Giornalismo

Andrea Riscassi mentre scrive un pezzo

Formazione obbligatoria per i giornalisti. La mia piccola esperienza a caccia dei dannati crediti

Tra le tante cose negative per cui andrà ricordato il breve governo Monti, oltre alla Legge Fornero (col suo carico di esodati) non si può dimenticare la riforma Severino sugli ordini professionali. Anziché abolire quelli inutili, la legge ha loro affidato la cura della Formazione professionale continua. Detto in pillole, per quanto riguarda la mia categoria, tutti i giornalisti devono conquistare, in tre anni 60 crediti formativi, pena il rischio di essere esclusi dall’Ordine stesso (e ragionevolmente perdere il lavoro, per quei fortunati che l’hanno).

L’obbligo di aggiornarmi non mi garba, ma – tant’è – mi sono messo di buzzo buono a cercare di conquistare questi dannati crediti.

I corsi gratuiti sono pochissimi e vanno esauriti a poche ore dall’apertura, quindi – come esercizio propedeutico alla formazione – bisogna trascorrere molto tempo sulla piattaforma on line dei corsi per capire se, in zona, ce ne sono di gratuiti, ovviamente nei giorni in cui non si è in redazione (non è previsto che possa assentarmi dal lavoro, dicendo: vado a formarmi un po’).

A giugno sono riuscito a iscrivermi (a fatica) e a partecipare a un corso sulla Deontologia sportiva. Essendo passato allo sport, mi sembrava un tema consono a quel per cui sto lavorando. Pochi i cronisti sportivi a quel corso. Tutti – giustamente direi, vista la logica – interessati fondamentalmente ai crediti.

Sul sito dove sono conteggiati i crediti (10) per quel corso – deontologico – è stato però alla fine segnato come corso “non deontologico”. Quindi dato che c’è l’obbligo di fare corsi “deontologici” penso che ne farò un altro, magari online. La deontologia, si sa, non è mai troppa. Ma i miei dubbi sull’organizzazione rimangono.

Questa settimana ho partecipato invece a una iniziativa milanese – sempre gratuita – che durava tre ore e che garantiva tre crediti formativi.

Tre ore lunghissimi visto che non c’era una slide una ad accompagnare il fiume di parole che venivano riversate sull’aula (pienissima, ovviamente). La struttura della mattinata era stata così congegnata: i primi 45 minuti (si è iniziato pure con il quarto d’ora accademico di ritardo) d’introduzione da parte del presidente dell’Ordine dei giornalisti regionale (su come è cambiata la professione). A seguire un altro quarto d’ora di introduzione della presidente del Circolo della stampa (che ospitava l’incontro), anche però nella veste di leader sindacale. Poi il protagonista: il direttore della Gazzetta di Mantova (la conferenza era sui 350 anni dello storico quotidiano) che ha parlato una ventina di minuti e mostrato un video sulla mostra dedicata al quotidiano, allestita nella città virgiliana. Al direttore è seguito un collegamento Skype (ma sembrava registrato) di un collega che vive negli Stati Uniti  che parlava del giornalismo locale a stelle e strisce. Poi due docenti universitari. Il primo ha riparlato del ruolo del giornalista moderno. La seconda, sulla storia dei Gonzaga: nomi e date che mi si sono accavallate nella mente come bacchette dello Shangai. Che non ho osato affrontare.

Alla fine le mie righe di appunti erano così limitate da essere risibili. Non so quanto la mia capacità professionale (di ex giornalista di testata locale) sia cresciuta. Ma intanto mi avvicino alla quota annuale. Di 20 crediti.

Chiedendomi che senso abbia tutto ciò.

Ad maiora

Ps. Sono previsti crediti aggiuntivi anche per chi insegna. Tematiche giornalistiche, ovviamente. Ho presentato mesi fa la documentazione per il mio tutoraggio al Master di giornalismo (dell’Ordine,peraltro) e per il corso di giornalismo radio-televisivo che tengo alla Statale di Milano.

