. Sono passati dieci mesi e i killer, sempre che fossero stati veramente individuati, se ne vanno a spasso per la Federazione Russa o magari per l’Europa.

Assassinata a colpi di makarov 9 mm, la stessa arma che usarono per uccidere Anna Politkovskaja. Una pistola un tempo in dotazione alle forze armate sovietiche. Per Natalija come Anna, stranamente, non sono mai stati trovati gli esecutori materiali.

Le due giornaliste erano d’altronde attive sul fronte dei diritti umani ed erano invise a quel presidente ceceno (l’impresentabile Ramzan Kadyrov) grazie ai cui petrorubli si è assistita qualche giorno fa alla patetica partita di calcio che ha visto protagonista anche Maradona. Triste esempio di uno spettacolo globale del quale lo sport è uno dei principali motori.

Di questo e di altro parleremo venerdì sera a Milano. Ascoltando Fabrizio Ossino, che si è da poco laureato alla Sapienza di Roma con una tesi su come i media europei hanno coperto l’omicidio Estemirova.

Con imbarazzanti risvolti anche per il giornalismo nostrano.

Vi aspettiamo.

Ad maiora

Gian Piero Piretto

Gli occhi di Piretto

Due premesse sentimentali a una recensione che precede di qualche ora la presentazione di questo volume alla libreria popolare di via Tadino (18, Milano: giovedì 11 febbraio alle 21).

Voglio molto bene a Gian Piero Piretto autore di un interessantissimo “Gli occhi di Stalin: la cultura visuale sovietica nell’era staliniana” (Cortina). È grazie a lui che la superficialità con cui mi sono avvicinato al mondo ex sovietico si è parzialmente scalfita. Lui è un cultore della materia (la cultura russa) capace di appassionare oltre che centinaia di studenti, anche giornalisti rimasti, grazie ai suoi stimoli, invischiati in questa che rimane una palude solo se la si guarda dall’esterno.

La seconda premessa è che la mia scarsa cultura di base non mi permetterà di fare una recensione degna di questo libro. Uscirà quindi il giornalista che è in me. Vent’anni a fare il pennivendolo mi rendono capace (come i vecchi terzini che affrontano attaccanti molto più bravi di loro) di sfruttare tutto il mestiere che ho accumulato sulle punte delle dita per cavarmi dall’impaccio. Alla serata organizzata da Annaviva farò quel che fanno migliaia di giornalisti che fingono di aver letto libri dei quali non hanno nemmeno accarezzato la copertina: domande banali, pronto ad abbeverarmi delle risposte. Fare da spalla è più facile che fare il “critico” (figura che, ho appreso nel libro, aveva un ruolo centrale nel sistema repressivo staliniano: una sorta di esecutore o esponente del canone in prima persona, cui spettavano determinanti interventi valutativi).

Ora indosso la cravatta (rossa) della serietà. Di cosa parla dunque il libro del prof. Piretto? Della propaganda staliniana ma non solo. Di come un regime utilizzi tutti i media in suo possesso per portare avanti la sua idea di “uomo nuovo”. «La propaganda proclamava, e l’arte era tenuta a “performare”, continui modelli comportamentali, dimostrando, attraverso immagini concrete, una rassicurante realtà: che l’uomo nuovo, con le sue qualità eccezionali, era già nato». Insomma non lo si vedeva in giro ma questo nuovo uomo frutto del comunismo (atteso invano per settantanni) era da qualche parte.

Per Piretto lo studio storico su una cultura visuale del passato può «contribuire a un’alfabetizzazione visiva da proiettare sul presente, dove l’equazione “vedere-credere” torna prepotentemente a dominare la “videosfera”, ossia la nostra cultura visuale contemporanea, in cui quelle che un tempo erano le immagini si sono trasformate nel “visivo”». È il cuore stesso di un libro che parla del passato ma fa venire in mente il presente. Perché le immagini, oggi come allora, procurano esperienze (e sensazioni) semiotiche. Ieri come oggi, la cultura visuale ci spinge ad applicare la «categoria filosofica della credenza: credo a ciò che vedo. Ma ciò che vedo raffigurato, riprodotto, illustrato». 80 anni fa come questa mattina, la massa «fa proprie anche inconsapevolmente le modalità comportamentali suggerite dalla propaganda e dalla cultura visuale».

