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Visitare Cuba: ultimo giorno a L’Avana

Ci svegliamo e andiamo sul terrazzo, ma la colazione nella nostra casa particular è pronta in cucina, due piani sotto. Colazione molto abbondante: oltre a frutta e dolci, caffè e latte, c’è anche marmellata e formaggio e per non farci mancare niente anche delle uova.

Vita al Vedado, L'Avana, Cuba

Un po’ satolli ci incamminiamo per il Vedado, il quartiere residenziale de L’Avana. Siamo in Calle 10 e imbocchiamo la 12 per dirigerci verso la Necrópolis Cristóbal Colón, il cimitero monumentale de L’Avana. Dopo una mezz’ora di cammino ci giungiamo di fronte. L’entrata è maestosa. 

Necropolis Cristobal Colon

L’ingresso è abbastanza caro (5 Cuc, ossia 5 dollari) ma dentro la distesa di tombe monumentali merita la visita. Ci dirigiamo verso la tomba più frequentata della Necropoli: quella de La Milagrosa, donna morta di parto insieme al figlio. Il vedovo venne a trovarla ogni giorno per anni, battendo la maniglia sopra la tomba come a risvegliare il resto della sua famiglia. Quando i due corpi furono inumati, la madre era intatta e il bimbo, che era stato seppellito ai suoi piedi, sarebbe stato invece in braccio alla donna. Da qui il miracolo popolare, con devoti che ogni giorno vanno a chiedere di intercedere per loro (e per i loro figli) che lasciamo ex voti, che bussano alla tomba e poi si allontanano da essa senza darle mai le spalle, come fece per anni il vedovo, per poterla guardare il più a lungo possibile.

Lasciamo il cimitero e ci dirigiamo, sempre sotto il solleone, ai giardini di botanici della Quinta de los Molinos (in Av Salvador Allende, non lontano da Plaza de la Revolución). Ci eravamo già passati nei giorni scorsi perché sulla guida li annunciavano chiusi per lavori. Così era in effetti ma una gentile signora all’ingresso ci aveva detto che sarebbero stati riaperti al pubblico l’indomani. Oggi però dentro ci sono parecchie guardie (molte dormienti) una delle quali, in malo modo, ci fa capire che, essendo domenica, è chiuso. Ma, turisti a parte, un habanero (cittadino de L’Avana) quando può andare a visitare (e prendere un po’ di fresco) ai giardini botanici se non la domenica?? Perché dunque li chiudono?? Credo perché alla fine non siano fatti “per il pubblico” ma per far lavorare un po’ di persone (guardie, giardinieri e funzionari che si occuperanno di orari e paghe). Alla fine qui a Cuba è tutto un po’ casuale. E, a volte, veramente inospitale. Del giardino botanico che avremmo voluto visitare ci resta solo questa foto, presa ovviamente dall’esterno.

Quinta de los Molinos

Vittime dell’ennesima delusione, mangiamo qualcosa (finendo gli ultimi Cup) e torniamo nella nostra casa al Vedado. I proprietari di casa, molto gentili, ci lasciano occupare le stanze anche nel pomeriggio, in attesa del nostro volo serale.

Ci riposiamo sul terrazzo cercando di contrastare il caldo. Qui abbiamo la tv dove trasmettono incessantemente i giochi panamericani di Toronto: oggi tocca alla pallavolo maschile tra Cuba e il fortissimo Brasile. Ieri sera unica eccezione allo sport con una vecchia puntata di Montalbano, in italiano coi sottotitoli spagnolo.

Nel tardo pomeriggio prima del taxi che ci porterà all’aeroporto Josè Martì per il volo di ritorno, andiamo a mangiare uno spuntino. Beviamo un ottimo frullato di banane.

Poi paghiamo 95 Cuc per la nostra ultima notte in una casa particular (e le tre colazioni) e salutiamo.

Prendiamo l’ultimo taxi cubano. Siamo fortunati. È una bellissima Buick viola, la migliore auto su cui siamo saliti. Una delle cose che rimpiangeremo dell’isola caraibica.

Una vecchia Buick viola come taxi

Ci godiamo l’ultima boccata d’aria cubana e raggiungiamo l’aeroporto.

