Lazio

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Fischio Finale, su GQ uno stralcio del mio testo

Come vi ho annunciato qualche settimana fa, ho dato il mio piccolo contributo (per la prima volta) alla stesura di un libro giallo, incentrato sul mondo del calcio. Fischio finale è un volume edito da Novecento editore ha tra quanti hanno scritto molti noti giallisti.
Forse per il classico culo del principiante GQ, nel recensire il libro, ha deciso di pubblicare uno stralcio proprio del capitolo da me scritto (dedicato al derby romano).
Chi ha voglia di leggerlo, può farlo qui :
http://www.gqitalia.it/gadget/2014/10/05/fischio-finale-lato-criminale-calcio-in-10-racconti/
Il libro lo trovate comunque in tutte le (migliori) librerie.
Ad maiora

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Gli “spaghetti western” non sono scotti

Ricevo e volentieri pubblico questo nuovo contributo dell’amico e collega Sergio Calabrese. Che compare anche in foto mentre riprende Sergio Leone.

Ad maiora

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“Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l’uomo con la pistola è un uomo morto”. Sergio Leone dixit. E’ una frase che fa parte ormai della storia del cinema mondiale. “Per un pugno di dollari” 50 anni fa uscì nelle sale cinematografiche italiane e tracciò la via a un genere che ancora oggi fa scuola: il western italiano. Giovanni Amati (il re degli esercenti) quando gli fu proposto di programmare “Per un pugno di dollari” decise di proiettarlo in una sala cinematografica della periferia romana. Una di quelle sale dove si vedevano soltanto film di serie “b”.  “Tanto – aveva detto il patron della distribuzione – il film sarà destinato a sparire dalla circolazione in un paio di giorni”. I critici, da parte loro, come spesso accade, spararono sul film senza pietà massacrandolo. Anche il vate dei critici Tullio Kezich non fu tenero con il regista romano. In seguito, contrariamente alle previsioni, gli “spaghetti western”, così erano chiamati tutti i film western che non erano made in Hollywood, faranno boom. Il pubblico, contro ogni previsione, ne decreterà un grande successo.

Cinquantanni fa, era il 1964, con “Per un pugno di dollari” nasceva il più clamoroso fenomeno commerciale del cinema italiano di tutti i tempi: la pellicola a basso budget, con una lavorazione a tratti disperata per mancanza di fondi (in Spagna ci fu addirittura un ammutinamento della troupe perché non percepivano la paga da un mese) ebbe un successo che in breve tempo varcò i confini italiani. Gli spocchiosi producer d’Oltreatlantico fanno marcia indietro e cominciano a tessere le lodi del regista italiano. Quelli che i critici dell’epoca avevano denunciato come difetti e approssimazione narrativa, furono proprio gli elementi che contribuirono al grande successo del primo “spaghetti western”. Nella storia il protagonista scardina tutte le convenzioni e gli schemi classici del film western dove vi è il bene e il male.

Nella pellicola di Sergio Leone il protagonista è l’antieroe che agisce esclusivamente per ragioni personali, anche se con nobili intenti. Questa originale chiave di lettura del western alla “romana” alla fine influenzerà molte pellicole western prodotte a Hollywood. Lui, “il Leone”, nel frattempo si gode il successo. E pensare che per fare leva sui mercati esteri “Per un pugno di dollari” Sergio Leone fu costretto a firmarsi con un nome americano, Bob Robertson. La produzione italiana riteneva che un flm western non poteva avere attori con nomi italiani. E fu così che anche Gian Maria Volontè, che nel film interpreta il ruolo del cattivone, Ramon Rojo, fu costretto ad assumere lo pseudonimo di John Welss.