E così che in questo gioco di specchi deformanti, «ciò che vedo rappresentato è il vero, più autentico di quanto si offre al mio sguardo nella vita di ogni giorno». Si ribadisce la potenza del simulacro e dei simboli sulla realtà. In Urss fu una scelta imposta. Ormai è accettata come dato di fatto. Perché credere in ciò che si vede significa avere fiducia in un’ideale. Nel terribile regime staliniano (capace di mixare come spiega mirabilmente Piretto «euforia e terrore in un solo paese») tale fiducia spinge persino a credere nella bellezza, che (Dostoevskij insegna) è la chiave di volta per illudere che la vita socialista sia la migliore che si possa immaginare. Per indurre a bersi questa assurdità il regime riempie strade e piazza di slogan, «una sorta di ripasso costante, di memento, una ripresa in forma riduttiva e talora degenerata della poetica dell’icona». D’altronde l’assurda frase-slogan di Stalin del 1935 recita: «Vivere è diventato più bello, compagni, vivere è diventato più allegro». «La bellezza è la nostra vita, avrebbe predicato il compagno Stalin – scrive Piretto – e schiere di folla entusiasta avrebbero sfilato in ogni occasione per dargli ragione, a dispetto della virtualità di questa situazione, dell’assoluta mancanza di riscontri concreti.»

L’importante infatti non è più la verità, ma la veridicità. «L’etica era ovviamente sospesa, la retorica non si poneva il problema della verità o della menzogna, ma quello del “funzionamento”. La falsità dell’immagine (dell’operazione) veniva accettata in nome della sua idealità (in nome dell’ideologia): falsità effettuale come verità ideale. Lo spazio era regolato da immaginario, desiderio, fantasia. All’interno di quello spazio agiva l’eroe, figura indispensabile per mirare al massimo effetto». Di qui l’iconografia staliniana col Padre della Patria eretto come una statua (e a volte raffigurato da vere statue, in piazza Rossa, malgrado la sua contemporanea presenza in carne e ossa) di fianco al Mausoleo di Lenin (vera icona del passato traslata anche nella nuova Russia dedita agli affari). Statue disseminate in tutto l’impero a testimoniare che «il potere non è più solo un apparato punitivo che si manifesta in modo episodico per colpire chi infrange la legge, ma diventa un fenomeno onnipresente».

In Urss (ma non solo…) le parole descrivono una realtà che è opposta a quella reale, una verità non vera. Come la descrizione di Stalin quale “il miglior amico dei bambini” («Grazie al compagno Stalin per la nostra infanzia felice», recitava uno dei più diffusi slogan). Una famosa immagine mostra il dittatore con un braccio la piccola Gelja, figlia di un dirigente del partito poi epurato e ucciso. L’icona (ripulita dalla sconveniente immagine del vero padre) rimarrà intoccabile. Anzi questa immagine impermeabile alla storia sarà addirittura usata nelle campagne per l’adozione degli orfani: «Esempio massimo – come spiega Piretto – di spettacolarizzazione del terrore e di investimento nel rapporto mitologico tra il padre dei popoli e la madre patria». La storia emergerà nella sua “vera” drammaticità solo nel 1995. D’altronde, come spiegava il compagno Lenin, «per essere credibili bisogna essere terribili».

L’eroe sovietico-staliniano è anche il soldato ritratto tre volte (bellissimi manifesti riprodotti nel’ultimo capitolo de “Gli occhi di Stalin) mentre va a Berlino, dopo averla conquistata e, qualche anno più tardi, dopo essere diventato vero bolscevico grazie alla stacanovismo (un sequel cui fece seguito in epoca post-socialista un quarto, irridente, manifesto nel quale lo stesso uomo chiede la carità).

Il marketing sovietico non fu propaganda di prodotti, ma di un’idea. A livello di marketing era la stessa Urss che si metteva in mostra, che si offriva al “mercato” (almeno degli occhi). Un’arte che si concretizzava non in un’opera ma una sua riproduzione, una sua moltiplicazione. Il fruitore non era il singolo ma la massa che doveva trasformare le icone in pratica di vita.

Da queste premesse nasce il “realismo socialista” nel quale gli artisti cercano di tematizzare tutto ciò che è sovietico e non occidentale. Nel quale si spinge a “parlare bolscevico”, che non significa solo chiamare i grattacieli – nome troppo americano – “edifici alti”: «Voleva dire essere nella schiera di coloro che “capivano”, che condividevano, che partecipavano. Gli altri, i capitalisti, i fascisti, gli stranieri, tutte le infinite categorie che progressivamente sarebbero sfilate nelle molteplici morfologie dei nemici del popolo, confluivano automaticamente nel regno del nulla, del male, ed erano escluse da ogni fruizione, visione magica, privilegio». Piretto spiega come nel periodo del Terrore, «dal “nemico di classe”, categoria che rendeva razionalmente e logicamente chiara la definizione di opposizione, si passò al “nemico del popolo”, caratterizzazione assai più generalizzata e vaga, che “segnalava” come chiunque potesse essere o diventare nemico del regime».

