Damasco

La guerra mediatica: il ruolo delle televisioni e dei social media nel conflitto in Siria

Carola Aresi in questa tesi in discussione in questi giorni alla Statale di Milano affronta la novità dei conflitti moderni: non più la sola televisione, ormai entrata a pieno titolo nei protagonisti bellici, ma anche i social network. La connessione tra questi due media crea dei meccanismi di informazione spesso. Ma anche di disinformazione.

La laureanda ha analizzato in particolare casi nei quali sono state date notizie che sembravano far ricadere tutte le colpe sul governo di Damasco. E quando sono giunti nuovi elementi che invece spostavano la bilancia delle responsabilità verso i ribelli, si è taciuto o quasi. L’attenzione della Aresi si è concentrata soprattutto sulla strage di Houla del 25 maggio 2013 e sull’attacco chimico a Ghouta (del 21 agosto 2013).

L’analisi televisiva verte soprattutto su Cnn e Al Jazeera, due emittenti concorrenti ma le cui linee editoriali, spiega la Aresi, sono ormai, in questo scenari, convergenti.

Ad maiora

La guerra e l’Onu

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Non mi piacciono le guerre. Sono stato obiettore di coscienza quando non era così di moda. Penso che gli ultimi conflitti che hanno visto coinvolta la comunità internazionale si sarebbero potuti risolvere preventivamente, con le “armi” della politica e della mediazione.
Ma invece, in questi vent’anni, si è sempre fatto così: si ignora il problema finché esplode come un bubbone, e a quel punto si comincia a bombardare. Succederà anche con la Siria.
Chi in queste ore invoca l’Onu, comunque, non sa o finge di non sapere che come Organizzazione internazionale sia ormai superata. Poco efficace e poco credibile.
Tra quelli che parlano di ONU troviamo costantemente Putin. Improvvisamente scopertosi pacifista. Malgrado la guerra in Cecenia (chiamata operazione anti-terrorismo) e quella in Georgia (dove si bombardò Gori per difendere Batumi).
Non so se l’attacco franco-americano a Damasco scatenerà un conflitto regionale. So però che per evitare morti e distruzioni, qualche coraggioso dovrà ammettere che l’Onu, così come è -con il diritto di veto e le sue commissioni per i diritti umani gestite da chi li viola – non serve. E che al suo posto non ci possono essere club autoconvocati di grandi nazioni, come quello in corso a San Pietroburgo.
Ad maiora