Buddha

Józu desu ne!

I giapponesi amano profondersi in elogi inutili a favore degli occidentali. Se un occidentale riesce a mangiare con i bastoncini, loro gli fanno i complimenti per l’eccellente coordinazione oculomanuale; se riesce a intercettare un pop fly debole nel campo di sinistra, riceverà elogi per la su abilità sportiva; se impara a dire ciao in giapponese, verrà lodato per la pronuncia fluente e così via. La frase ricorrente in questi casi è józu desu ne!, che significa: “Ehi amico, sei proprio bravo!”, ma che si potrebbe tradurre in: “Niente male, per mio così scemo”.
L’esempio più rappresentativo del significato di józu desu ne! è il modo in cui la mia vicina di casa insegnò al figlio di cinque anni ad andare in bicicletta. Fregandosene delle rotelle lo piazzava su una bici e lo spingeva giù per il via letto d’accesso, dove lui capitombolava inesorabilmente andandosi a schiantare contro un albero oppure sbanda a e cadeva faccia a terra. Dopo poche lezioni, il bambino era ridotto a uno straccio, le ginocchia sbucciate e i gomiti ammaccati. Lui però continuava a provarci, ogni volta tirando su col naso per soffocare le lacrime. Comodamente seduto al tavolo della cucina a sorseggiare caffè, mi divertii per ore a osservare i progressi del piccolo Taro. Applaudivo le sue cadute più acrobatiche. Ogni volta che ripartiva alla carica, sua madre non mancava mai di urlargli – nei brevi istanti in cui riusciva a mantenere il controllo – “Józu desu ne!”. Dopodiché si schiantava. E poi di nuovo. E ancora. Ogni volta che qualcuno in Giappone loda il mio livello di padronanza della seconda lingua esclamando “Józu desu ne!”, ripenso al piccolo Taro sulla bicicletta, lanciato senza controllo verso il disastro. Così mi mantengo umile.
Will Ferguson, Autostop con Buddha, Feltrinelli, 2007