Anche per questo l’arte si rivolge al popolo per spiegare come occorre comportarsi per evitare di cadere nelle “tentazioni borghesi”. Si abbassa e semplifica il linguaggio, si fa ricorso al kitsch, fino a produrre immagini in serie che parevano uscite dallo stesso pennello. Come strumenti di comunicazione si utilizzano anche manifesti, fotografie, film francobolli, carte di caramelle o scatole di fiammiferi (sulla cui superiorità rispetto a quelli americani ricordo un gustosissimo e amaro affresco di Sergej Dovlatov), anticipando di decenni i pubblicitari occidentali.

Uno dei meriti principali del libro è a mio avviso la capacità (frutto della conoscenza diretta della cultura tedesca) con cui Piretto paragona la propaganda sovietica con quella nazista. Nel libro c’è una citazione-icona di Hannah Arendt a me particolarmente cara: «L’efficacia della propaganda basata sulle affermazioni profetiche mette in luce una delle particolari caratteristiche delle masse moderne. Esse non credono nella realtà del mondo visibile, della propria esperienza; non si fidano dei loro occhi e orecchi, ma soltanto della loro immaginazione, che può essere colpita da ciò che è apparentemente universale e in sé coerente. Si lasciano convincere dalla compattezza del sistema che promette di abbracciarli come una sua parte. Quel che le masse si rifiutano di riconoscere è la casualità che pervade tutta la realtà. Esse sono predisposte a tutte le ideologie, perché spiegano i fatti come semplici esempi di determinate leggi. La propaganda totalitaria prospera su questa fuga dalla realtà nella finzione, dalla coincidenza nella coerenza».

Piretto – che si intende di architettura – analizza anche le differenze strutturali tra i due regimi: «Se il severo monumentalismo nazionalsocialista, pensato per durare nei secoli, esprimeva l’idea di dominazione mondiale e ispirava rispetto e timore, l’elegante stile monumentale sovietico doveva testimoniare la superiorità del socialismo, rispecchiarne la ricchezza collettiva, la fertilità, il calore e la gioia di vivere».

È partendo da queste differenze che arriviamo nel cuore della matrioska del regime sovietico, nell’iconografica piazza Rossa: «La cultura della propaganda sovietica a differenza di quella nazista era centripeta: non immense aree trasformate in spazio consacrato attorno a monumenti significativi disseminati per il paese ad accogliere le adunate di massa in occorrenza delle feste nazionali. Non il Volk tedesco che indiscriminatamente vi confluiva sempre più numeroso e il Führer che vi si trasferiva per l’occasione, ma una tendenza vettoriale mirata al cuore del paese e all’unico territorio simbolicamente ed eccezionalmente ritenuto sacrale, la piazza Rossa, con Stalin che da là non si spostava, riservata, e per questo maggiormente ambita dai pochi che avessero meritato il diritto a quell’iniziatico passaggio di soglia». Da quella piazza-icona, Stalin non si spostò nemmeno per andare a festeggiare la vittoria a Berlino. Fatto di cui si pentì ma cui rimediò la propaganda filmica di regime.

In quella piazza nelle feste di regime sfila l’élite staliniana, in marcia davanti agli occhi del sovrano: per mirare ed essere mirata. Il body politic di Stalin si materializza nella sua staticità messianica (a differenza dell’iconografia “movimentista” di Lenin) e soprattutto nel suo sguardo, vero centro del potere sovietico, come spiega Piretto.

Un proverbio russo recita “idti kuda glaza glijadjat” (andare dove guardano gli occhi). «La Russia gioca la propria erranza essenzialmente sulla potenza e sulla direzione dello sguardo». Il dittatore è l’unico che ha il privilegio dello sguardo attivo. Noi, grazie a questo libro di Piretto, abbiamo l’opportunità di vedere negli occhi dei dittatore. E accorgerci che sono di cartapesta. Dietro non c’è niente. E niente (di buono) infatti ha lasciato a quel meraviglioso paese.

Ad maiora

…………………………………………..

