Carcere di Bollate

La cucina del buon gusto. Anche tra le mura di un carcere

Una cucina come tante. Cuochi che preparano pietanze in grandi quantità. Se non ci fossero le sbarre alle finestre e il pesante portone che si apre solo grazie a grandi chiavi non si capirebbe di essere in un carcere. Seppure un carcere modello come quello di Bollate, alle porte di Milano. In questa grande cucina si preparano pasti per 350 detenuti ma anche per il catering esterno, gestito dalla cooperativa ABC per la quale lavorano nove detenuti. Che spesso escono, grazie all’articolo 21 della legge Gozzini. Per servire, vestiti di tutto punto, il cibo che loro stessi preparano a catering aziendali o sociali.

E’ in una realtà che è stato presentato il libro della Feltrinelli “La cucina del buon gusto”. Auditorium pieno anche se, come ha ironizzato una delle autrici, impossibilitato ad andarsene. Ma, persino in questi casi, la presenza e’ dettata dal libero arbitrio.

Oltre alla presentazione del libro, Simonetta Agnello Hornby e Maria Rosario Lazzati, scrittrici emigrate in Inghilterra, sono venute al carcere milanese per insegnare alcune ricette del delizioso volume nel quale si spiega quanto sia importante il cibo nella nostra vita

Il cibo cucinato in primis. Sottolineano infatti le due autrici: “Paradossalmente, proprio quando non è più indispensabile saper cucinare per mangiare bene – sia in casa, sia fuori – veniamo incoraggiati a preparare manicaretti da una moltitudine di programmi televisivi, rubriche radiofoniche, articoli e libri rispettivamente condotti e scritti da cuochi ormai diventati celebrity milionarie, a cui tutto è permesso”.

Aggiungono Agnello Hornby e Lazzati un altro paradosso dei nostri tempi: “Ironicamente, nei ristoranti di lusso che vorrebbero essere raffinati si servono porzioni minuscole su piatti enormi. La nostra epoca è caratterizzata da eccessi, dal troppo al troppo poco”.

Un libro ben scritto (al di là delle ricette che ragionevolmente – ammetto – mai farò), pentole, soffritto, cibo fresco e tanta voglia di far bene. Alla fine le porte del carcere si richiudono dietro di noi.  Ma quella fragranza di libertà ci segue fin oltre le mura di Bollate.

Ad maiora.

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 Simonetta Agnello Hornby

Maria Rosario Lazzati

La cucina del buon gusto

Milano, 2012

Feltrinelli

Pagg. 281

Euro 16

Ps. Il servizio sulla presentazione in carcere andrà in onda mercoledì alle 7.30 su Rai 3 a Buongiorno Regione Lombardia.

LE BESTIE DI SATANA: L’INFERNO DIETRO CASA

Quando Stefano mi ha dato una copia del libro ha precisato: “E’ scritta in prima persona”. E la prima persona non era lui, ma Mario Maccione, una delle Bestie di Satana (condannato a 19 anni di carcere per duplice omicidio).

Non mi aveva però detto che iniziandolo di sera, avrei rischiato di rinunciare al sonno per finirlo. Né che, una volta concluso, avrei potuto soffrire di incubi. Ma i miei demoni devono essere a riposo, perché malgrado le terribili storie raccontate nel libro, sono riuscito a dormire le poche ore rimaste prima dell’immancabile trillo della sveglia.

Il volume si intitola “L’inferno tra le mani” (editore Piemme) e lo Stefano di cui parlo all’anagrafe fa Zurlo, collega del Giornale che molti di voi avranno visto ospite in dibattiti televisivi o neoconduttore di una storica trasmissione di Telelombardia. Lo conosco dai tempi di Dodicesimo round, trasmissione alla quale entrambi collaboravamo e che ora, pur non essendo di nessuna società esterna (come Magnolia o Endemol, per la quale lavorano molte icone degli intellettuali di sinistra) è sospesa. Ma speriamo un giorno di tornare. Oggi un ring televisivo, non schierato, sarebbe utilissimo. Ma sto divagando.

Il libro racconta l’inquietante vicenda delle Bestie di Satana raccontata da uno dei protagonisti. È la sua versione dei fatti, che non sempre è stata creduta dai giudici. Maccione –  reo confesso dei delitti – nel delirio delle Bestie ha ucciso Chiara Marino e il suo miglior amico Fabio Tollis. I loro corpi, lo ricorderete, furono sotterrati in un bosco del varesotto e ritrovati anni dopo. Nel carcere di Bollate il giovane (è nato nel 1980) racconta a Stefano i demoni che lo accompagnano fin da ragazzino, l’uso delle droghe, e quelle prove di coraggio che caratterizzavano quel gruppo di satanisti che, oltre a fare grandi orge, si macchiarono purtroppo di omicidi e induzione al suicidio.

Una storia che ci apre squarci su un Paese, il nostro, nel quale – scomparsi i partiti guida, in difficoltà la religione, la famiglia e la scuola – alcuni riempiono il vuoto passando le giornate alle macchinette mangia-soldi, altri buttano la vita in azioni che, all’inizio pensano di controllare, ma che poi ti trascinano in fondo, come un mulinello. Maccione, dal carcere, staccato da quel contesto, sembra capire il male che ha fatto, sembra cercare una seconda possibilità dalla vita (che non sarà concessa ai suoi amici scomparsi). Ma in fondo è proprio questa la funzione rieducativa del carcere.

Un libro comunque utile a farci entrare in una storia quasi dimenticata.

Ad maiora.

Mario Maccione (a cura di Stefano Zurlo)

L’inferno tra le mani

Piemme

Pagg.194

Euro: 15,00