Bergamo

Serenata al vento. 70 anni dopo

In scena al teatro Donizetti di Bergamo con 72 anni di ritardo.
Senza perdere la sua forza e la sua freschezza.
Questo è stato ieri sera, in una sala gremita ed emozionata “La serenata al vento” di Aldo Finzi.
L’opera, scritta nel 1931 e candidata per un concorso alla Scala sette anni dopo, venne accantonata per le infami leggi razziali emanate dal regime fascista e avallate da quella Corte da operetta che ha regnato in questo strano paese.
L’opera di Finzi si perse nei meandri della storia e solo ieri sera ha potuto per la prima volta essere messa in scena. Anche grazie alla Jerusalem Foundation e a un progetto che ha visto una cooperazione italo-israeliana, per un progetto di integrazione giovanile.In scena, bravissimi davvero, tanti artisti cresciuti in Unione sovietica e poi emigrati in Israele. Una storia che verrà raccontata in un documentario di una mia tesista Sanela Bajric.
“Fate suonare la mia musica” chiese Aldo Finzi prima di morire. Una scritta che è comparsa, cubitale, sul sipario del Donizetti prima dello spettacolo.
Ognuno dei tre atti si chiude con gli artisti che si paralizzano in un quadro.
Lo stesso che ha congelato quest’opera per sette decenni.
Ma, alla fine, quella musica è stata davvero fatta suonare.
Ad maiora

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FINALMENTE LIBERO ABOU BRITEL

Abou Elkassim Britel, marocchino con cittadinanza italiana, e’ stato scarcerato insieme ai 190 detenuti politici e islamici graziati dal Re Mohammed VI del Marocco. Dopo la lunghissima detenzione la moglie ha avvisato tutti gli amici via mail della fine anticipata della pena.

L’uomo, residente a Bergamo, tornerà presto in Italia.

Vittima – nel pieno delirio islamofobico che ha fatto seguito all’attentato alle Torri Gemelle – di una extraordinary rendition della Cia in Pakistan dove era stato rapito nel 2002, Britel era stato portato in Marocco dove è stato processato e condannato a 9 anni di carcere. In Italia erano invece state  archiviate le inchieste a suo carico, aperte alla Procura di Brescia.

Le organizzazioni umanitarie hanno denunciato che sarebbe stato anche sottoposto a tortura.

Per la sua liberazione era stato firmato un appello da parte dell’allora sindaco di Bergamo, Roberto Bruni e da  un centinaio di deputati italiani ed europei.

Nel carcere di Casablanca aveva ricevuto le visita di due delegazioni di  parlamentari guidate da Ezio Locatelli e Tana De Zulueta. Alla troupe del Tg3 (composta dal sottoscritto col collega Ermanno Generali) era stato invece impedito l’ingresso e l’incontro col detenuto.

Malgrado i numerosi scioperi della fame, Britel non era riuscito ad ottenere la grazia, più volte sollecitata anche dalla moglie, Anna Pizzighini. 

In questi anni e’ stata lei (che ora, convertita all’islam si chiama Khadija), a sollecitare autorità e giornalisti a mantenere viva – anche grazie a un’aggiornato blog – l’attenzione su questo caso.

Dopo decine di viaggio in Marocco e di frustranti attese in carcere, ora aspetta con ansia il suo ritorno in Italia.

Ad maiora.

FINI DIMETTITI!, INVOCA LA BASE LEGHISTA

Per motivi di lavoro, ho seguito la fiducia al governo Berlusconi, dalla radio installata sulla mia macchinina. Vagando tra le province di Bergamo, Lecco e Sondrio, la stazione più stabile era Radio Padania.

Finito il dibattito e sentita l’esplosione di gioia dei deputati sono cominciate le telefonate in diretta. Tutti gli ascoltatori (che, per chi non lo sapesse, spesso, aprono e chiudono le conversazioni con il saluto “Padania libera!”) invitavano, con toni anche spicci, il presidente Fini a lasciare  – dopo la sconfitta – il più alto scranno della Camera.

La vittoria parlamentare è stata accolta con entusiasmo dalla base leghista: c’è chi parlava di orgasmo e chi di goduria. Ma la ciccia era quella.

D’altronde, dopo che Fini aveva dichiarato che “la Padania non esiste” sono comparsi manifesti che, come per i cani, invitano il leader futurista a non varcare la soglia di alcune sedi del Carroccio (la foto qui sopra è stata scattata nella bergamasca Zogno).

Dopo il voto, facendo zapping tra le stazioni, la maggior parte delle radio continuava, imperterrita, a sparare musica (martellante, Ligabue, C’è una linea sottile, che finisce così: C’è una linea sottile tra star fermi e subire, cosa pensi di fare? Da che parte vuoi stare?) o a divulgare notizie che in Parlamento sembrano non interessare (tipo debito pubblico che tocca il record, come dicevano a Radio 24, o gli 800 condannati a morte in Iraq di cui parlava Radio Marconi che, essendo legata a Radio Vaticana, ha una visione un po’ più omnicomprensiva).

Nelle valli che ho attraversato, perfetto era anche l’ascolto di Radio Mater e Radio Maria (entrambe di Erba, nel comasco). Su quest’ultima, in una  trasmissione religiosa, due voci anonime invitavano a pensare più alla Pasqua che al Natale. Più alla Resurrezione che alla Nascita.

Non so si riferissero a qualche figliol prodigo parlamentare: “Bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. 