Gian Piero Piretto,

Gli occhi di Stalin: La cultura visuale sovietica nell’era staliniana,

Raffaello Cortina Editore,

Milano, 2010,

Euro 22

L'ingresso del Memoriale della Shoah

Il ruolo della memoria

Ci sono libri che mi fulminano appena li leggo, che mi spingono a prendere nota di alcune frasi già dopo le prime pagine. È il caso di questo libro davvero bello e stimolante di David Bidussa che Annaviva ha presentato alla libreria popolare di via Tadino a Milano. “Dopo l’ultimo testimone” parla di un tema su cui Annaviva si è battuta in questo ultimo anno. La memoria. Centrando l’attenzione sulla shoah, sullo sterminio degli ebrei pianificato dai criminali nazisti (con il supporto degli idioti fascisti e il silenzio – vergognoso – di tanti italiani Ma parlando di come è stato ed è gestita la memoria della soluzione finale si finisce per parlare di come raccontare la storia. Di come passare la “staffetta dello coscienza del mondo” di cui parla Furio Colombo.

Bidussa spiega innanzitutto una cosa apparente semplice, su cui invece nessuno ha riflettuto in questi anni. “Il Giorno della memoria – il 27 gennaio – non è il giorno dei morti. Per questa ricorrenza abbiamo già la data del 2 novembre nel nostro calendario civico e non c’è alcun bisogno di duplicarla. Il 27 gennaio è il giorno della memoria per i vivi e non della commemorazione dei morti”. È proprio così. Ma non so quanti di noi, anche di noi italiani, capiamo a chi si rivolge quella commemorazione. E infatti David Bidussa, in uno stile, che per mia deformazione culturale, a me ricorda un po’ Gobetti e un po’ la Politkovskaja, parla proprio di come noi abbiamo affrontato l’apertura dei campi di concentramento e il ritorno dei sopravvissuti.

Il silenzio di noi italiani dopo il 1938 forse è il segno dell’indifferenza, ma esprime soprattutto l’attaccamento alle cose piccole, al proprio cosmo casalingo, la difesa del proprio quotidiano. Non è l’ostilità preconcetta per l’altro, ma un fenomeno più sottile, certo non meno sintomatico: la scelta per la medietà, per un quieto vivere privo di passioni e perciò disilluso, perché costruito sull’insignificanza del dolore altrui. Quando periodicamente la realtà, in forma brutale, torna a farsi sentire, e a imporre confronti con il malessere umano non a distanze infinite, ma alle porte di casa, spesso di quella accanto, il silenzio come l’indifferenza è una risorsa che ritorna in campo com possibile via di salvezza per non lasciarsi trasformare o interrogare dalle sgradevolezze del presente e da un’autoanalisi sulle proprie responsabilità”. Fare i conti con il proprio passato è uno dei cardini di questo libro. Che infatti sottolinea, come la lezione della shoah, sia rimasta lettera morta, visto quel che è successo in Africa e nei Balcani (e ci permettiamo di aggiungere, anche in Cecenia): “Quando a metà degli anni ’90, lo sterminio ha preso di nuovo a riempire la nostra quotidianità (dal Rwanda al Darfur, alle varie piazze della ex Jugoslavia), il discorso sulla “zona grigia” è diventato meno lontano e più inquietante. Lì si trattava di nuovo di fare i conti con il tema dell’indifferenza. Questa volta noi c’eravamo. Anche per questo scavare sulla “zona grigia” non è più un’ ‘ipotesi di scuola’”. Sono purtroppo scuole che quasi nessun politico italiano (con lodevoli eccezioni che vanno da Gianfranco Fini a Lele Fiano) sembra frequentare.

Poi Bidussa si è soffermato su come viene gestita dalla popolazione e dagli storici la memoria. Come sottolinea Lucien Febvre, “l’uomo non si ricorda del passato: lo ricostruisce sempre”. Perché, come invece sottolinea lo scrittore toscano, “se la memoria è elaborata nel presente e si propone per il futuro significa che noi non ricordiamo ‘quello che è avvenuto’ come se fosse un dato, ma che lo ricordiamo attivamente, ossia insieme ne produciamo e riproduciamo la memoria”.