Il volo sarà regolare. E malgrado la tappa parigina, senza smarrire i bagagli.

Milano, dopo 18 giorni a Cuba, ci sembra strana. E, incredibile a dirsi, silenziosa.

Ad maiora

Visitare Cuba: Cienfuegos e Playa Rancho Luna

Oggi giornata dedicata al relax. La sveglia suona abbastanza tardi e poi ci lanciamo nella solita colazione. Unica variante odierna, qui a Casa cubana, è il succo: non di mango ma di guava. Sempre quasi ghiacciato è sempre molto gustoso. Ah, Ileana ci offre anche lo yogurt, il primo che mangiamo qui a Cuba.

A SPASSO

Usciamo a fare due passi nel centro di Cienfuegos. La mattina le vie intorno al Parque José Martí (la piazza principale, chiusa da bei palazzi ottocenteschi) sono molto affollati di cubani, in giro a fare compere.   Qui a Cuba i negozi chiudono presto, di solito alle 17, e bisogna affrettarsi prima che le scorte – portate la mattina – finiscano. Così una volta che abbiamo la fortuna di trovare l’acqua in un supermercato decidiamo di optare per un carico da 5 litri.


Cienfuegos ha una delle più grandi zone pedonali che potete trovare nelle città di provincia. Pure mentre state camminando cercano però di agganciarvi per offrirvi un taxi, che di lì non può passare…!

CHE MUSICA!

Ci sono anche parecchie bancarelle, anche se ciò che rende piacevole la passeggiata è la musica di sottofondo, diffusa da autoparlanti pubblici che fanno conoscere a tutti Benny Morè, lo storico cantante orgoglio della città.

Oggi abbiamo deciso di andare al mare. La spiaggia di Cienfuegos non ci convince e allora optiamo per quella di Rancho Luna, raggiungibile con 10 Cuc  (ossia dollari) di taxi. È una spiaggia a una ventina di chilometri dalla città, affollata di cubani. Il mare proprio davanti alla marea di ombrelloni (una sola fila comunque) non è granché pulito. Ma basta camminare per qualche decina di metri per ritrovare quello dei Caraibi. A differenza di ciò che raccontava la Lonely di pesci da vedere ce ne sono pochini, ma il posto (salvo i punti in cui c’è musica a palla) merita.

 

Io e Marta decidiamo di fare, sulla gamba di Francesca, un tatuaggio a trasferello che ci siamo portati da Milano. Qui a Cuba non devono averlo mai visto perché in pochi minuti veniamo circondati da mezza spiaggia che osserva il nostro lavoro. Per fortuna, in qualche modo, l’operazione riesce e quindi vediamo intorno a noi parecchi sorrisi. Chiedo ai nostri spettatori se vogliono dei piccoli tatuaggi tra quelli avanzati dai nostri trasferelli e subito si forma la fila di gambe e braccia pronte a farsi appiccicare questa novità sulla pelle. Chi ne vuole di più è Teresita, una signora non più giovanissima e che quando sorride non ha molti denti da mostrare. Purtroppo a un certo punto i finti tatuaggi finiscono e torniamo soli. Ma intorno a noi sentiamo che continuano a parlare degli italiani… 

Anche in questa spiaggia chi finisce di mangiare lancia lattine, scatole di cartone (dove viene servito un mix di carne e pastasciutta) e sacchetti di plastica (che contengono caramelle, croccante o pop corn) per terra, sulla spiaggia. Finiranno irrimediabilmente tutti in mare. Qui parlano tutti dei mutamenti climatici (anche qui a Cienfuegos, abbiamo sentito più di un discorso su questo argomento) ma non si rendono conto che pure i loro comportamenti contribuiscono al disastro cui stiamo andando incontro. Forse i loro giornali ufficiali (ci sono solo questi) potrebbero indurre i cittadini ad atteggiamenti più avveduti verso la natura. Gli unici che riciclano i rifiuti sono quei poveri che frugano nell’immondizia (o lungo la spiaggia qui) raccogliendo lattine di alluminio da vendere. 

 

Torniamo in taxi a Cienfuegos (altri 10 Cuc) e lungo il tragitto osserviamo quanto sia bella la natura qui a Cuba. È una delle cose che ci porteremo a casa al nostro ritorno.

