Laterza

Prima lezione sulla televisione

Da tempo sostengo che occorrerebbe offrire, fin dalle scuole elementari, una base di conoscenza su come funziona la televisione. Sarebbe meglio infatti offrire strumenti per  diventare telespettatori consapevoli, per evitare che ci si beva tutto ciò che passa sul piccolo schermo (ma che ora si espande abbondantemente in rete). La tv rimane infatti il principale strumento informativo per i più.

Uno strumento semplice per capire i fondamenti è la “Prima lezione sulla televisione” di Aldo Grasso (Laterza). Il libro di quello che a mio giudizio è il miglior critico televisivo italiano racconta, in pillole, come sia nata la tv oltreoceano ma anche in Italia (siamo partiti con ritardo – il colore solo nel 1977! – e non abbiamo mai più recuperato).

Qui ha dovuto fare i conti con la ritrosia di gran parte degli intellettuali (uno per tutti, Alberto Moravia per il quale “l’Italia televisiva è una sotto-Italia, un’Italia di serie B”). Eppure, scrive Grasso, l’avvento della tv «segna un confine temporale nella storia d’Italia, un prima e un dopo: grazie alla tv l’Italia si trasforma rapidamente e inizia il suo faticoso processo di modernizzazione».

Anche l’avvento della televisione commerciali ha accelerato la vita del paese, finendo col condizionarlo (e col mettere in discussione il concetto di “servizio pubblico”). Ora la neotelevisione ha dissolto i generi «con processi di commistione e ibridazione: reality show o infotainment».

Tutto ciò, spiega Grasso, non è per forza un disvalore: «È vero, la sensazione è quella di aver consumato in questi anni una televisione assolutamente priva di sfumature, capace solo di attanagliare lo spettatore con stupefazioni baracconesche, con l’esibizione di mostri, con strabilianti genericità. Ma la televisione e con essa i videogiochi e le mille offerte del web offrono a un numero impressionante di persone una grande quantità di stimoli che hanno accresciuto la media del quoziente d’intelligenza. Una volta i percorsi del sapere erano una prerogativa per pochi, adesso gli stessi complessi cammini logici sono racchiusi nei giochi elettronici».

Sul mio – principale datore di lavoro – Grasso si domanda (come l’amico Gilberto Squizzato autore di “La tv che non c’è”, minimum fax) se «Esiste oggi un modo per la Rai, da sempre cannibalizzata dai partiti e oggetto di appetiti della politica, di tornare a dar valore al proprio ruolo di servizio pubblico? Ha ancora senso che esista un servizio pubblico tv? Occorrerebbe che il direttore generali, i direttori delle reti e dei tg non siano scelti in base alla loro appartenenza politica ma in base a capacità professionali».

E sul mio lavoro, conclude amaramente: «Nella neotelevisione è più importante l’intrattenimento. I tg sono ancora la fonte informativa più importante in Italia. Ma è andato in crisi il giornalismo tradizionale e sta trionfando il giornalismo varietà».

Grasso parla invece così del suo di mestiere: «La critica televisiva – come la critica in genere – può insegnare poco: non è normativa, non è orientativa, non è pedagogica. Diciamola tutta: non serve a nulla. Ma insegna una cosa: l’esercizio critico».

Qualcosa di indigeribile in un paese che non ha mai avuto la Riforma.

Ad maiora.

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Aldo Grasso

Prima lezione sulla televisione

Laterza

Roma-Bari, 2011

Pagg.  142

Euro: 12

PIOVONO PIETRE, SERENE, MODERATE E SOPRATTUTTO A CHILOMETRI ZERO

Linea 94. Pioggerellina e freddo autunnale. Un tipo, con cuffiette d’ordinanza sta leggendo un libro. Ride. Da solo, come uno scemo.

Quello scemo sono io. E il libro è Piovono pietre di Alessandro Robecchi che Laterza ha appena mandato in libreria.

Compratelo, fatevelo prestare o noleggiare. Ma soprattutto leggetelo.

Le “cronache marziane da un paese assurdo” si snodano su alcuni concetti chiave: la serenità, il moderatismo e il chilometro zero.