Per ora non mi sono stati assegnati crediti e nessuno, via mail, ha risposto alla domanda su quanti me ne spettassero. Giusto per capire quanti crediti mi manchino per raggiungere la quota indicata.

Non mi resta che continuare a “formarmi” come previsto dalla burocrazia.

Ma poi: siamo sicuri che tutti i giornalisti italiani si sobbarcheranno questa formazione? E quanto ci formerà questa formazione?

A chi riesce a rispondere a questa domanda regalo uno dei dieci crediti che al momento ho, faticosamente, conquistato.

 

NOTIZIA

La notizia smarrita? Cercatela su internet

Un libro di un amico e di un collega che racconta del nuovo giornalismo. Paolo Costa nel suo “La notizia smarrita” spiega come si sta evolvendo la professione di fronte ai nuovi media. Il volume ha due obiettivi:  «Sfatare il mito secondo il quale internet costituirebbe la causa prima della crisi del giornalismo e l’altro mito che considera l’informazione “dal basso”, prodotta dai blog e dal cosiddetto giornalismo partecipativo, necessariamente migliore di quella professionale, in quanto non asservita a logiche del potere politico o economico». Due miti che nel corso delle 224 pagine verranno smontati pezzo a pezzo.

Nella sua analisi, l’autore esce dagli schemi (coloniali) che parlano solo ed esclusivamente dell’Occidente, dove diminuiscono i lettori di giornali. Ma non è così in tutto il mondo. «Affermare che i giornali vendano e si leggano sempre meno è corretto solo con riferimento alla situazione negli Stati Uniti e nel resto dell’Occidente. A livello mondiale il quadro è ben diverso. Secondo la World Association of Newspapers più di 1,7 miliardi di persone quotidianamente leggono il giornale. In particolare nel 2007 più di 532 milioni di persone hanno comprato il giornale. Nel 2003 erano 486 milioni. La crescita è stata nel quinquennio del 9,4%. Considerano anche la free press si arriva al 14,3%.»

Va rilevato che « il numero delle testate giornalistiche è cresciuto in tutto il mondo, tranne che negli Stati Uniti. Oggi 74 del 100 quotidiani più diffusi del mondo sono stampati in Asia. In generale si può dire che le diffusioni soffrono nei paesi più ricchi, mentre sono in crescita in quelli in via di sviluppo». Questo non vuol dire che dobbiamo trasferirci in Asia o Africa, ma che si deve tener conto di tutto il mondo, non solo del nostro orticello (anche se ora particolarmente scarso e chiuso in sé stesso).

Va calcolato che a differenza di quel che succede in Italia, «la crisi della stampa quotidiana negli Stati Uniti è, prima di tutto, la crisi della stampa locale».

In che misura questo quadro è condizionato dall’avvento dei nuovi media? E’ la domanda cui risponde Paolo Costa che si concentra sul quesito se l’informazione online sottragga spazio alla carta stampata. «Stando all’analisi del Readership Institute la risposta è affermativa per il 27% dei lettori, i quali hanno dichiarato di aver ridotto il consumo dei giornali a stampa in seguito alla visita di un giornale online». Ma in generale cresce (negli States e non solo) il numero di quanti “non consumano informazione” o che hanno la tv come principale (e spesso unico) canale dal quale scoprono quel che accade nel mondo (rectius, quello che gli facciamo sapere che accada, che è decisamente meno).

Internet, ha un nucleo più ristretto di pubblico rispetto alla tv, ma ha l’enorme vantaggio che i suoi utenti partecipano più alla vita pubblica. È la rivoluzione 2.0 che sta lentamente arrivando anche nel Bel Paese. « In Italia – scrive Costa – il 94,3$ degli italiani ha guardato la tv tutti i giorni mentre solo il 56,6% ha letto il giornale almeno una volta la settimana. Di qui il calo di 4,4% tra il 2008 e il 2009. La televisione è lo strumento informativo più usato dagli italiani (44,2%), seguito dal giornale (20%) e dalla radio (15%)».