A CENA, FINALMENTE SENZA FREGATURE

Prima di uscire paghiamo Ileana (300 Cuc per le quattro notti con relative coazioni e due cene) e poi andiamo a cercare Shekinah, un ristorante israeliano di cui avevamo visto la pubblicità in centro (segnalava piatti vegetariani). Si rileverà la miglior scelta culinaria di Cienfuegos. Si trova a un numero civico dal ristorante in cui ci avevano spennato. Ma qui i prezzi sono esposti fuori dal locale, sono più che onesti e sono in Cup (ossia pesos non convertibili, un venticinquesimo di Cuc). Nel menù c’è scritto che la conversione in Cuc sarà 1:24, quasi quella ufficiale.

Il menù di Shekinah

Dentro il piccolo locale campeggia una bandiera libanese e la ragazza che ci serve parla uno spagnolo molto comprensibile ed è veramente gentile. I piatti sono un mix tra messicano, caraibico e ovviamente israeliano (o meglio arabi). Marta mangia un kebab e tacos con formaggio e prosciutto. Io e Francesca Tacos e Nachos vegetariani, uno più saporito dell’altro. Ci portano pure una salsa piccante per accompagnare i piatti. Sublime. Pasteggiamo bevendo frullato di mango (nel locale non servono alcolici: altro punto a favore, ai miei occhi) e arriviamo fino al dolce: un piccolo taco caldo, ripieno di marmellata di guava. Molto buono anch’esso.

CONTO, UMANO

Alla fine arriva il conto: 7 Cuc per tutti e tre. Nel locale a fianco due sere fa, per mangiare cose insulse (o cattive, come il pollo di Marta) avevamo speso 57 Cuc! Sbaglia un civico e ti fregano.

Dentro Shekinah

Satolli, andiamo a passeggiare lungo il Pradeo dove, malgrado il rumore e l’inquinamento prodotto dalle macchine, c’è parecchia gente. A un certo punto si sente distintamente uscire dalle enormi casse di un teatro la voce di un attore comico che sta facendo i suoi sketch. Dentro è in corso lo spettacolo. Ma chi non può permetterselo può comunque ascoltarlo da qua fuori. Una cosa davvero democratica.

Rientriamo scattando una foto all’ennesimo murales rivoluzionario di Cienfuegos (e del Cdr) e ci mettiamo a chiacchierare con Ileana, la nostra padrona di casa. Scopriamo che nella vita ha fatto la carriera militare (“Ero capitano quando ho finito”) e ci racconta dei parenti sparsi per il mondo. Nel parlare di soldi, definisce i Cuc “dollari”. Essendo infatti il cambio del peso convertibile agganciato alla moneta degli odiati statunitensi, si fa prima a chiamarli così. Anche se tutto ciò è davvero paradossale.

Andiamo a dormire. Domani si torna a L’Avana sperando che Viazul stavolta non faccia scherzi.

Murales a Cienfuegos

Ad maiora

Visitare Cuba: da Cienfuegos alla Baia dei Porci

La colazione in questa casa particular di Cienfuegos è particolarmente buona e abbondante. Oltre al succo di mango (davvero super) al caffè e alla frutta, ci viene servito un panino caldo col formaggio (a Marta viene aggiunto anche prosciutto) e brioche fatte di casa con marmellata di guava.

RISPETTATE LE REGOLE

Rifocillati dal pasto andiamo in banca a cambiare gli euro in Cuc. Non è ovviamente la prima volta che succede e ormai abbiamo imparato le regole: quando si entra bisogna dire quel che si desidera a chi ti apre la porta, poi ripeterlo a chi ti farà (obbligatoriamente) sedere su uno dei divani presenti: ognuno sul suo, se vostra figlia si appoggia al vostro la invitano a mettersi in un altro divano. Infine aspettare. Bisogna fare la fila ovunque a Cuba: per prendere il cibo, per le schede telefoniche, per una bottiglia d’acqua (spesso assente), per andare in posta o in banca. Persino per entrare in un negozio di vestiti. Ti insegnano ad aspettare, a essere paziente. A obbedire a regole non scritte eppure vincolanti. Impari a non rompere i coglioni sulle piccole cose. Così non ci penserai nemmeno per sbaglio a protestare sulle cose più grandi (senza arrivare al multipartitismo, fossero anche semplicemente le buche nelle strade o i tombini scoperchiati). Così funzionano i regimi.