Bidussa, si ispira a Primo Levi e alle sue riflessioni su cosa accadrà quando anche l’ultimo testimone della shoah non ci sarà più (le stesse preoccupazioni su cui si è basato il recente film “Fratelli d’Italia?”). E sottolinea innanzitutto l’atteggiamento un po’ peloso che molti intellettuali italiani (dai giornalisti in su) hanno avuto nei confronti di quanti sono tornati dai campi di sterminio. “La questione del genocidio ebraico inaugura il diritto di parola per una figura cui si era richiesto di barattare l’integrazione sociale con il silenzio, la non visibilità. In fondo, l’emancipazione giuridica e sociale era proprio questo: l’ingresso in società, la fuoriuscita dalla precedente condizione, al prezzo della propria assimilazione. Il sopravvissuto al genocidio acquista il diritto di parola sulla base di una ricontrattata specificità della condizione ebraica che la esalta solo apparentemente. L’unicità di quello stermino non si coniuga con la dimensione della sua universalità e dunque lascia spazi alla percezione lenta di un evento che è talmente santificato da diventare “estratto” dalla storia e, allo stesso tempo, ridotto a fenomeno specifico perché isolato e ‘non comparabile’”. Questa santificazione è stata comunque successiva a un lungo periodo di silenzio, rotto soltanto da alcuni film che hanno aperto una breccia nell’opinione pubblica e nella memoria collettiva: “La memoria del sopravvissuto a lungo è rimasta un non detto. Quando si è rimessa in moto ha avuto però il problema essenziale di ricostruire non tanto la vicenda propria quanto quella collettiva. In altre parole: di riproporre quel terreno di sciabilità che costituisce il vuoto prodotto dal genocidio. (…) Prevale una ricostruzione che “non turba il sonno”, che consola ed esalta e che consente di salvarsi. Il passato diventa un racconto docile non tanto perché fondato sull’oblio, ma piuttosto sull’indifferenza e l’irrilevanza. Oppure sulla retorica che dice ‘mai più’”.

Poi, in pura chiave filosofica, Bidussa distingue il ruolo dei sopravvissuti da quello degli storici. I primi sono fondamentali per capire quel che è successo e chi scrive della shoah non può prescindere da loro. Ma secondo lo scrittore, è compito dello storico tramandare quel che è successo. “La memoria dei sopravvissuti – sottolinea infatti Bidussa – è dunque un territorio narrativo e riflessivo indispensabile allo storico che voglia comprendere, descrivere e “ricostruire” un contesto. Ma non è la ricostruzione di quel contesto”. Infatti, a suo giudizio, “la memoria è il risultato di come si fanno i conti col passato ed è destinata proprio per questa sua origine a modificarsi nel tempo. Non solo perché si arricchisce di nuovi dati precedentemente non considerati o non emersi, ma perché essa rappresenta, come ha osservato lo storico Leonardo Paggi, “una costruzione essenzialmente politica destinata a cambiare con i mutamente delle identità individuali e di gruppo”.

Ma, e in questo passaggio è la chiave davvero innovativa e coraggiosa di questo bellissimo testo, “oggi si tratta di capire che memoria del genocidio ebraico e memoria collettiva non coincidono, ma soprattutto che è centrale non una battaglia per la definitiva e incontestabile riaffermazione della memoria, ma per la sua persistenza e cittadinanza entro una cornice che non veda solo gli ebrei, e più in generale i “sopravvissuti”, essere i primi e talvolta i soli a riaffermarla. La memoria del genocidio ebraico è una questione di democrazia e come tale ha in sé un valore prescrittivo e descrittivo. Prescrittivamente è metafora riflessiva sui totalitarismi, sulle possibilità dell’uomo, sul suo essere spaventosamente senza limiti e senza freni. E ha valore descrittivo perché contiene una dimensione dinamica”.

Nell’opinione di Bidussa, “la memoria è un assoluto mentre la storia non conosce che il relativo”. Elemento teorico che non possiamo che sottoscrivere. Ci permettiamo solo di dubitare sull’efficacia del ruolo degli storici sul breve periodo. Gli storici si basano sui documenti. E i documenti nei regimi sono più falsi del racconti dei testimoni. Sui gulag si comincia ad esempio a fare luce solo ora, dopo che per decenni è stato solo grazie al racconto dei sopravvissuti che si è creata una memoria e una coscienza collettiva. Anche sulle stragi nel Caucaso dovremo aspettare decenni prima che l’apertura degli archivi putiniani ci restituiscano la verità sui conflitti che hanno insanguinato la Cecenia. Fino ad allora, ci saranno solo i parenti delle vittime o i pochi che hanno disertato (finendo a volte imbottiti di Polonio radioattivo perché non parlassero più). O sulla strage di Srebrenica, vera vergogna degli ultimi anni, della quale gli storici ci racconteranno la verità chissà quando. Perché per evitare che le cose si ripetano, dobbiamo porre la “zona grigia” (e la politica la rappresenta ormai alla grande) di fronte alle proprie responsabilità oggi, non fra decenni.

Ad maiora