Ismail Kadarè

Ivan (il Terribile) e il sangue del Sultano

Dopo aver visto che Ivan Bogdanov, il capo ultra’ serbo, super tatuato, aveva impresso sull’avambraccio la data 1389 (strana nemesi rispetto ai poveri ebrei cui era tatuato un numero, anche questo di riconoscimento) gli avevo consigliato un libro di uno scrittore albanese, Ismail Kadaré. Ma lui che brucia la bandiera rossa con l’aquila bicefala temo darebbe fuoco, a maggior ragione, a – immaginifici – racconti nel quale il saggista nato ad Argirocastro (magnifica cittadina del sud albanese) descrive a modo suo la battaglia sulla Piana dei Merli e soprattutto le sue nefaste conseguenze.

Le vene aperte del Kosovo, si potrebbero titolare.

Dubito che nel carcere genovese di Pontedecimo dove è recluso (Marassi e’ pieno come un uovo – strano, no?) Ivan sia interessato a questo racconto (“Tre canti funebri per il Kosovo”, Edizioni Tea), che magari può invece interessare chi frequenta questo blog.

Eccone un brano.

RAPPORTO DELL’INVIATO SEGRETO NELLA PIANURA DEL KOSOVO DA RIMETTERE NELLE MANI DI SUA SANTITA’

Come sarete informato, la battaglia del Kosovo si è conclusa. Carlo V di Francia ha avuto troppa fretta di far cantare un Te Deum nella cattedrale parigina di Notre-Dame. La disfatta dei nostri alleati cristiani è stata spaventosa. In dieci ore, il muro balcanico è crollato e la cristianità si trova ora esposta al flagello ottomano. A subire le perdite più gravi sono stati i serbi. Il loro principe Lazzaro e i suoi figli sono stati fatti prigionieri. Gli altri alleati, il re di Bosnia, il voivoda valacco, i conti albanesi e i boiari croati e ungheresi sono stati annientati.

Si è potuto credere che il destino, con la messa a morte del sultano Murad I, abbia voluto fornire un unica consolazione ai vinti, ma l’intervento del Cielo è stato troppo tardivo. E’ servito soltanto a ingrossare il fiume di sangue. Davanti alle spoglie del sultano martire ha avuto luogo un kurban – come chiamano qui il sacrificio – senza precedenti. Migliaia di prigionieri sono stati sgozzati e, fra loro, il principe serbo Lazzaro con i figli e decine di boiari. (…)

L’analisi prospettata in codesto messaggio è corroborata dal rituale della sepoltura di parte della spoglia del sultano nella pianura del Kosovo. La strana decisione di lasciare il sangue e le viscere del sovrano nella terra cristiana del Kosovo e di far inumare il resto del corpo nella capitale ottomana ha un senso preciso. Presso le antiche popolazioni balcaniche, tutto ciò che concerne il sangue è, come si sa, eterno, imperituro, segnato dal marchio del destino. Nel corso di mezzo secolo di contatti con questi popoli, i turchi si sono, a quanto pare, appropriati alcuni elementi di codesta simbologia, e hanno inteso, bagnando quella pianura con il sangue del loro sovrano, maledirla e benedirla al contempo, imprimere a essa – e per suo tramite, alla loro furia conquistatrice – un senso, un destino, in altre parole, un “programma”, come si suol dire oggidì.

Nell’ultimo canto, Kadaré concede invece la parola alle spoglie del sultano, ucciso in Kosovo.

Allah! Sono passati più di dieci secoli e sono stanco, sovrano solitario nelle immensità cristiane. Talora, nei momenti più tristi, mi chiedo se non ci sia il mio sangue all’origine di tutti questi orrori. So che è un’ipotesi insensata; nondimeno, nel non essere in cui mi trovo, Signore, Ti supplico, concedimi infine l’oblio! Fà in modo che il mio sangue sia cavato fuori e portato lontano da questa gelida pianura. E che non ci si limiti a togliere il vaso di piombo, ma si rivolti la terra laddove ci fu la mia tenda, dove il suolo di impregnò di questo sangue. Sì, mio Dio, fà frantumare ben bene la terra intorno a me, poiché basterebbero poche gocce per ritrovarvi addensata tutta la memoria del mondo…

Così non sembra sia stato, malgrado i numerosi conflitti che si sono succeduti in questi secoli su quelle terre. La maledizione del sangue del sultano è arrivata anche allo Stadio Marassi di Genova, una sera di ottobre. 621 anni dopo la violentissima battaglia, sulla desolata terra della Piana dei Merli, di Kosovo Polje.

Ad maiora

Arrestato il capo ultra’ serbo. Ivan, classe 1389

E’ stato arrestato alle tre del mattino Ivan Bogdanov, 29 anni, capo degli ultrà serbi (e della Stella Rossa), quello che ieri sera a Marassi era seduto sulla balaustra. Da lì bruciava bandiere albanesi e lanciava grida di battaglia.

La polizia lo ha trovato nascosto nel vano motore del pullman dei tifosi serbi che stava facendo rientro a Belgrado. E’ stato riconosciuto per la data incisa sull’avambraccio: 1389.