Dopo il trionfo sui mercati americani del film, ci furono alcuni registi che furono invece costretti dalle major di Hollywood a firmare i loro film con nomi italiani. Il western “made in Ciociaria” tira e fa tendenza. I film girati da Sergio Leone in Lazio, Abruzzo e nelle Asturie sono ormai un fenomeno internazionale. Tra il 1966 e il 1968, sono ben 160 i film di ambientazione western. Questo è il cinema bellezza, è il cinema italiano! Sembra dire Leone ai suoi criticoni che lo avevano duramente accusato di aver plagiato per il suo “Pugno di dollari” il film del giapponese Akira Kurosawa “La sfida del samurai”. Cosa del resto vera che ammise pure – senza tanti imbarazzi- lo stesso regista. Ci fu anche una causa per plagio che il regista Kurosawa vinse. Una piccola ombra su uno dei capolavori del cinema western targato Leone: primo della trilogia con i film “Per qualche dollaro in più” e “Il buono, il brutto e il cattivo”. Film quest’ultimo, che nelle scuole americane di cinema si studia ancora oggi analizzando le inquadrature, i grandi totali, l’uso maniacale dei primissimi piani, e soprattutto gli sguardi e i silenzi dei protagonisti. Al successo di questi film contribuì il monumentale Clint Eastwood. L’uomo dal mantello e dall’eterno sigaro in bocca. Sigaro (toscano) che il protagonista del “Pugno di dollari” detestava. Lui non ha mai fumato in vita sua. Ogni scena col sigaro in bocca per lui era una tortura. Inizialmente il protagonista doveva essere Henry Fonda, ma il suo agente, al quale Leone aveva mandato il copione da leggere, gli rispose con un telegramma che Fonda non avrebbe mai interpretato una simile parte. Poi Leone scoprì che Fonda non aveva mai letto il copione. Ma tant’è. Al successo dei film di Leone contribuì, con le sue colonne sonore, un altro grande del cinema italiano: il Premio Oscar Ennio Morricone. Anche lui, all’epoca, costretto a firmare le musiche di “Per un pugno di dollari” con il nome di Dan Savio.

Sergio Leone visto da vicino                                                                                                 

Fine anni Settanta. Per gli speciali della Rai una troupe gira “Registi in vacanza”. L’appuntamento con il nostro protagonista dello speciale è di buon mattino, al molo di Fiumicino. A bordo dello yacht  ci accoglie un giovane allampanato collaboratore del regista che ci comunica che il “maestro” arriverà tra poco. Sergio Leone è il protagonista del nostro speciale. Ciak in campo e l’”omone”, che ci incute timore solo a guardarlo, ci mette subito a nostro agio. Si racconta e racconta momenti della sua vita familiare e professionale. La dura gavetta, i primi successi e poi la fama di regista universalmente riconosciuto. Il sogno della sua vita era quello di realizzare un film western da lui scritto. I sogni nel cinema, a volte si avverano. Sergio Leone con i suoi “Spaghetti western” e tanti altri memorabili film è ormai entrato di diritto nell’Olimpo della storia del cinema Mondiale. Per la cronaca, il giovane allampanato che ci accolse sulla barca del regista era (è) Dario Argento. Il regista di “Profondo rosso e di tanti altri thriller “made in Italy”. Argento con Bernardo Bertolucci collaborò alla stesura del soggetto di un altro grande film di successo di Leone “C’era una volta il West”.

Sergio Leone

Figlio di Vincenzo Leone regista del cinema muto e dell’attrice Bice Valeran, esordisce come comparsa “volontaria” in “Ladri di biciclette” il capolavoro neorealista di Vittorio De Sica. Il suo primo lungometraggio è stato “Il colosso di Rodi” film mitologico che aveva avuto modo di esplorare collaborando come aiuto regista nel film “Ben Hur” (1959) Il regista muore per un infarto il 30 aprile del 1989 mentre nel suo studio stava lavorando alla sceneggiatura incentrata sulla storia e l’assedio di Leningrado.
Alè!
Sergio Calabrese