VERSO LA BAIA DEI PORCI

Dopo questo pipozzo, prendiamo il taxi per andare alla Penisola di Zapata e alla Baia dei Porci. Abbiamo concordato col tassista un prezzo di 70 Cuc (pesos convertibili: 1 a 1 con il dollaro americano) per tutto il giorno. Siamo su una vecchia Ford coi vetri oscurati, salvo un piccolo spazio col logo della Apple. Qui lo si trova ovunque. Le tentazioni dello strisciante capitalismo sono già arrivate.

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Lungo la strada molti manifesti che inneggiano al socialismo (e a Chavez, buon amico di Fidel e dei cubani) e al nazionalismo. Rispetto al socialismo sovietico, diventato nazionalista per sopravvivere, dopo la caduta dell’Urss, questo caraibico è nato già patriottico: patria o muerte!, è scritto sulle monete cubane (Cup).

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Procediamo con musica latina (e video) sparati a palla. Insieme all’aria condizionata. Solo dalla posto di fianco al guidatore si vede qualcosa. Così ci alterniamo. Il nostro obiettivo primario è raggiungere la Penisola di Zapata, gigantesca palude dove si trova un parco naturale. Il nostro autista non sembra dell’avviso di portarci lì. Ci mostra un po’ di foto di posti turistici dove la Ciénaga di Zapata non figura. Dice che chiederemo dopo la prima tappa.

LA CUEVA DE LOS PESCES

Sulla strada ci fermiamo nelle Cueva de los Pesces, piscina naturale dove si fa il bagno in mezzo ai pesci. L’acqua è torbida. Forse perché invasa di turisti: è infatti vicino alla strada dove si fermano i bus di turisti provenienti da resort. Comunque un posto carino. Ma evitabile. 

Arriviamo, dopo Playa Larga, alla Palude di Zapata. Per entrare occorre una guida del luogo, essendo questa una riserva naturale. Di guide però non ce ne sono. Arriveranno forse più tardi. Il nostro tassista, preoccupato di far tardi e di rovinare la macchina dato che qualcuno gli ha detto che parte della strada è occupata dall’acqua marina, dice che non possiamo aspettare se no arriveremmo troppo tardi a Cienfuegos. Ci invita invece ad andare a mangiare in un ristorante dove servono carne di coccodrillo. Gli spiego (parla solo con me: è molto maschilista) che io e Francesca siamo vegetariani. E cosa mangiate allora? Verdure, rispondo. Fa una faccia perplessa…

In realtà pranziamo con l’ennesima pizza da asporto, in un baracchino davanti alla Riserva. Tre pizze a meno di un Cuc, ma il pizzaiolo cerca di venderci delle collane con denti di coccodrillo. Roba da barbari. Comunque dalla riserva esce un ragazzo gentile che ci invita a tornare domattina alle 8.

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PUNTA PERDIZ

Decidiamo a quel punto di andare a fare snorkelling. Il posto migliore dovrebbe essere Playa Giron (dove sbarcarono i mercenari di Baia dei Porci). La spiaggia è dell’omonimo albergo. Possiamo entrare solo a piedi perché ai taxi è vietato (misteri del socialismo caraibico). Arriviamo al diving dove chiediamo una guida per lo snorkelling: ci dicono di tornare domani. Insistiamo. Ci indirizzano verso un gruppo di ragazzi che indossa magliette della croce rossa cubana. Loro ci dicono che si può fare ma a Punta Perdiz, un quarto d’ora di macchina tornando verso Playa Larga. Passaggio in auto, noleggio delle pinne e guide ce le propongono a 7 Cuc a testa. Accettiamo anche per non buttare via la giornata. E la scommessa si rivela vincente.

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Il mare davanti a Punta Perdiz è una sorta di piscina di acqua calda e piena di pesci. La visibilità è ottima e la guida ci porta in giro per un’ora, avvicinandosi a un relitto e individuando una razza, la prima che vedo non in cattività. Davvero magnifico.