Da questo deriva che solo il 7% si fa influenzare al voto dalla Rete mentre il 78,3% decide in base a quel che sente in tv. Un dato già alto ma in crescita. Anche per questa ragione, «nel 2008 è andato alla televisione il 55% degli investimenti. A livello mondiale tale quota è del 37,8% mentre in Europa non supera il 30%».

Paolo Costa affida però le sue speranze nel futuro, nel fatto che il modello della tv generalista sia giunto al capolinea: « L’avvento della tecnologia trasmissiva digitale (via satellitare o terrestre) ha reso possibile la proliferazione dei canali e la nascita di un’offerta verticale, a pagamento». Non solo a pagamento se vediamo quanti nuovi canali stiano nascendo sul digitale terrestre. So ad esempio che a Sky cominciano a temere che qualcuno rinunci alla loro cara piattaforma per rifugiarsi nel digitale, comodo soprattutto in un periodo di crisi economica (riconosciuta persino dall’ottimista governo Berlusconi).

La buona novella che porta Paolo Costa, almeno per noi che dello scrivere ogni giorno abbiamo fatto una professione è che, anche nell’era Internet dovremmo avere un nostro spazio. Sembra che infatti gli utenti (come segnalava un convegno organizzato alla Statale di Milano lo scorso anno dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia) privilegino nei blog quelli curati da giornalisti. E gli esempi di successo sono sotto gli occhi di tutti: Alessandro Gilioli, Luca Sofri, Massimo Mantellini, Pino Corrias, Marco Travaglio, Vittorio Zambardino, Peter Gomez, Paolo Attivissimo e Luca de Biase, solo per citare i più noti (e più bravi).

«Giornalisti che usano il blog come mezzo per raggiungere il proprio pubblico e interagire con esso, di blogger che in realtà fanno giornalismo tradizionale, di ex giornalisti convertiti al blogging».

Costa (che non si è limitato al libro ma che cura anche un ottimo sito: http://www.paolocosta.net/)  analizza i siti più diffusi nel nostro Paese, quelli legati ai quotidiani nazionali e rileva che, come nella carta stampata, cercano di essere tuttologi, di non puntare a un target. Esattamente il contrario di quel che sta accadendo in Usa, dove anzi si propende per il coinvolgimento degli utenti dal basso (è quello che farà il fattoquotidiano.it quando supererà la crisi per troppi contatti di questi giorni).

Il giornalista moderno dovrà comunque essere cross mediale, capace cioè di fare il mestiere con molte piattaforme. E quanto è accaduto in Iran con Twitter dimostra che la rete è in grado di sfuggire ai regimi più liberticidi. Pensiamoci…

Paolo Costa

La notizia smarrita

Giappichelli editore

Torino, 2010.

Euro: 22

Logo dell'Università degli Studi di Milano

Intervento all’Università degli Studi di Milano del 13 novembre 2008

Voglio dividere il mio breve discorso in quattro flash.

Il primo riguarda la peculiarità della professione giornalistica fatta in televisione.

Occuparsi un po’ di tutto. Forse questa e’ uno dei principali fattori che contraddistingue chi lavora ai Tg, rispetto a chi scrive su un giornale, o peggio ancora su un settimanale.

