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Calciatori, giù la cresta

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Ricevo e volentieri pubblico questa riflessione di Sergio Calabrese, amico e collega (che per anni ha calcato chilometri e chilometri di erbosi tappeti calcistici, realizzando magnifiche riprese per mamma Rai).
Ad maiora

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Sfumata. Accentuata. Esagerata! Che cos’è? Ma è la cresta, signori miei, quella dei “padroni della domenica”, quella che esibiscono molti calciatori diventati ormai un catalogo ambulante di tagli per capelli inguardabili, “a volte orribili!”
Lo stadio diventa una sorta di passerella dove alcuni calciatori si fanno notare più per le loro acconciature pilifere che per i dribbling e la capacità di andare in gol. Nella società dell’apparire una cresta multicolore vale parecchi primi piani televisivi e “contribuisce ad aumentare il valore economico del calciatore sul mercato”, dicono i procuratori. Un calciatore crestato si “vende” meglio rispetto a un calciatore con pochi capelli. “Ho la cresta multicolore, dunque esisto”, pare essere il nuovo verbo nel mondo di Eupalla.
Nella maggior parte i “crestati” sono attaccanti, ma non tutti a dire il vero sono scarsi, ci mancherebbe! Alcuni sono top player come Marek Hamisik centrocampista del Napoli e capitano della Nazionale Slovacca. L’attaccante partenopeo porta la cresta da quando aveva 14 anni e giocava nelle giovanili della Sampdoria. Altri campioni crestati sono i giovanissimi talenti del Milan Stephan El Shaarawy e Mario Balotelli. Al suo arrivo al Milan proveniente dal Manchester City, Marione aveva detto: “Toglietemi tutto, ma non la mia cresta: non ci rinuncio neanche se me lo chiede il padrone Berlusconi!”
Non vi è squadra di A, di B, campionati minori, scapoli e ammogliati, che non scendano in campo acconciati secondo i dettami della nuova moda. La cosa terrificante è che queste acconciature “hair tarro” sono diventati modelli estetici da imitare: soprattutto tra gli adolescenti. Di domenica, basta girare i campetti di periferia per vedere tantissimi “piccoli truzzi crescono” che sotto lo sguardo fiero di mamma e papà, zampettano sull’erba esibendo inguardabili testoline rasate, scolpite, ossigenate. Roba da fare intervenire il “Telefono azzurro”. Insomma, la cresta “tira” e tutti (bene o male) ne parlano. Alcuni hair stylist sono i “nouveau artist” che scolpiscono il cuoio capelluto di tanti calciatori. Molti di questi “barbè”, al pari degli osannati stilisti del made in Italy, sono finiti sulle prime pagine dei giornali grazie alle loro “opere pilifere”. Turuzzu Corigliano di Arenzano e Rino Riccio da Pozzuoli sono i parrucchieri scultori più trend del momento. I bene informati dicono che “questi due” siano gli artefici della creste mohavk più in voga del momento: quelle del giocatore partenopeo Marek Hamsik e del gioiellino del Milan di origini egiziane Stephan El Shaarawy. Qualcuno, al di là del valore “artistico”, si è chiesto se queste acconciature (sempre annegate da interi tubetti di lacca e gel in quantità industriale) non rappresentino un pericolo durante le concitate fasi di gioco di una partita di calcio. A proposito, Nathan Van Someren, rugbista australiano, è stato espulso dall’arbitro per “acconciatura pericolosa”: i capelli della sua cresta, ritti e duri come gli aghi di un porcospino, potevano rappresentare un’arma impropria durante le mischie infilandosi negli occhi di un avversario. Chissà se i “parrucconi” della Fifa (l’organizzazione che governa il calcio mondiale) ci hanno pensato. Ma tant’è! Per ora avanti tutta con il kit del calciatore narciso che prevede creste, tatuaggi in quantità industriale, treccine e code di cavallo; anche se queste ultime dopo il ritiro del calciatore divin codino Roberto Baggio e dell’ex milanista Ruud Gullit sono un po’ demodé. Ma da dove arriva la moda mohavk? Gli esegeti del fenomeno ci dicono che tutto partì dall’uomo di Clonyvan risalente all’età del ferro, vissuto 2300 anni fa in una palude irlandese. Il suo reperto mummificato con una cresta altissima è stato ritrovato in buono stato alcuni anni fa vicino a Dublino. Poi ci sono i Pellerossa del Nord America divisi in 250 tribù tra le quali spicca quella del fiero popolo dei Mohicani; la cresta, infatti, era l’acconciatura tipica di questa tribù. I guerrieri che si mettevano in prima linea per combattere si caratterizzavano per le loro altissime e colorate acconciature. Per la storia i Mohicani sono stati i pellerossa che per primi hanno abitato l’area più antica dell’attuale Manhattan. Anche letterati e scrittori dell’Ottocento e del tardo Novecento hanno frequentato questa particolare acconciatura. Il poeta maledetto Charles Baudelaire, come gesto di ribellione amava spesso tingersi i capelli. Infine vi è la stilista inglese Vivienne Westwood che ha ispirato la nascita della cultura “teppista-punk-tarro” del ventesimo secolo.
Sotto la cresta, dunque, c’è anche un po’ di cultura. Chissà se i calciatori che alzano le loro creste lo sanno? Ma che importa! In fondo loro, i calciatori (cresta o no), devono soltanto giocare a pallone e fare gol. Un mio perfido collega televisivo che da una vita scrive di calcio -ma non ama i suoi protagonisti- mi ripete spesso: “Sergio, pensa se tutti i calciatori fossero anche colti”.
Sfogliando l’album Panini del tempo che fu, vivo una grande nostalgia guardando le immagini di Giampiero Boniperti; il mai dimenticato campione e bandiera della Juve. Il capitano juventino era stato soprannominato “Marisa” dal perfido giocatore dell’Inter Benito Lorenzi detto “Veleno” perché in campo il biondo e riccioluto giocatore osava soffiarsi il naso con un candido fazzoletto che poi riponeva accuratamente dentro il taschino dei pantaloncini”.
E sempre le figurine ci fanno vedere i grandi campioni del passato Sandro Mazzola, Giacinto Facchetti, Gianni Rivera, Giambattista Moschino immortalati con le loro pettinature da collegiali. Altro che creste! Più che campioni di football sembravano inappuntabili ragionieri della porta accanto. Ma quello, si sa, era ancora il calcio del “Mulino bianco e della Brillantina Linetti”.
Ah, dannata nostalgia!
Alé!
Sergio Calabrese