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Tra Conte e Banchi

La Juve di Conte si fa raggiungere sul 2-2 dal Verona (dopo aver concluso sul 2-0 il primo tempo) e l’allenatore va su tutte le furie. Via il giorno di riposo e faccia a faccia con tutti i giocatori a Vinovo, il mattino dopo. L’allenatore non vuole cali di tensione della squadra anche se è ampiamente prima in classifica.
Venerdì sera la Milano del basket è avanti di 16 punti contro Sassari nei Quarti di finale della Coppa Italia, che tutti i commentatori (e i bookmakers) dicono sia pronta a vincere (dopo 18 anni di assenza). La squadra di Meo Sacchetti (che poi conquisterà meritatamente il
titolo, primo nella storia della Sardegna) nel secondo tempo fa suo l’incontro e vince di 2 punti eliminando lo squadrone sponsorizzato Armani. Coach Banchi si dice deluso. I giocatori (primi in classifica in campionato) vengono normalmente convocati per l’allenamento di lunedì (ieri). Qui trovano gli ultrà che contestano lo scarso impegno e invitano la dirigenza a tenere sotto controllo i giocatori. Dopo la sconfitta infatti il capitano della squadra, Alessandro Gentile (ma non solo) avrebbe postato un video di una festa alla quale ha partecipato. Usiamo il condizionale perché dopo un comunicato della curva (molto critico, che annunciava lo sciopero del tifo), l’account del giocatore su Instagram è stato cancellato.
Lo scorso 19 gennaio l’Udinese (siamo tornati al calcio) perde 3 a 2 in casa contro la Lazio, dopo essere stata in vantaggio e ave giocato parte del match con un uomo in più (ma un Profeta in meno). La sera alcuni giocatori bianconeri postano (sempre su Instagram) una foto in cui stanno facendo baldoria, malgrado la sconfitta. Il giorno dopo gli ultrà si presentano all’allenamento e si fanno sentire, contestando il poco attaccamento dei giocatori alla maglia. Guidolin promette interventi (magari limitando l’uso dei social network, croce e delizia dei nostri tempi).
L’Udinese vince poi 3 delle successive quattro partite (una in Coppa Italia, prima di perdere ieri sera a Firenze e venire eliminata in semifinale).
Vedremo nel week end (ma anche prima, visto gli impegni di Eurolega) se pagherà più l’atteggiamento punitivo di Conte o quello più amicale di Banchi.
Ad maiora

Lorik Cana beffa Mihajlovic

Esordio amaro per il neo allenatore serbo della Sampdoria. Beffata all’ultima azione dal calciatore della Lazio, di origine kosovara, capitano della nazionale albanese.
Uno con l’aquila a due teste tatuata sul braccio:

Ad maiora

Il body language di Mou e quello di Seedorf

Jose Mourinho reacts during their English Premier League soccer match against Hull City in LondonSarà che è lunedì e che quindi l’attenzione dei più è concentrata sul calcio, pur essendo agosto. Sarà che in Italia non accade nulla che possa interessare il resto del mondo. Ma, per quanto riguarda il nostro paese, ho trovato solo notizie calcistiche sui siti stranieri.

Ieri c’era la Supercoppa, stravinta dalla Juve contro la Lazio. Sull’argentina Nacion si sottolinea come i bianconeri abbiamo vinto con un gol di Carlitos Tevez. Era l’ultimo dei quattro rifilati ai biancoazzurri.
El Mundo, parla di un titulo come aperitivo, pregustando già un anno di successi bianconeri.
Rimaniamo il calcio ma spostiamoci ai personaggi più o meno italiani che frequentano altri campionati. Mourinho vince nel suo ritorno in terra inglese, ben accolto dal pubblico del Chelsea come sottolinea El Pais. Il Guardian analizza il body language degli allenatori, partendo ovviamente da Mou.
A proposito di allenatori, penna bianca Ravanelli, lo racconta Le Figaro, stasera porta il suo Ajaccio a Parigi.
Rimaniamo nell’ambito di ex, con Seedorf che litiga in mezzo al campo con un suo compagno del Botafogo. Lo racconta il brasiliano Globo.
Infine sul New York Times, in barba alla crisi, una Ferrari all’asta, per 27 milioni di dollaroni. Mah.
Ad maiora

krasic alla juve

Il neo juventino Krasic: serbo di Mitrovica

La Juventus FC ha formalizzato oggi l’acquisto di Miloš Krasić. Lo pagherà, da qui al 2012, in tre rate da 5 milioni di euro. Un mutuo, oneroso, ma un mutuo, garantito da una fideiussione bancaria.

