Chiarelettere

Scollocati di tutto il mondo, unitevi!

«Sbaglia chi sostiene che dietro l’attuale immensa crisi internazionale ci sia un’oscura macchinazione speculativa. (…) La spiacevole novità, che inasprisce e rende più ineluttabili gli effetti della crisi, è che non si tratta delle conseguenze di un ciclo economico temporaneo, ma della condizione ormai definitiva (o talmente lunga da sembrare tale) del mondo occidentale, che ha esaurito la sua spinta propulsiva, ha perso l’appetito necessario alla competizione, ha messo su pancetta ed è costretto a subire la violenta rimonta dei paesi in via di sviluppo.»
Sono queste le premesse da cui partono Simone Perotti e Paolo Ermani per il loro “Ufficio di scollocamento” (Chiarelettere) un manuale nel quale spiegano perché si debba abbandonare al più presto la nave che sta affondando: «È proprio il caso di aspettare che l’equipaggio cali le scialuppe perché la nave è ormai inclinata, o è meglio cominciare a pensarci adesso, mentre imbarchiamo già pericolosamente acqua ma abbiamo ancora un minimo margine di manovra, un lieve anticipo sull’affondamento?».
In sostanza Perotti ed Ermani invitano chi abbia un lavoro a cambiare vita, ad abbandonare le città per spostarsi in campagna (o in collina, nello spezzino, dove ha trovato il suo buen retiro Simone, nella magnifica casa che si è arredata con le sue mani e nella quale vive quando non naviga).
Con un orto e riducendo le spese di affitto e di vita, ce la si può cavare con molti meno soldi di quanti si pensa. L’invito è sfruttare la crisi (della quale, oggettivamente, non si vede la fine) per cambiare registro, ossia per scollocarsi, abbandonando «abitudini, automatismi, percorsi, consumi, relazioni, occupazioni e convinzioni», per uscire dal tunnel: «Se lo scollocato non ha soldi si astiene dal consumare e non ne fa un dramma né si rivolge alle banche, agli strozzini o alle mafie. Riduce movimenti e bisogni, ma non è triste per questo. Semmai se ne compiace, esaltando la propria libertà. (…) Fare una scelta di scollocamento non è un salto nel buio. La crisi attuale è forse più di valori e di prospettive che di risorse. Dal nostro punto di vista, infatti, che ci siano meno soldi per comprare beni inutili è da considerarsi un’ottima notizia».
Il libro ha una prima parte teorica (Perché) e una seconda più pratica (Cosa e Come) nella quale viene spiegato quali sono i passaggi di “ri-formazione” per la nuova vita che, necessariamente, sarà più semplice affrontare assieme ad altri amici, in maniera collettiva: «Quando, di fronte a una crisi, non c’è alcuna avvisaglia di rivoluzione, le prospettive da drammatiche si fanno disperate, e obbligano l’individuo a mettersi in salvo con le proprie forze. Il che, di solito, si rivela un’occasione preziosa per pochi e un bagno di sangue per gli altri».
Il libro offre soluzioni ed idee proprio per evitare questo bagno di sangue generalizzato. Fattibili? Realizzabili? Forse non da tutti, ma da alcuni sì.
L’obiettivo spiegano i due nel finale è quello di tornare a vivere: «Lo scollocato un giorno si è detto: “Ma tutta questa fatica, tutta quest’ansia, non varrebbero una vita migliore?”. E allora si è alzato dalla sala d’aspetto dell’ennesimo colloquio di lavoro, ha oltrepassato la porta senza una parola, è uscito all’aperto. E ha ricominciato a vivere».
Ad maiora
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Simone Perotti
Ufficio di scollocamento
Chiarelettere
Milano, 2012
Euro 11,50
Pagg. 119

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Da Montale a Occupy Wall Street

