Giorgio Napolitano

Zapping mondiale: da #Napolitano a #Pompei. Italia, ci sta diludendo

Five Star Movement protesters in RomeDopo giorni di  vacche magre, l’Italia torna a far parlare di sé in giro per i siti web del mondo.

Non ho visto grande entusiasmo internazionale, in realtà, per la rielezione del capo dello stato.

Il Corriere del Ticino, dopo aver aperto per giorni sulla crisi, mette nella parte bassa del sito la rielezione di Napolitano.
Critico anche il titolo del Pais che parla dei partiti tradizionali che rieleggono un 87enne.
El Mundo parla invece della novità storica della prima rielezione repubblicana.
Non si cambia molto registro nemeno sul Guardian che usa come foto (quella qui sopra) le proteste a 5stelle. Anche Die Zeit sottolinea l’età del “nuovo” presidente e lo accompagna con una foto nella quale si mostra una donna che ha un cartello contro l’inciucio.
Reieletto Napolitano, il semplice titolo di Le Figaro. Le Monde descrive la rielezione come l’unico modo per salvare la politica dal naufragio. E’ più o meno lo stesso taglio della tedesca Faz.

L’Indipendent, sottilmente, ricorda invece che rimarrà presidente fino a quando avrà 94 anni. Non è un paese per giovani il nostro, si sa.
Concludo la parte italiana con il New York Times che parla di quanto sia vecchia e burocratica l’Italia. Ma non si riferisce alla politica. Bensì allo stato di abbandono in cui si trovano gli scavi di Pompei.
Finisco con l’attentato di Boston e con i giornalisti di Radio Free Europe che sono andari nel paese del Caucaso da cui provenivano i due attentatori. Qui il reportage, anche video.
Ad maiora

DOPO DI LUI UN (INASPETTATO) DILUVIO

Un libro da leggere in questi giorni in cui si parla del dopo-Berlusconi. Anche se il titolo del volume di Oliviero Beha “Dopo il diluvio” (Chiarelettere) fa pensare a grandi imperatori francesi. E invece bisogna guardare più in basso, molto ma molto più in basso: “Le escort di Bari e non solo, lo scandalo Tarantini, la D’Addario a fotografare il premier a Palazzo Grazioli nel leggendario “lettone di Putin” con tanto di registrazioni delle telefonate e dei momenti hard. Dovessi sceglierne una, opterei per la registrazione dello scambio in cui Lui la richiama perché ‘è tornato forte come un toro’, Lei accorre ma lo trova ‘inadeguato’, Lui risolve con un ‘Beh, allora pisciami addosso’ che la Repubblica dovrebbe adottare come story board pubblicitario e insieme epigrafe di questo favoloso Terzo millennio. Dopo di lui il diluvio, appunto…”
Sono state le uniche parole che mi hanno fatto piegare in due dal ridere di un volume che è tutt’altro che allegro e capace di dare speranze. Ma è stato scritto prima della recente tornata elettorale…
Beha, giornalista e polemista (che purtroppo non possiamo più vedere sul Tg3) se la prende con Carlo Freccero che (intervistato dal Giornale) dice una frase davvero discutibile: “L’intellettuale italiano che è stato più sopravvalutato? Certamente Pier Paolo Pasolini”.
Pasolini rappresenta invece il leitmotiv di un racconto che Beha fa degli ultimi anni della nosta stanca Repubblica. Diventata, non solo mediatica, ma anche pubblicitaria. Capace di creare “un flusso mediatico che promuove e vende merce come un’altra, un candidato come un automobile un pannolino un tipo di carta igienica. Berlusconi ha introdotto una novità che colpisce dritto al cuore di questa comunicazione. Ha svuotato le parole come gusci d’ostrica, ha mangiato l’ostrica e ne parla come se dentro il guscio ci fosse ancora qualcosa. Dentro non c’è più nulla. A colpi di dico/non dico, e poi di bugie e smentite e contraddizioni qualsiasi, su cose importanti come su pinzillacchere, Lui continua a “spacciare conchiglie” che sono vuote da un pezzo. Che valgono solo in quanto conchiglie teoricamente piene e in realtà desolatamente prive di ostriche, un prodotto mediatico cui gli italiani si sono assuefatti perfettamente, o quasi”.
Beha critica aspramente anche Bersani (“correo di aver sempre considerato ‘normale’ Berlusconi a patto di vincere le elezioni), i politici trombati che vanno a dirigere le Asl (a volte anche se sono in odore di ‘ndrangheta), e Giorgio Napolitano di cui ricorda le tante controfirme (come al decreto salva liste) ma anche le critiche a Clementina Forleo, da tempo ormai ‘esiliata’ in provincia.
Beha vede elementi positivi nella nascita del “Fatto quotidiano” e si augura per l’Italia una svolta arancione: “Bisogna uscire dal Teatro Italia, evitare l’asfissia. Respirare altra aria. Girare per strada, e organizzandosi fare fra Galdino casa per casa, scuola per scuola, università per università, associazione per associazione culturale, politica, ricreativa, sportiva, ecologica e quant’altre ve ne siano. Farlo perché è necessario, perché nel Teatro la vicenda è già finita, e se fino a ieri era solo scadente la pièce, adesso sta addirittura bruciando l’edificio”.
Il fuoco ora sembra sia stato spento dalla mobilitazione popolare (e digitale). Vedremo se, a differenza di Kiev, chi ha preso il potere non finirà per deludere. Tante più alte le aspettative, tanto più forti i rischi di disamoramento.
Ad maiora
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Oliviero Beha
Dopo di lui il diluvio
Chiarelettere
Milano, 2010
Pagg. 236
Euro 14