Krasić, nato nel 1984 in Jugoslavia, ha giocato anche per la nazionale under 21 di Serbia e Montenegro e ora è titolare della nazionale della Serbia. Il centrocampista (esploso col CSKA di Mosca) che è stato eletto miglior giocatore serbo del 2009, ai Mondiali sudafricani non ha brillato (sostituito nel disastroso Australia-Serbia 2-1, che ha portato all’eliminazione dei serbi) anche se con tre gol era stato decisivo nelle qualificazioni del suo Paese.

Già il suo Paese. Krasić è nato a Mitrovica, città che si trova nel nord del Kosovo. È divisa in due dal fiume Ibar e il ponte (presidiato da forze militari internazionali) è una sorta di spartiacque tra il Kosovo albanese e quello serbo, tra mondo islamico e cristiano.

A nord del fiume vivono 20mila serbi, a sud 80mila albanesi. Il ponte è un sorta di muro di divisione. Alexander Langer (che a Brescia in questi giorni, forse a causa del caldo, è stato bollato come terrorista) se ne sarebbe rammaricato.

Le più recenti tensioni a Mitrovica si sono registrate solo qualche settimana fa, con il parziale riconoscimento dell’indipendenza di Pristina: il 22 luglio la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato legittima la secessione kosovara da Belgrado (partita nel 1999).
Mitrovica, o Kosovska Mitrovia o Titova Mitrovica come viene ancora chiamata, ha dato i natali anche a un altro calciatore serbo che ha giocato in Italia e che ora è tornato alla Stella Rossa di Belgrado: Nikola Lazetić.

Nel 2002 Lazetić era stato acquistato dal Como di Preziosi e girato subito al Chievo Verona (quell’anno i lariani scesero dalla A alla B per poi precipitare, grazie all’attuale patron del Genoa, fino alla C2 e al fallimento: ora sono in Lega Pro). Il serbo andrà poi alla Lazio, Siena, Genoa e Livorno, per concludere la sua esperienza italiana al Torino (contribuendo all’ultima promozione a Serie A, ma poi anche alla retrocessione). A scadenza di contratto, il ritorno a Belgrado.

Ma sempre di Mitrovica è un altro calciatore, che ha giocato in Italia e che invece è di etnia albanese: Valon Berhami.

La famiglia Berhami nel 1990 era emigrata in Canton Ticino, dopo che entrambi i genitori di Valon (allora aveva 5 anni) avevano perso il lavoro. Dal 1995 presentavano invano alle autorità elvetiche più richieste di asilo politico, per l’aggravarsi delle vicende degli slavi del sud. È però l’abilità sportiva di Valon a salvare la famiglia dal rimpatrio. La società sportiva Ligornetto lancia infatti una raccolta di firme per chiedere alla Confederazione di garantire asilo ai Behrami. Così sarà. Valon ripaga la fiducia (sportiva) accordatagli portando la Svizzera ai Mondiali del Sudafrica (suo il gol decisivo nella partita con la Turchia: sorta di nemesi, visto che questo Paese è l’erede politico di quell’Impero Ottomano che sconfiggendo i serbi e conquistando Mitrovica, la islamizzò).

Berhami, in Italia, ha giocato nel Genoa, nell’Hellas Verona e soprattutto nella Lazio: 44 presenze per i biancazzurri e quattro gol, uno dei quali decisivo nel derby 2008 (3-2 per la Lazio). Ora (dopo la deludente esperienza col West Ham – squadra della Premier di cui è dirigente Sir Gianfranco Zola, oggi sconfitta 1-3 dal Bolton – e dopo un bruttissimo infortunio lo scorso anno) potrebbe tornare proprio nella capitale, ma sulla sponda giallorossa.

A Mitrovica sud continueranno a essere orgogliosi di lui.

Come in quella nord, nei cui bar da due giorni a questa parte, si starà parlando di Krasić alla Juve. Lo stesso nei caffè belgradesi. Anche in Serbia la notizia domina infatti oggi tutti i siti online: http://sport.blic.rs/Fudbal/Evropski-fudbal/183404/Milos-Krasic-zvanicno-novi-clan-Juventusa

Magari è l’occasione per “dare un calcio” ai conflitti. Sperem.