IL NEO JUVENTINO KRASIĆ: SERBO DI MITROVICA

La Juventus FC ha formalizzato oggi l’acquisto di Miloš Krasić. Lo pagherà, da qui al 2012, in tre rate da 5 milioni di euro. Un mutuo, oneroso, ma un mutuo, garantito da una fideiussione bancaria.

Krasić, nato nel 1984 in Jugoslavia, ha giocato anche per la nazionale under 21 di Serbia e Montenegro e ora è titolare della nazionale della Serbia. Il centrocampista (esploso col CSKA di Mosca) che è stato eletto miglior giocatore serbo del 2009, ai Mondiali sudafricani non ha brillato (sostituito nel disastroso Australia-Serbia 2-1, che ha portato all’eliminazione dei serbi) anche se con tre gol era stato decisivo nelle qualificazioni del suo Paese.

Già il suo Paese. Krasić è nato a Mitrovica, città che si trova nel nord del Kosovo. È divisa in due dal fiume Ibar e il ponte (presidiato da forze militari internazionali) è una sorta di spartiacque tra il Kosovo albanese e quello serbo, tra mondo islamico e cristiano.

A nord del fiume vivono 20mila serbi, a sud 80mila albanesi. Il ponte è un sorta di muro di divisione. Alexander Langer (che a Brescia in questi giorni, forse a causa del caldo, è stato bollato come terrorista) se ne sarebbe rammaricato.

Le più recenti tensioni a Mitrovica si sono registrate solo qualche settimana fa, con il parziale riconoscimento dell’indipendenza di Pristina: il 22 luglio la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato legittima la secessione kosovara da Belgrado (partita nel 1999).
Mitrovica, o Kosovska Mitrovia o Titova Mitrovica come viene ancora chiamata, ha dato i natali anche a un altro calciatore serbo che ha giocato in Italia e che ora è tornato alla Stella Rossa di Belgrado: Nikola Lazetić.

Nel 2002 Lazetić era stato acquistato dal Como di Preziosi e girato subito al Chievo Verona (quell’anno i lariani scesero dalla A alla B per poi precipitare, grazie all’attuale patron del Genoa, fino alla C2 e al fallimento: ora sono in Lega Pro). Il serbo andrà poi alla Lazio, Siena, Genoa e Livorno, per concludere la sua esperienza italiana al Torino (contribuendo all’ultima promozione a Serie A, ma poi anche alla retrocessione). A scadenza di contratto, il ritorno a Belgrado.

Ma sempre di Mitrovica è un altro calciatore, che ha giocato in Italia e che invece è di etnia albanese: Valon Berhami.

La famiglia Berhami nel 1990 era emigrata in Canton Ticino, dopo che entrambi i genitori di Valon (allora aveva 5 anni) avevano perso il lavoro. Dal 1995 presentavano invano alle autorità elvetiche più richieste di asilo politico, per l’aggravarsi delle vicende degli slavi del sud. È però l’abilità sportiva di Valon a salvare la famiglia dal rimpatrio. La società sportiva Ligornetto lancia infatti una raccolta di firme per chiedere alla Confederazione di garantire asilo ai Behrami. Così sarà. Valon ripaga la fiducia (sportiva) accordatagli portando la Svizzera ai Mondiali del Sudafrica (suo il gol decisivo nella partita con la Turchia: sorta di nemesi, visto che questo Paese è l’erede politico di quell’Impero Ottomano che sconfiggendo i serbi e conquistando Mitrovica, la islamizzò).

Berhami, in Italia, ha giocato nel Genoa, nell’Hellas Verona e soprattutto nella Lazio: 44 presenze per i biancazzurri e quattro gol, uno dei quali decisivo nel derby 2008 (3-2 per la Lazio). Ora (dopo la deludente esperienza col West Ham – squadra della Premier di cui è dirigente Sir Gianfranco Zola, oggi sconfitta 1-3 dal Bolton – e dopo un bruttissimo infortunio lo scorso anno) potrebbe tornare proprio nella capitale, ma sulla sponda giallorossa.

A Mitrovica sud continueranno a essere orgogliosi di lui.

Come in quella nord, nei cui bar da due giorni a questa parte, si starà parlando di Krasić alla Juve. Lo stesso nei caffè belgradesi. Anche in Serbia la notizia domina infatti oggi tutti i siti online: http://sport.blic.rs/Fudbal/Evropski-fudbal/183404/Milos-Krasic-zvanicno-novi-clan-Juventusa

Magari è l’occasione per “dare un calcio” ai conflitti. Sperem.