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OGGI NUOVO PRESIDIO DEI LAVORATORI RAI IN CORSO SEMPIONE

Oggi, 18 aprile, durante la pausa pranzo, ci sarà la terza manifestazione dei lavoratori Rai di Milano, di fronte alla storica sede di Corso sempione 27. Come da foto, molti indossano la maglietta arancione (bel colore!) con scritto “La Rai siamo noi”.

Questa la lettera-appello sulla quale stanno raccogliendo le firme e che invieranno nei prossimi giorni al Presidente Napolitano.

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Illustre Presidente della Repubblica,

ci rivolgiamo a Lei, che rappresenta la carica istituzionale più alta, per sottoporle una questione di grande importanza che ci riguarda in prima persona, come lavoratori e cittadini, ma che coinvolge direttamente anche tutta la Nazione.

Stiamo parlando dell’attuale condizione in cui versa una delle più grandi industrie culturali d’Italia, la Rai Radiotelevisione italiana, un’azienda che ha rappresentato, anche con il nostro contributo professionale, la crescita e poi il declino di questa martoriata Italia.

Azienda che oggi attraversa il culmine di una profonda crisi che è sotto gli occhi di tutti.

Questa triste realtà era già stata prevista tre anni fa dalle analisi di bilancio effettuate dal dottor Cusani in collaborazione con il sindacato maggiormente rappresentativo in Rai, ma nessun cambiamento di rotta è stato adottato da chi di dovere.

Crediamo, inoltre, che consapevolmente siano state intraprese delle azioni tese a peggiorare la situazione della nostra Azienda, come ad esempio la scelta di non cedere più la propria programmazione alla piattaforma di Sky. I danni di questa operazione sono ingenti, e questa è solo la prima delle azioni di destrutturazione messe in campo negli ultimi due anni.

La logica della politica e dei suoi rappresentanti sta annientando ogni plausibile strategia industriale vera, privilegiando l’asservimento del potere ai dati di ascolto (il crollo degli ascolti del TG1 ne è un esempio lampante).

Siamo consapevoli del fatto che “L’audience senza qualità è irrilevante e la qualità senza audience è sprecata” come già le linee guida del servizio pubblico, del triennio appena trascorso, declamavano e proprio per questo vorremmo riappropriarci di un ruolo e di una dignità che poco alla volta sono stati annullati.

Per poter fare questo però dobbiamo sopravvivere e le ultime notizie, nemmeno più malcelate dall’azienda ai sindacati, non lasciano molte speranze.