PLAYA DE LOS COCOS

Ci facciamo una doccia e torniamo a Playa Giron, anzi a Playa los Cocos che secondo la Lonely era un posto adatto allo snorkelling. Non è così, ma riposarsi sotto le palme (veri ombrelloni naturali) fa dimenticare i pesci. Riusciamo anche salvare un riccio di mare da un gruppo di bambini che lo aveva portato in spiaggia: lo riportiamo in acqua con la scusa di dovergli fare delle foto con la Go-Pro. Piano piano si allontana da noi e dai bambini (uno dei quali gli augura buona fortuna).

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Ritorniamo sul taxi sempre la vecchia Ford, sempre con l’aria condizionata gelida (che ogni tanto sputa gocce d’acqua) e musica agghiacciante (sto rimpiangendo Radio Latte e miele). Il taxi per un giorno intero costa 70 Cuc, ma domani ne sceglieremo un altro. Quello di oggi mi spiega anche (sottovoce) che il problema della Riserva è che è statale e quindi troppo burocratica. Sul cruscotto ha in bella mostra le bandierine cubana e venezuelana, ma è pronto a tuffarsi nel capitalismo senza regole.

RISO E MAIS IN STRADA

Lungo la strada provinciale una scena mai vista: una delle due corsie è invasa da riso o mais messo a essiccare al sole. Niente di che direte voi: è che quando due macchine si incrociano, una delle due deve per forza calpestare riso e mais. Lo stesso devono fare i carri trainati dai cavalli: col risultato che un po’ di cibo viene spiegato da deiezioni equine. Igienico

Rimanendo in argomento, Marta, vicino alla spiaggia, fa un salto nel bagno di un bar. Le chiedono 25 centesimi di Cuc ed essendo senza soldi la rimandano da me per recuperare il dovuto. Dopo queste edificanti avventure, rientriamo a casa e ci prepariamo per cena.

A CENA, DI FREGATURE

Usciamo alla ricerca di un ristorante segnalato dalla Lonely ma ci dicono che è stato chiuso per spaccio di droga. Mentre vaghiamo veniamo agganciati da un ex pugile che parla italiano e che è stato recentemente a Bologna. Ci consiglia un ristorante e poi ci accompagna. Ha la faccia buona e quindi non scatta il primo campanello di allarme. Si unisce a noi per una birra, aspetta che ordiniamo la cena e poi se ne va. Il ristorante è stracolmo di turisti francesi dotati della di Routard. È il secondo campanello d’allarme, ma avendo ignorato quello precedente finisce per essere il primo e quindi lo sottovalutiamo. Marta ordina pollo, accompagnato da riso e verdure. Io e Francesca minestroni (unica comida vegetariana). accompagnato da riso e verdure. Chiediamo anche delle banane fritte (troppo asciutte). E alla fine tre flan de  leche (creme caramel più denso, veramente ottimo). Aggiungete tre birre (una per il pugile) e tre bibite (refresco, una sola di cola, di più non ne avevano…). Chiediamo il conto: 57 Cuc! Praticamente 19 euro a testa. Prezzo surreale per un paese dove lo stipendio è di una ventina di Cuc. Ma prezzo causato anche dalla doppia moneta, che spinge tanti (troppi) a fare i furbi coi turisti. Molti cubani ti vedono come un bancomat con due gambe, mi aveva ammonito il mio collega Andrea. Aveva ragione. Dovevamo tenere la guardia alta, come suggerisce Francesca

Amareggiati dall’ennesima fregatura andiamo a letto presto.

Domani ci si sveglia all’alba per tornare alla Palude di Zapata.

Ad maiora

Visitare Cuba: da L’Avana a Cienfuegos

Notte complicata. Oltre al caldo è arrivato un gruppo di rumorosi italiani. Dopo un po’ di pazienza alle 3 li richiamiamo all’ordine mentre cazzeggiano nella zona comune della casa. 