Bisogna sapere qualcosa di tutto, e di tutti gli argomenti. E’ un elemento cui tener conto quando si parla di etica e giornalismo tv. A volte non sapere nulla aiuta a spiegare meglio le cose, spiegarle in modo semplice. Ma c’e’ spesso una strategia per la quale non deve essere sempre lo stesso giornalista a fare la stessa cosa. In questo modo non si creano specializzazione. Poi, soprattutto in un azienda parastatale come la Rai, si viene etichettati politicamente. Io dal momento in cui ho fatto il primo di una lunga serie di contratti a termine sono stato definito “di sinistra”. Nella Prima Repubblica bastava sedersi al tavolo dei comunisti, dei socialisti e dei democristiani per essere identificati con quel gruppo. Io mi sedetti al tavolo comunista e tale sono ancora considerato nell’organigramma che immagino sia stato fatto. Ciò pur essendo sempre stato liberale. E pur avendo a volte votato a destra in questi anni. La catalogazione non è stata priva di conseguenze. Negli anni ’90, ai tempi della prima vittoria berlusconiana, non ho avuto contratti per due anni. Ora le differenze, anche nella nostra azienda, sono più sfumate. Ci sono molti sindacalisti che fanno barricate e grandi discorsi, ma poi si accontentano della promozione dei sindacalisti medesimi nei posti di potere per considerare migliore il sistema. Berlusconi non mi piace questo e’ vero. Ma d’altronde dirige la Tivù della concorrenza. Come potrebbe piacermi?? E poi considero frustrante il fatto che la sua presenza monopolistica blocchi il mercato e impedisca a persone come me di cercare fortuna in altre televisioni. Da noi comunque funziona tutto in base a schemi politici. Io, che ho la fascia di sinistra sul braccio, intervisto solo e unicamente esponenti di sinistra. Quando mi danno un servizio intitolato “Moratti: bilancio di meta’ mandato” significa che andrò a sentire l’opposizione su questo tema. Il sindaco lo farà qualcun altro. Inutile dirvi che se avessi qualche funzione dirigenziale, manderei quelli catalogati a sinistra a sentire quelli di destra e viceversa. Ma non ho e difficilmente avrò funzioni dirigenziali. E si capisce perché.

Secondo flash e spunto di riflessione: la Tv la guardano tutti nel nostro Paese. Non c’e’ digital divide che tenga, non c’e’ calo di consensi. Magari aumentano le tv satellitari ma chi guarda la tv o ascolta la radio è la stragrande maggioranza delle persone, giovani o vecchi, professionisti o disoccupati. Un servizio andato al Tg1 ha un ascolto pari alla tiratura di una settimana del Corriere della sera. Questa enorme responsabilità deve indurre i giornalisti televisivi a una maggiore attenzione. Abbiamo la possibilità e la forza di distruggere le persone. Dobbiamo stare attenti alle parole, perché il rischio di fomentare razzismo o discriminazioni, giusto per fare un esempio è molto elevato. Ho sentito con le mie orecchie un servizio televisivo su una curiosa truffa elaborata da un gruppo di zingari che iniziava così: “Per essere una truffa pensata da rom era molto ingegnosa…”. Come se gli zingari fossero una razza inferiore, paragonabile ai babbuini. Con l’ipocrisia tutta italiana di chiamare gli zingari rom o nomadi. Le parole sono importanti diceva Nanni Moretti. Dovremmo ripertecelo ogni volta che scriviamo, in fretta e in furia (questo va ricordato) noi giornalisti tv. Come ricordava il grandissimo Ryszard Kapus’cin’ski,: “Esistono sempre più stazioni televisive, stazioni radio e giornali. Automaticamente ci sono sempre più giornalisti. In questa professione i dilettanti sono sempre stati numerosi, ma oggi invadono addirittura il settore. Molti di loro non si rendono conto che fare il giornalista significa innanzitutto lavorare continuamente su se stessi, formarsi, acquisire conoscenze, cercare di comprendere il mondo”. Ecco il consiglio che va dato a quanti fanno già i giornalisti è: leggete, leggete tanto.

Terzo punto di riflessione: la televisione ormai occupa, secondo studi recenti, un terzo della nostra vita. Nella maggior parte delle case sta accesa da mattina a sera. È per questo che tutte le guerre si concentrano ormai sulla conquista della tv. In Lituania, durante la secessione dall’Urss, gli unici morti furono giovani che difendevano la torre della tv lituana dall’Armata rossa. Anche il fallito golpe in Russia mirò alla sede della televisione. Segno evidente diceva sempre Kapus’cin’ski, che “il potere, dai centri politici tradizionali, si è spostato verso le centrali televisive”. Per fare altri esempi, in Romania, nel Natale 1989, la televisione ha influenzato la decisione di mandare a morte Ceausescu e signora per una supposta strage della Securitate a Timosoara, costruita invece a tavolino recuperando i morti in obitorio. La tivù ha d’altronde favorito la caduta del Muro di Berlino. Chi non ha le tv dalla propria parte non vince. Scrive Timothy Garton Ash: “In Polonia la democratizzazione si è affermata in dieci anni, in Ungheria in dieci mesi, in Germania Orientale in dieci settimane, in Cecoslovacchia in dieci giorni e in Romania in dieci ore. La straordinaria accelerazione dello sconvolgimento popolare nell’Europa dell’est durante il 1989 può essere spiegato dagli effetti dimostrativi della televisione transfrontaliera”.