Un racconto giornalistico su un movimento che sembra scomparso ma le cui onde telluriche si percepiscono ancora. “Occupy Wall Street” (Chiarelettere) di Riccardo Staglianò è una divertente e irrituale analisi sulla protesta che occupò Zuccotti Park ma che, ignorata inizialmente dai mass media, riuscì a imporsi all’attenzione mondiale.
L’ispirazione venne da piazza Tahir, tutt’ora punto di raccolta e di protesta dell’irrisolta crisi egiziana.
Staglianò segue Ows partendo da due quesiti: “Dove può arrivare un’armata Brancaleone del genere?”; e ancora: “Sono loro, con la convinzione che tutto si possa ancora cambiare, o piuttosto noi, imbolsiti da tonnellate di ragionevolezza, a vivere una pericola illusione?”.
Risposte che non arriveranno nemmeno alla fine del libro. Nel quale si cita il Montale di Ossi di seppia (indimenticabili Edizioni Gobetti): “Codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.
È la crisi ad aver mosso la piazza a New York come a Toronto e Oakland. La stessa che spinge uno studente di Ows a dire al giornalista di Repubblica: “Sono qui perché il sogno americano è diventato proprio quello: un sogno, non più una possibilità”.
“Sii gentile con tutti quelli che incontri, perché non sai cosa possano avere passato”. Era il consiglio della nonna di Bob Dylan. Diventa legge durante le assemblee di Ows, dove ognuno può dir la sua e tutti devono avere la pazienza di ascoltarlo. Un metodo assembleare faticoso, orizzontale, ben descritto nel volume.
A tutti quelli che continuano a chiedere gli obiettivi del movimento, vale la risposta che tanti danno a Staglianò: “Le nostre richieste siamo noi stessi”.
Chiusa una tenda, se ne farà un’altra.
Ad maiora
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Riccardo Staglianò
Occupy Wall Street
Chiarelettere
Milano, 2012
Euro 9

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Obama a Kabul, Massimo Fini a Milano

In occasione della pubblicazione del libro

Massimo Fini presenta

LA GUERRA DEMOCRATICA

Interviene Andrea Riscassi

Mercoledì 2 maggio, ore 18.00, alla Fnac di Milano

via Torino / ang. via della Palla

Questo il discorso di poche ore fa di Obama a Kabul:
http://www.nytimes.com/2012/05/02/world/asia/text-obamas-speech-in-afghanistan.html?_r=1&pagewanted=1
Questa la mia recensione:

https://andreariscassi.wordpress.com/2012/04/28/le-guerre-democratiche-di-massimo-fini/

Ad maiora

Domani alle 18 la presentazione de “La guerra democratica”

In occasione della pubblicazione del libro

Massimo Fini presenta

LA GUERRA DEMOCRATICA

Interviene Andrea Riscassi

 Mercoledì 2 maggio, ore 18.00, alla Fnac di Milano

via Torino / ang. via della Palla

 Questa la mia recensione:

https://andreariscassi.wordpress.com/2012/04/28/le-guerre-democratiche-di-massimo-fini/

Ad maiora

 

Mercoledì alle 18 la presentazione del libro di Massimo Fini

In occasione della pubblicazione del libro

Massimo Fini presenta

LA GUERRA DEMOCRATICA

Interviene Andrea Riscassi

 Mercoledì 2 maggio, ore 18.00, alla Fnac di Milano

via Torino / ang. via della Palla

 Questa la mia recensione: https://andreariscassi.wordpress.com/2012/04/28/le-guerre-democratiche-di-massimo-fini/

Ad maiora

 

Mercoledì la presentazione de “La guerra democratica”

In occasione della pubblicazione del libro

Massimo Fini presenta

LA GUERRA DEMOCRATICA

Interviene Andrea Riscassi

 Mercoledì 2 maggio, ore 18.00, alla Fnac di Milano

via Torino / ang. via della Palla

 

Questa la mia recensione:

https://andreariscassi.wordpress.com/2012/04/28/le-guerre-democratiche-di-massimo-fini/

Ad maiora

 

Le guerre democratiche di Massimo Fini

Non sempre ci si trova d’accordo con quel che scrive Massimo Fini, ma non ci annoia lungo le 289 pagine del volume “La guerra democratica”. Il giornalista, edito da Chiarelettere, ha condensato in unico volume tutti gli articoli che in questi anni ha dedicato all’interventismo militare umanitario degli ultimi anni. Dalla Somalia all’Afghanistan (dove ieri Monti ha annunciato che rimarremo oltre il 2014: bella idea in un periodo di tagli!), passando per l’ex Jugoslavia e Iraq e arrivando fino alla Libia che fu di Gheddafi.

Fini può permettersi di ripubblicare pezzi datati 1991 perché è innegabile in lui una coerenza, non sempre riscontrabile in altri giornalisti (alla incoerenza della politica dedico solo questa parentesi, chi mi legge ci arriva da solo).