Siamo ormai di fronte ad una assoluta mancanza di prospettive dimostrata dal cosiddetto “piano industriale”, che in realtà è solo un misero tentativo di ripianare un deficit largamente previsto.

La via più breve scelta dalla dirigenza – palliativa e non certo risolutiva – è quella di cominciare a svendere dei rami di azienda per fare cassa: Rai way, con la copertura a livello nazionale dei ponti di trasmissione, sta per essere ceduta.

È come se una famiglia decidesse di vendere la propria casa per poi essere costretta a prendere in affitto la stessa: come potrà la Rai trasmettere se non pagando chi si approprierà di questa fondamentale risorsa? E diciamo di più: si calcola che in soli due anni consumeremo in affitti di reti e antenne di trasmissione i proventi ricavati dalla loro vendita! E qui ricordiamo che Rai way è una società in attivo, modernizzata, quella sì, da poco e con denaro pubblico.

Inoltre ci chiediamo: perché non potrebbe essere la Rai il gestore di un servizio pubblico per la cosiddetta banda larga, fornendo agli italiani un servizio libero dalla necessità di fare business? Anche per questo la Rai non può perdere le torri di Rai Way.

Settori strategici vengono depauperati professionalmente a causa della mancata sostituzione del personale pensionato e non si investe sulle nuove tecnologie rendendo obsolete quelle già in uso: in questo modo molti reparti stanno già perdendo il loro valore “core business”, accelerando così le esternalizzazioni.

Tutto ciò non farà altro che aggravare la nostra crisi economica a livello strutturale. Perché un bene pubblico come la Rai deve soccombere? Perché non può modernizzarsi? Perché non deve essere messa nelle condizioni di seguire il destino favorevole di altri network pubblici europei? E i nostri sforzi di ottimizzare, risparmiare e autogovernarci di fronte ad una Rai, quella attuale, priva di governance, ci sembrano vani e inutili.

Signor Presidente,noi lavoratori della Rai Le chiediamo di intervenire per scongiurare l’attuale destrutturazione e fare in modo che le scelte fondamentali per la sopravvivenza dell’azienda possano essere valutate in tutte le loro potenzialità presenti e future da un organismo “super partes”, che possa vigilare e tutelare un bene della collettività.

Vorremmo pensare di poter contribuire con la nostra professionalità alla rinascita di un Paese finalmente libero da un conflitto di interessi mediatico che ci sta sgretolando e che consideriamo inadeguato alle più elementari regole di uno Stato democratico.

Nella certezza che Lei non farà cadere questo appello nel vuoto, cogliamo l’occasione per ribadire la stima con cui quotidianamente Le siamo vicini nello svolgimento del suo ruolo istituzionale che ci rende sempre e comunque orgogliosi di essere italiani.

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Ad maiora.

I VESPRI AL REGIO: IL TRAMONTO DEI TEATRI? LA PROTESTA SALE DI UN TONO

Venerdì 18 marzo Giorgio Napolitano sarà al Teatro Regio di Torino per la rappresentazione dei Vespri siciliani di Giuseppe Verdi. E’ la stessa opera con cui lo storico – e rimodernato, dal geniale Mollino – teatro torinese riaprì i battenti nel 1973, dopo la lunga chiusura dovuta all’incendio del lontano 1936. 28 anni la regia fu affidata a Maria Callas (in prima fila c’era il presidente Leone). Ora invece a David Livermore, che porta i Vespri al giorno d’oggi, con tanto di scenografia allestita a Capaci poco dopo la strage e con i televisori che distraggono i protagonisti, non facendo loro accorgere del rapimento e dello stupro delle loro future spose.

Prepariamoci alle polemiche.

Non solo per quanto avverrà sul gigantesco palco ma anche per ciò che lo circonda. Il Regio, come tutti i teatri, paga il prosciugamento dei fondi del Fus (la cultura costa, mica come le quote latte!) ed è a rischio chiusura. Ogni giorno i lavoratori escono da teatro per protestare. E a cantare l’inno nazionale:

Probabile si facciano sentire anche nel giorni in cui si celebrano i 150 anni di fragile unità.

Con l’ augurio che non sia una festa d’addio.

Ad maiora.