Quarto e ultimo elemento: in Italia l’informazione televisiva è drogata dal conflitto di interessi Cito il rapporto di Freedom house (prestigiosissima Ong america) del 2007, destinato ovviamente a cambiare a brevissimo: “Italy’s rating improved from Partly Free to Free Primarily as a result of Silvio Berlusconi’s exit as Prime Minister. Although private broadcast media in Italy are still concentrated in the hands of the Berlusconi-dominated Mediaset, the public broadcaster, Rai, is no longer under his control. Under Berlusconi’s rule, Italy suffered from a concentration of media power in the hands of the former Prime Minister, who, through his private media holdings and political power over the state television networks, controlled almost 90 percent of the country’s broadcast media”. In assenza di alcuna legge sul conflitto di interessi, ora Berlusconi ha rivinto le elezioni ed è tornato al potere, trasformando gli utenti della tv in elettori, ma anche i tifosi di una squadra di calcio in votanti: secondo gli analisti, la vittoria del Milan in Champions League ha fatto crescere di due punti elettorali il Centro Destra. Tra breve, il presidente del Consiglio (e proprietario dei tre principali canali televisivi privati), direttamente o tramite uomini e donne di sua fiducia potrà indicare i direttori dei Tg Rai, il direttore della Giornale Radio Rai e larghissima parte dell’organigramma Rai. Una parte del palinsesto andrà all’opposizione. Per qualche giorno ci sarà una bufera di dichiarazioni e di agenzie. Poi tutto tornerà quieto. A gestire le novità saremo noi, operai dell’informazione televisiva pubblica. La frase del Presidente del Consiglio pubblicata su Repubblica del 12 novembre (“Basta con questa tv che mi dileggia solo”) equivale alle trombe che annunciano l’attacco. La Rai, anche grazie a questa assurda gestione politica (che non riguarda, ovviamente solo Silvio Berlusconi o il centro destra) ha perso di credibilità verso l’opinione pubblica. Come l’ha persa la Politica. Perché la credibilità nasce solo dall’indipendenza dalla politica. Per questo sarebbe necessario un cuscinetto tra la Tv di Stato e il Palazzo. Una fondazione, un organo indipendente che non rispetti i tempi del Parlamento, ma quelli televisivi, rapidi e veloci e non quinquennali. Questo ciò che ci vorrebbe. Ma non l’ha voluto fare il centro sinistra. Impossibile lo farà il centro destra. Nelle ultime settimane abbiamo assistito alla battaglia politica per la nomina del presidente della Commissione parlamentare di vigilanza. Che, per tradizione spetta all’opposizione, ma che questa volta la maggioranza si rifiuta di accettare perché non concorda sul nome scelto dalla minoranza. Credo che la stessa esistenza della Commissione parlamentare di vigilanza sia un errore. Più che vigilare, in questi anni si è censurato. Ho sentito interminabili riunioni nelle quali i conduttori dovevano spiegare a politici (troppo spesso ospiti dei programma d’approfondimento) con quali criteri vengono scelti gli ospiti. La vergogna non è che non sia stato nominato il presidente della Commissione, ma che esista una commissione del genere. Mi si dirà che esiste per garantire il servizio pubblico, per verificare l’applicazione del contratto di servizio che permette alla Tv di Stato di esigere ogni anno un canone. Ma può un gruppo di parlamentari verificare con obiettività tale rispetto? L’etica peraltro non si può imporre per legge. Eventuali violazioni sono represse o dall’Ordine dei giornalisti (organismo che non amo, ma che dovrebbe essere il nostro organo di autogoverno) o nei casi più gravi dalla magistratura. A meno che alla Rai non si richieda quello che il ministro della Cultura Biondi ha detto qualche giorno fa, ossia, che “deve esercitare una funzione di strumento di informazione