SEMPRE LO STESSO MANGO

Dopo aver dormito qualche ora facciamo colazione presto. Il menù è quasi sempre lo stesso in ogni casa particular: frutta, pane e burro, succo, caffè e frittata. A volte abbiamo trovato biscotti, marmellate o creme caramel. Qui da Lazaro si va sull’essenziale. Paghiamo il suo collaboratore (210 Cuc per 3 notti più colazione in due stanze) e andiamo in taxi al capolinea di Viazul, il pullman che ci riporterà in provincia: a Cienfuegos, un’altra delle città tutelate dall‘Unesco.

SI PARTE 

Stavolta come taxi scegliamo una vecchia Chevrolet, bella anche se scassata. Il costo della corsa per la prima volta è di 5 Cuc (ed è 2 volte più lontano di Plaza de la Revolucion, per raggiungere la quale ieri abbiamo pagato 10).

Al terminal dei bus Viazul solita coda per trasformare la nostra ricevuta in biglietto. Ma ormai abbiamo capito come si fa.

LA PIPÌ SI PAGA

Per andare in bagno ti chiedono 0.50 Cuc (fondamentalmente per darti un piccolo pezzo di carta igienica). In altre stazioni, in altri bagni, ce la siamo cavata con pochi Cup (ma la media è 0.25 di Cuc, ossia di dollaro). Non si salvano nemmeno i ragazzini.

IN BUS, UN’AVVENTURA

Il viaggio per Cienfuegos è sfortunatamente è assurdamente lungo. Il bus ha qualche problema al motore e si ferma più volte. Io sono seduto al fianco di una silenziosa suora. Sull’altro lato del bus due romani litigano ininterrottamente dalla partenza. Vado di cuffie e Deezer 

Dopo numerose soste il bus si ferma in un’area di servizio, dove incrociamo un mezzo dei pompieri che non sfigurerebbe in un vecchio film americano.   

Appena i meccanici aggiustano il nostro bus, l’autista parte piano piano con le porte aperte strombazzando. Miracolosamente salgono tutti i turisti (i pochi cubani non erano scesi visto gli autisti non avevano detto nulla e quindi, di fatto, non eravamo autorizzati alla sosta). Scena davvero sovietica (pur con 35 gradi all’ombra) di scarso rispetto per il prossimo. Non sarà l’unica, purtroppo.

UN VIAGGIO AL PASSO DI LUMACA

Il bus procede a passo d’uomo fermandosi ogni 5 o 6 chilometri, ma i due autisti si guardano bene dall’evitare la canonica sosta al ristorante. Senza questa deviazione saremmo già a Cienfuegos, dove magari si trovano i meccanici di Viazul! Ma che importa?? L’importante è che i due autisti si rifocillino. Quando hanno finito si riparte, sempre col motore strappi. È la Viazul è considerata la compagnia di autobus più affidabile di Cuba! 

Nell’ultimo tratto, impieghiamo due ore per una trentina di chilometri, col motore che si spegne ogni 5 minuti, senza aria condizionata e senza la possibilità di aprire i finestrini. Un incubo. Arriviamo con due ore e mezzo di ritardo su un viaggio di quattro. Sei ore per percorrere 350 km… Per di più, arriviamo assetati ma alla stazione dei bus di Cienfuegos nessun bar ha dell’acqua da vendere (è qualcosa cui si deve abituare il turista qui: l’acqua in bottiglia scarseggia ovunque). Forse qui manca dai tempi in cui hanno fatto questo cartello: le indicazioni sulle partenze sono fatte a mano, col gessetto.   

Per raggiungere la casa particular, un nuovo mezzo di trasporto: le nostre gambe! Per fortuna La Casa Cubana è vicina alla stazione di Viazul perché arriviamo esausti.  

Ci accoglie una sorridere Ileana che ci serve un succo di mango ghiacciato che ci riporta in vita. Ci laviamo e andiamo a sgranchirci le gambe e a capire se valeva la pena fare questo lungo viaggio. 

CIENFUEGOS FINALMENTE 

Alla prima impressione direi di sì. Cienfuegos  è tenuta molto bene, ha dei bei palazzi e un’aria tranquilla. I piazzisti dei ristoranti ci importunano raramente e l’arrivo sul Malecón vale la passeggiata.

  
Tornando incontriamo uno dei tanti carretti a cavallo (anche qui a Cienfuegos sono un mezzo di trasporto usuale, non un modo per spennare i turisti). 