Massimo Fini se la prende con l’uso peloso e ipocrita della terminologia umanitaria per contestare le tante troppe guerre che, dalla caduta del Muro, si sono susseguite in Asia e Africa: “Fin dai tempi più antichi la guerra è stata sottoposta a delle formalità e a dei riti precisi di demarcazione, proprio per staccare, senza possibilità di equivoci, il tempo di guerra da quello di pace. E questo perché in guerra diventa legittimo ciò che in pace è invece assolutamente proibito: uccidere. (…) Oggi la guerra la si fa, come sempre, ma non si osa più dichiararla e si preferisce mascherarla ipocritamente, da parte occidentale, sotto nomi diversi: operazione di peacekeeping, interento umanitario eccetera. Oggi noi pretendiamo di fare la guerra, ma chiamandola in altro modo, per il bene di chi bombardiamo”

Una delle lezioni che a volte tengo a Storia in Statale o ai corsi di Geopolitica delle Acli si intitola “Dopo la fine dell’Onu”. Infatti, purtroppo, il carrozzone delle Nazioni Unite è stato sotituito dalla Nato (che avrebbe invece dovuto essere sciolta come il Patto di Varsavia) e dai vari G8, G20, G30, club autoconvocati che decidono le sorti di tutte le nazioni.

Fini è sprezzante verso le azioni militari del mondo occidentale, passato dal peace-keeping al peace-making, addirittura al peace-enforcing.

Ma se la prende anche con le iniziative umanitarie che seguono a ruota quelle militari: “In un certo senso era molto meglio il colonialismo classico perché mantenendo il distacco degli indigeni perlomento consentiva loro di conservare i propri costumi, la propria cultura, la propria anima. Mentre il colonialismo attuale, con la pretesa totalizzante di omologazione a sé, ritenendosi il migliore dei mondi possibili, l’intero esistente e di fare della terra un unico, immenso, mercato, distrugge i popoli con cui viene in contatto, sia in senso economico, perché fingendo di portar loro risorse in realtà gliele rapina, sia in quello, più profondoo, esistenziale, emotivo, psicologico e culturale”.

Nel mirino de “La guerra democratica” ci sono quasi sempre gli Usa e la loro politica estera: “Di un alleato come gli Stati Uniti non so se si può fare a meno, ma si deve fare a meno. Perché non sono degli alleati, ma dei padroni. Perché se è vero che la libertà dell’Europa di ieri è passata – anche – attraverso gli americani, è altrettanto vero che che la libertà dell’Europa oggi si può realizzare solo contro gli americani”.

Fini (come ai suoi tempi Clementina Forleo, in una sentenza che scatenò assurde polemiche) ha sempre differenziato le azioni di terrorismo da quelle di guerriglia, anche quando a esserne vittima sono stati italiani: “L’attacco di Nassiriya non è un atto terroristico, vile e ignobile come ha detto il capo dello Stato e come ripetono tutti i media (terrorismo si ha quando vengono colpiti dei civili inermi), ma di guerriglia che ha preso di mira un obiettivo militare”.

Nel volume si ritrovano anche alcune imprecisioni dettate dalla quotidianità (la produzione afghana di oppio – azzerata dai talebani – sotto Karzai-Usa è l’80% del fabbisogno mondiale in un pagina e il 93% nella pagina successiva; i morti per la strage di Lockerbie furono 270 e non 700 ).
Ho fatto invece un salto sul divano, per un passo su una strage cui ho dedicato molta attenzione professionale (e affettiva): quella di Srebrenica.

Massimo Fini parla delle 650.000 vittime civili dell’intervento “umanitario” in Iraq e traccia un paragone: “Cento volte supriore a quelle dell’assedio di Sarajevo della famosa strage al mercato e di quella di Srebrenica (dove peraltro a essere liquidati fino solo maschi adulti)”.

I maschi adulti furono 8372. Erano adulti nel senso che furono assassinati tutti i maschi tra i 14 e i 65 anni rimasti nell’enclave creata dall’Onu per salvare i civili. Di quegli 8372 civili ogni 11 luglio si celebrano i funerali. Le milizie serbe hanno sparpagliato i loro resti in tante fosse comuni. Di quegli 8000 mila musulmani hanno trovato sepolutra solo 6000 mila. Quelli per cui decine di anatomi patologi sono riusciti, grazie al Dna, a rimettere insieme tutte le ossa, dal cranio ai piedi. Liquidarliin una parentesi è davvero riduttivo.

Ad maiora

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In occasione della pubblicazione del libro

Massimo Fini presenta

LA GUERRA DEMOCRATICA

Interviene Andrea Riscassi

Mercoledì 2 maggio, ore 18.00, alla Fnac di Milano

via Torino / ang. via della Palla