Sereni d’Italia è il primo paragrafo che già vale il prezzo del biglietto, anzi del volume: «Sereno. È quasi sempre una parola ostentata, comunicata al mondo e proclamata. C’è chi tiene a far sapere in giro che è sereno, lo grida e lo rivendica. Lo scrive e lo timbra come un’autocertificazione. Mi chiedo perché. Dubito che lo farebbe uno che è sereno sul serio, seraficamente intento a godersi la sua serenità senza farsi un vanto o un annuncio per le masse. C’è dell’ipocrisia, inutile negarlo. Dice “sono sereno” chi non è sereno per niente, è un’affermazione con la smentita incorporata, una palinodia in tempo reale. Viene il sospetto che “sono sereno” sia una scappatoia buona per quando si resta senza parole. Non proprio un’alzata di spalle, non ancora ma qualcosa che la precede, una mossa propedeutica al mettersi il cuore in pace. Diciamolo il “sono sereno” suona un po’ come un “ma lasciatemi in pace”. Amen.». Robecchi, da genio della satira qual è (collabora d’altronde con Crozza e fa le Figu su Rai 3), nel testo non dimentica anche Piergianni Prosperini che, al momento dell’arresto, più che sereno si disse “bello tranquillo, paciarotto”.

E paciarotto è anche Robecchi quando affronta il secondo cardine del suo libro: il moderatismo. Se la prende col “Bokassa dei moderati”, dallo stile di vita moderatissimo: «Costruirsi un vulcano in giardino non vi pare un illuminante segnale di sobrietà? Solo gente moderatamente cieca potrebbe scambiare tutto ciò per moderatismo. Eppure.»

Eppure Robecchi (che definisce il Grande Fratello, «una cosa demodé come il rosolio») si occupa del moderatismo imposto a noi telegiornalisti. Come le colleghe del Tg1 criticate perché “fanno le facce”: «A questo siamo. Al moderarsi la faccia, alla censura delle espressioni del viso. Il che è bizzarro, a pensarci, di fronte a visi pochissimo moderati: labbra gonfie come gommoni Zodiac, zigomi sostenuti da putrelle in silicone, iniezioni di botulino. Ma fare una faccia perplessa no, non è consentito».

Ma si rivolge anche ai giornalisti economici, alle frasi fatte di chi segue l’andamento della finanza, alle “espressioni figurate” e “descrizioni immaginifiche”: «Tipo la Borsa che si muove in territorio negativo, come se fosse una specie di giungla dove le azioni vengono catturate e forse mangiate da chissà quale selvaggio feroce e incivile. Mentre se la Borsa si muovesse in territorio positivo sarebbe, chissà, uno scampanellare di cherubini ricchi in euro, dollari o materie prime, che festeggiano gioiosi perché la Borsa sale. Il che significa, dati i tempi, che qualcuno ha perso il lavoro, che quel che si faceva a Padova ora si fa in Moldova, che costa meno. Su le azioni, hurrà! Territorio positivo! E un sacco di nuovi poveri che non sanno che fare. Forse girano a vuoto, esuberi umani, incazzati come cobra».

Ultima icona moderna, il chilometro zero: «Se devo dirla tutta, questa faccenda del chilometro zero, presa alla lettera, può portare alla denutrizione. Ad esempio: io abito nel centro di Milano. Dunque, ho passato due giorni a fare l’elenco di cosa potrei mangiare che sia allevato o coltivato, o che cresca spontaneamente, a meno di un chilometro da casa. Alla fine ho optato per certe bacche raccolte ai giardinetti, di cui ignoro tutto e specialmente se siano commestibili, e una gustosa insalata scovata in un’aiuola spartitraffico. Purtroppo non esistono ulivi, né saline e dovrò mangiarla scondita. Non importa. È il principio che conta». Ma non solo: «Chi voglia affinare le sue qualità di animale tecnologico totale mangiando a “chilometri zero” nel centro di una grande città è bene che si alleni. Catturare un piccione non è poi così difficile: se ne trovano di zoppi, perché il traffico cittadino ha anche i suoi pregi».

Potrei continuare, ma poi non finisce che non me lo leggete.

Un tempo Piovono pietre era la trasmissione mattutina di Robecchi su Radio popolare. Quel risveglio – tra il divertito e l’amaro – non c’è più da anni. Ma è lo stesso spirito che alimenta queste pagine.  Per chiudere con una citazione interna al volume, è una delle cose per cui vale la pena vivere.

Ad maiora.

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Alessandro Robecchi

Piovono pietre

Editori Laterza

Bari, 2011

Pagg. 181

Euro: 15