Ad maiora

KASSIM SPOSTATO IN UN ALTRO CARCERE

Già due anni fa quando mi recai a Casablanca a seguire la vicenda di Abou Elkassim Britel - noto come Kassim - cittadino italiano di origini marocchine, vittima delle extraordinary rendition, il carcere Ain Bourja (da fuori, non ci fecero entrare) mi sembrò un girone infernale. Poi è stato spostato in uno ancora più rigido (Oukasha).

Ora apprendo dal racconto della moglie (e che pubblico di seguito) che Kassim è stato traferito - in malo modo - in un altro penitenziario, a Kenitra.

Dal 2002 questo uomo viene punito per le sue idee radicali e per l’islamofobia seguita alla strage delle Torri Gemelle. Rapito (dalla Cia)  in Pakistan è recluso da anni nelle carceri marocchine. Le inchieste italiane nei suoi confronti si sono chiuse con un nulla di fatto. Quelle di Rabat lo hanno visto condannare (prima a 15 poi) a 9 anni di carcere per associazione sovversiva. Dovrebbe averli già scontati ma la carcerazione “regolare” è iniziata nel 2003. Per lui si erano mossi l’ex sindaco di Bergamo (città dove Kassim viveva), Roberto Bruni e gli ex parlamentare di Prc Ezio Locatelli e dei Verdi Tana De Zulueta. Ma invano.

Kassim ha provato in tutti i modi ad attirare le attenzioni delle autorità italiane, anche con lunghi scioperi della fame. Ai tempi di Clemente Mastella (era Ministro della Giustizia del centro sinistra, ricordate?) per motivarlo a intervenire un artista gli aveva spedito un fantoccio incaprettato, facendo scattare l’allarme per una presunta minaccia.

Da allora, purtroppo, la vicenda non si è mossa di un centimetro. Anzi, Kassim viene spostato – come un pacco – da un carcere all’altro.

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Ecco il blog che parla della vicenda: http://kassimlibero.splinder.com/post/23437672

Ed ecco l’ultimo post sul “trasferimento”:

Venerdì 8 o sabato 9 ottobre, alle sei del mattino, Abou Elkassim Britel subisce un trasferimento coatto dal carcere di Oukasha al carcere centrale di Kenitra. Privato dei suoi abiti, dell’orologio e di tutti gli effetti personali, Kassim viene fatto salire su una vettura con gli occhi bendati e, arrivato a Kenitra, buttato giù dal mezzo e duramente malmenato con calci e manganelli. Già malato e provato dagli anni di prigionia e tortura, viene chiuso in cella senza vestiti, senza cibo, senza letto e senza coperte, con i lividi e le ferite ancora doloranti. Ha fame, è stato derubato anche delle sue provviste di cibo. Domenica sera la moglie, non avendo più notizie di lui da giovedì, lancia l’allarme. Oggi, lunedì 11 ottobre, una delle sue sorelle riesce a fargli visita e ad incontrarlo. Kassim, in lacrime, racconta e chiede di esser visitato al più presto dall’Ambasciatore o dal Console.

 Ad maiora

DA RENZO PIANO A RENZO BOSSI

Mi ritrovo un’altra volta a difendere Renzo Bossi, molte delle cui posizioni sono distantissime dalle mie. Ma mi sembra che molti si divertano al tiro al piccione con lui.

L’intervista nella quale annuncia a Vanity Fair di non tifare l’Italia è palesemente una forzatura. Lui oggi ha smentito e il settimanale ha messo on line l’audio di quanto il figlio del leader della Lega (eletto a furor di popolo al Consiglio regionale lombardo) ha dichiarato sulle sue preferenze sportive.

Il tutto mi sembra un po’ forzato e dura davvero pochi secondi. Non sono riflessioni autonome, ma richieste, suggerite.

Almeno questa è la mia impressione ,da giornalista, ascoltandola:

http://www.style.it/news/le-notizie-del-giorno/2010/04/21/renzo-bossi–non-tifo-italia-ecco-l-audio-dell-intervista-incriminata.aspx

  Lui forse non è ancora furbo abbastanza per potersela cavare in queste situazioni, ma la sintesi fatta mi sembra disegnasse un “mostro” anti italiano. Sul tricolore, al giovane Bossi occorrerebbe spiegare alcune cose, ma su determinate quistioni incide tantissimo quanto si apprende in famiglia, più che a scuola (dove del tricolore peraltro nessuno parla).

 Ieri comunque ero a Bergamo per realizzare un servizio sul prossimo raduno degli alpini e mi sono preso un bel bandierone da tenermi in macchina, anche in vista dei Mondiali.

A proposito di Renzo, in queste ore mi sembra più interessante quel che riguarda l’architetto Piano e lo stop alla sua idea di piantare 220 alberi nel centro di Milano (da Cordusio al Castello Sforzesco). Il progetto è troppo oneroso per un’amministrazione pubblica che si è candidata all’esposizione universale del 2015 e che non è in grado di gestire una piantumazione che era stata chiesta (in misura ben maggiore) dal maestro Abbado per tornare alla Scala. Lui ne voleva 90 mila. Gliene metteranno forse 150.

150 come gli anni del tricolore che verranno festeggiati l’anno prossimo, senza Ciampi ma con Cota. Ma, come dicevano le mie insegnanti un tempo, ora sto uscendo fuori tema. Ma la vicenda alberi mi sembra più interessante del tormentone sulla nazionale di Lippi (e dico Lippi).

 Ad maiora