e di elevazione civica e spirituale dell’intera comunità nazionale”. Ciò francamente esula dal mio lavoro di giornalista. Anche se pagato con i soldi del canone, anche dipendente di un’azienda che è in mano al ministero del Tesoro. Io devo fare informazione non devo elevare lo spirito di nessuno. Devo rispettare le regole del giornalismo e la mia etica personale e professionale. Il resto sono compiti che spettano a predicatori e direi proprio a chi dirige questo Paese, lui sì tenuto a elevare civicamente la società. La responsabilità dell’informazione televisiva è già enorme anche senza richiederle l’applicazione dell’etica kantiana. Scrive Marco Mele sul Sole 24 ore di sabato 8 novembre (commentando la quarantesima seduta della Commissione senza numero legale): “Forse è chiedere troppo, ma la classe politica non poteva lanciare un segnale al Paese nella direzione dell’allentamento del collegamento diretto tra partiti e azienda, assicurando autonomia strategica e gestionale al prossimo vertice?”. Domanda Un mio amico deputato del Pd sosteneva, ai tempi del governo Prodi, che quando governa la destra sia molto più alta la sensazione di sicurezza che permea l’Italia. Per il semplice motivo che quando governa la sinistra i telegiornali (dapprima quelli privati, a ruota quelli Rai, in base anche a semplici meccanismi di concorrenza) fanno a gara a lanciare allarmi. Che spesso hanno come obiettivo gli stranieri. Prima erano gli albanesi, poi i romeni. A proposito, quell’allarme lanciato anche dal candidato premier sconfitto alle recenti elezioni, che fine ha fatto?? Non delinquono più come prima o le forze dell’ordine hanno arrestato tutti i delinquenti e i potenziali delinquenti. E che dire delle impronti digitali che dovevano essere prese ai bambini zingari (per il loro bene, naturalmente), poi dopo le polemiche, anche a tutto il resto della popolazione? Tutto va così veloce che le notizie che tengono banco per giorni poi finiscano presto nel dimenticatoio. In attesa del prossimo scoop. Gli allarmi si smontano nel giro di poche ore. Siamo sempre a inseguire un nuovo allarme. E a parlare di clandestini, anche quando vengono investiti e uccisi da una auto pirata, anche quando muoiono in mare. E se gli annegati nel canali fossero richiedenti asilo? Clandestino e’ un modo di bollare chiunque, anche la badante che ha perso i requisiti per stare qui. Anche gli studenti extracomunitati del Politecnico stranieri, che diventano clandestini il giorno dopo la laurea. Eppure la tv avrebbe ed ha un grosso vantaggio rispetto alla carta stampata Una volta si diceva “carta canta”. In realta’ risulta molto piu’ facile smentire la carta che la tv. Guardate il caso di Berlusconi che voleva la polizia nelle università e nelle scuola in rivolta, in puro stile putiniano. Una, frase poi malamente smentita. Rimangiarsela una volta detta al Corriere della sera o al suo sito internet sarebbe stato molto più semplice. L’ha smentita solo perché i sondaggi gli avranno detto che la gente, che ha i figli a scuola e in università, non l’ha presa bene. Perché la gaffe su Obama abbronzato, non e’ stata smentita, anzi. Ma d’altronde i sondaggi l’hanno approvata: in fondo, pochissimi votanti in Italia hanno figli di colore. Quindi e’ con l’etica personale che si può sconfiggere la tigre di carta. Alcune volte in questi anni mi sono sentito dire: pensavamo fossi la persona giusta per fare questo e quello… E invece non lo ero quella persona giusta. Lo si paga con l’isolamento questo atteggiamento. Ma se in tanti ci comportassimo così saremmo meno isolati. Saremmo più forti. L’importante e’ crederci e tenere la schiena dritta. E per chi come me si fa la barba tutti i giorni, mettersi davanti allo specchio e non avere paura di guardarsi allo specchio. E vi assicuro che non è poco.