Su quella data, l’amico e collega Marco Braghieri ha, nottetempo, scritto queste considerazioni:

1389. Un numero, un tatuaggio. Il serbo che si è arrampicato sulla recinzione del Luigi Ferraris lo porta su un braccio. Ha un passamontagna da cui spuntano gli occhi azzurri, taglia la rete con una cesoia. Incita quelli che lo guardano, dagli spalti. Ma cosa significa 1389? È una data, una di quelle che i serbi considerano centrali nella loro storia. La data della battaglia della Piana dei Merli. Regno di Serbia da una parte, sultanato dei Turchi dall’altra. La sconfitta porterà, settanta anni dopo, alla dissoluzione dell’impero di Stefano Uros V. Praticamente tutta la nobiltà serba verrà uccisa.

Duijzings, in Religione e politica dell’identità del Kosovo, scriverà “la maggior parte della storiografia serba sostiene che dalla Battaglia del Kosovo i Serbi hanno subito centinaia di anni di oppressione da parte dell’impero Musulmano”. Per il vescovo Amfilochije Radovic, metropolita del Montenegro fu “il Golgota del popolo serbo… la perdita del regno terrestre, transeunte e conquista dell’eterno regno celeste”.

E davanti a centinaia di migliaia di persone, il 28 giugno 1989, il neo presidente serbo Slobodan Milosevic, pronunciò un discorso, proprio dalla Piana dei Merli, per il seicentesimo anniversario della battaglia. Iniziava così: “La Serbia, dopo molti anni, dopo molte decadi, ha riottenuto la sua integrità statale, nazionale, e spirituale”. Un’unità ottenuta togliendo al Kosovo l’autonomia concessa nel 1974. Era l’inizio del nazionalismo serbo, di quella che poi sarebbe stata la guerra jugoslava. Quasi un anno più tardi, il 13 maggio 1990, si doveva giocare Dinamo Zagabria contro Stella Rossa di Belgrado. La partita non fu mai disputata, a causa di scontri fra le tifoserie. “Jugoslavia, calcio violento” titolava Repubblica. A venti anni di distanza, la serata di Genova. Con i serbi incitati da un ultrà col 1389 tatuato sul braccio.

Non è un particolare.

 

Sul 1389 consiglio la lettura di “Tre canti funebri per il Kosovo” di Ismail Kadaré. Penso lascerebbe a bocca aperta anche Ivan (il terribile).

Ad maiora

La Romania e il suo doppio

 


Un piccolo libro che racconta, meglio di mille saggi, quello che ha rappresentato il socialismo reale, con quel suo controllo sulle persone spesso devastante. Quanti in questi giorni si stracciano le vesti per la difesa della privacy e che passano le vacanze con ex tenenti colonnelli del Kgb, farebbero bene a leggere “Cristina e il suo doppio” del premio Nobel per la letteratura Herta Müller (Palermo, Sellerio, 2010).

 

La scrittrice racconta l’attività della Sicuritate per distruggere la sua reputazione, per controllare la sua vita: «Dal momento che avevano messo una cimice spia in ogni stanza, non c’era una sola nicchia del privato che sfuggisse al controllo statale». Con una protervia che tuttora la stupisce: «a voler essere precisi, pensavamo anche che, per nemici dello Stato che fossimo, tutto sommato non eravamo degni di un tale dispiego di mezzi».

Dapprima i servizi segreti comunisti avevano comunque cercato di assoldarla. Fallito questo primo obiettivo hanno fatto trapelare invece il contrario. Come spiega, «i Servizi segreti si sono adoperati massicciamente per raggiungere lo scopo di spacciarmi per una loro agente». Questo spiega il titolo del libro che racconta, oltre alla storia individuale di tedescofona in Romania, la parabola di un paese che non si è mai liberato dalla tenaglia dei vecchi esponenti del regime: «Tranne che nella carriera diplomatica, oggi in Romania un ex informatore può trovarsi più o meno nella stessa posizione che occupava un tempo».

Una frase che ha un’eco nella bella intervista che qualche giorno fa Domenico Quirico de La Stampa  ha realizzato allo scrittore albanese Ismail Kadarè: «La dittatura, certo è caduta, ma ne restano le vestigia sempre: non quelle concrete ma quella di una certa mentalità generale».

La Müller è molto critica su come la Romania, ora nell’Unione europea, sia uscita dalla dittatura, che ha lasciato comunque i suoi strascichi (non solo un’orribile palazzone nel centro di Bucarest): «Dopo Ceausescu si è provveduto a trasformare la Securitate in un mostro astratto, le cui colpe non sono personalmente imputabili a nessuno».

Posso testimoniare che la paura dei terribili servizi segreti sia sopravvissuta alla loro fine. Qualche anno dopo la caduta del Muro, ero a Bucarest per una durissima manifestazione di minatori non pagati (erano arrivati a dar fuoco al Parlamento) contro il governo. A un certo punto partì una durissima carica e fuggirono tutti, giornalisti compresi. Il grido di paura che lanciavano i manifestanti era solo “Securisti, securisti!” e faceva tremare anche chi non aveva mai vissuto in una dittatura.

Che fare allora? Aprire gli archivi, in Romania, come in Russia, come nel Paese delle Aquile. L’obiettivo lo spiega sempre l’ottimo Kadarè: «Per liberarsi davvero del passato autoritario l’Albania ha bisogno della verità, del coraggio, che finora non ha avuto, di aprire gli archivi, di non farsi ricattare dall’alibi delle possibili vendette».

La Müller ricevette il Nobel per la letteratura perché capace di “rappresentare il mondo dei diseredati”.  Una capacità dimostrata anche in questo piccolo ma importante volume.

Herta Müller

Cristina e il suo doppio

Sellerio editore

Palermo, 2010

Euro 9