Questo vende frutta a domicilio:

Ceniamo nella Casa Particular. La signora (che ha la figlia a Milano) non si spaventa quando le chiediamo “comida vegetariana” e a tavola si materializzano molti piatti di verdure e una zuppa di mais, carote e zucca davvero ottima. 
Andiamo a letto presto. La giornata, grazie a Viazul, è stata infinita.

  
Ad maiora

Visitare Cuba: da Sancti Spiritus a L’Avana

La colazione ci viene servita nel patio di fronte alla stanza. Per fortuna senza più il rumore del condizionatore. Frutta (meno buona che altrove), frittata, pane, burro e caffè. Il tutto servito con un servizio di porcellana coloniale (come la casa d’altronde).

POCHE CHIACCHIERE 

La stanza è bella, la doccia ottima ed Hector molto gentile. Ma avendo tanti ospiti praticamente non parliamo mai con lui (che sarebbe invece il valore aggiunto delle case particular).

Paghiamo 34 Cuc per una notte e una colazione, più 5 di “taxi”, ossia del “passaggio” che Hector ci ha dato ieri dalla stazione di Viazul. Sarebbe stato più conveniente prendere una bici-taxi che oggi ci riporta alla fermata dei bus (per 3 Cuc).

Nuova stazione Viazul e nuove regole. Qui più incomprensibili che altrove. Mostriamo la ricevuta di viaggio (stampata da internet) e invece di darci un biglietto ci mandano in sala d’attesa. Dove attendiamo a lungo cercando di capire gli annunci (tutti rigorosamente in spagnolo-cubano, ossia con le esse aspirate) e marcando a uomo altri passeggeri diretti verso la capitale (dove stiamo tornando). Un ottimo esercizio di pazienza. Anche qui c’è uno sportello con la Lista de Espera (lista d’attesa): quando apre (poco prima della partenza dei bus) viene assalito da quanti desiderano partire.

Noi che abbiamo prenotato il tutto dall’Italia riusciamo a salire sul bus, anche se la nostra ricevuta viene osservata a più riprese. Non hanno internet e non possono verificarla. Nell’attesa,  fotografiamo l’elenco di regole che dovrebbero indurre i cubani a un maggior rispetto reciproco.

IN VIAGGIO

Sul bus ci separano: Marta di fianco a una giapponese che dorme con una coperta tirata fin sulla faccia (l’aria condizionata è quasi sempre a palla sui Viazul), io di fianco a un piccolo cubano, che un po’ si agita ma è fin troppo buono calcolando che starà una dozzina di ore solo in compagnia di un cuscino. Ripassiamo da Santa Clara dove anche oggi piove.

 Facciamo una lunga sosta alla stazione dei bus. Marta ritrova il cane di ieri e lo alimenta. Alla ripartenza, grazie all’intercessione di un gruppo di signore cubane, l’autista, un po’ recalcitrante (no tiene hasiento!) ci mette vicini e in prima fila.

IN AUTOSTRADA

Il viaggio prosegue spedito verso L’Avana lungo la Carretera Central, l’autostrada (gratuita) che va dalla capitale a Santiago de Cuba. Ogni tanto l’autista deve rallentare per il passaggio di qualche mandria.

 Il panorama intorno a noi è sempre bello e il viaggio è davvero piacevole e l’arrivo all’Avana è di una puntualità svizzera.

IN TAXI VERSO HABANA CENTRO

Per tornare da Lazaro ci affidiamo a un tassista abusivo. Ha la faccia simpatica e il prezzo è lo stesso dei regolari. Saliamo su una vecchia Moscovich. Dei tempi sovietici!, ci dice il nostro autista, che quando accende il motore fa partire la musica a un volume tale che Marta salta sul sedile. In viaggio chiacchieriamo con lui del più e del meno. Quando arriviamo vicino a “casa”, capiamo di conoscere più io e Marta del “tassista” la strada per arrivare alla meta (Destino,  per usare la meravigliosa parola spagnola).

Paghiamo i 10 Cuc e citofoniamo a Lazaro. Lui non c’è. Ma qui ci conoscono e ci buttano giù le chiavi. Ora io e Marta occupiamo ben due stanze sulle quattro di questa casa particular. Tra poche ore arriverà anche Francesca e la restante parte del viaggio sarà in tre. Ci registriamo dal vice-Lazzaro e usciamo subito.

 

IN CERCA DI OSPEDALI

Marta non è ancora in forma e vogliamo testare anche i medici dell’Avana (su tutta l’isola ce ne sono 60mila, ma spero basterà il secondo). La passeggiata ci permette di rientrare in contatto con questa gigantesca (e curiosa) città.

 Arriviamo all’Ospedale Hermanos Ameijeras che ha una clinica internazionale. Alle 5 è però chiusa. Una guardia giurata ci manda da un’altra. Quest’ultima chiama qualcuno e poi ci invita ad andare in una clinica, Albarrán. Non è molto distante dall’ospedale, ma senza indirizzo vaghiamo un po’ nel quartiere. Poi (grazie all’aiuto di due ragazzi molto gentili) lo troviamo. È una clinica (credo universitaria) per cubani.

 Facciamo passare davanti a noi un’anziana (devo fare solo timbrare una ricetta, ci sembra di capire: ma è una scena cui abbiamo già assistito anche in Italia, quindi ci è famigliare) e poi tocca a noi (quando siete in coda coi cubani arrivando bisogna chiedere chi sia “el último” e mettersi dietro lui: successivamente risponderete alla stessa domanda quando arriverà qualcuno dopo di voi).

La dottoressa è molto gentile e capace di ascoltare Marta (rimane sbalordita quando le diciamo che ha 13 anni: non le basta a far passare lo stupore nemmeno il passaporto…). Ci prescrive Metoclopradina e ci rassicura sul suo risultato. Ci congeda senza farci pagare nulla: la sanità è gratuita per i cubani, ma anche per gli stranieri in difficoltà. Ci chiede solo se abbiamo pesos cubani per comprare le medicine. Nella mia ingenuità le dico che ne ho solo 50. Lei sorride dicendo che basteranno…

NELLA FARMACIA PER CUBANI

Raggiungiamo la farmacia cubana con la nostra impegnativa. Ci danno il farmaco (sempre e solo il blister, niente scatole qui). Lo paghiamo 1.60 Cup (1 Cup è 1:25 di Cuc, ossia di dollaro). Praticante nulla. E avrà pure effetti miracolosi.

Le farmacie cubane sono anche davvero belle.

RAPIDO. NON BASTA LA PAROLA

Passeggiamo ancora ad Avana Centro. Troviamo un negozio della catena El Rapido. Mi sembrano avere il servizio tra i più lenti di Cuba. Ma forse è solo un effetto – paradossale – del loro nome.

SILENZIO. STO CHATTANDO.

Torniamo, dietro casa, in una piazza da cui parte uno dei Boulevard pedonali dell’Avana. C’è tanta gente ma regna un silenzio irreale: è infatti uno dei pochi posti dove c’è la Wi-Fi. È così, tutti muti, incollati ai loro cellulari o laptop. Gli unici scambi di parole sono legati al fatto che non tutti ne possiedono uno e quindi concordano su cosa scrivere o digitare. Mi sa che presto questi scenari diverranno abituali. Anche qui a Cuba.

 A CENA
 Andiamo a mangiare al Castas & Tal (Galiano ang. San Lazaro) localino molto ben arredato e con personale sorridente. Parlano perfettamente inglese (fatto davvero raro qui a Cuba, ma noi ormai avvezzi allo spagnolo optiamo ancora per questa lingua. Il cibo è di ottima qualità e i prezzi accettabili (13 Cuc in due). Unica pecca: l’acqua Panna, che ha fatto troppi chilometri per seguirci dall’altra parte del mondo.

TRAMONTO SUL MALECON 

Finiamo la prima parte della serata aspettando il tramonto sul Malecón, il lungomare dell’Avana.

 Poi a mezzanotte (dopo abbondante caffè offerto da una delle signore della casa particular) andiamo a prendere Francesca in aeroporto. Ci andiamo sempre a bordo  una Cadillac anni ’50, guidata da Pepe (il fratello del tassista del nostro arrivo all’Avana). E’ davvero un bel viaggiare.

Ad maiora