Baia dei Porci

Visitare Cuba in 18 giorni

Un diario di viaggio, per non dimenticare le esperienze e le sensazioni provate. Con qualche spunto utile per chi vorrà ripercorrere queste strade.

Volevamo visitare Cuba prima dell’arrivo dei turisti americani. Questo viaggio si conclude qualche giorno prima che vengano ristabilite relazioni diplomatica tra Usa e Cuba.

Primo giorno: da Milano a L’Avana.

Secondo giorno: Centro Habana.

Terzo giorno: da L’Avana a Trinidad.

Quarto giorno: Trinidad e Playa Ancon.

Quinto giorno: Trinidad e la Valle de los Ingenios (a cavallo).

Sesto giorno: In treno da Trinidad alla Valle de los Ingenios.

Settimo giorno: da Trinidad a Santa Clara.

Ottavo giorno: Santa Clara e il Mausoleo di Che Guevara.

Nono giorno: da Santa Clara a Sancti Spiritus.

Decimo giorno: da Sancti Spiritus a L’Avana.

Undicesimo giorno: Habana Vieja.

Dodicesimo giorno: Plaza de la Revolucion a L’Avana.

Tredicesimo giorno: da L’Avana a Cienfuegos.

Quattordicesimo giorno: da Cienfuegos alla Baia dei Porci.

Quindicesimo giorno: La Penisola di Zapata e Cienfuegos.

Sedicesimo giorno: Cienfuegos e Rancho Luna.

Diciassettesimo giorno: da Cienfuegos a L’Avana.

Diciottesimo giorno: ultimi giri a L’Avana.

Ad maiora

Visitare Cuba: da Cienfuegos alla Baia dei Porci

La colazione in questa casa particular di Cienfuegos è particolarmente buona e abbondante. Oltre al succo di mango (davvero super) al caffè e alla frutta, ci viene servito un panino caldo col formaggio (a Marta viene aggiunto anche prosciutto) e brioche fatte di casa con marmellata di guava.

RISPETTATE LE REGOLE

Rifocillati dal pasto andiamo in banca a cambiare gli euro in Cuc. Non è ovviamente la prima volta che succede e ormai abbiamo imparato le regole: quando si entra bisogna dire quel che si desidera a chi ti apre la porta, poi ripeterlo a chi ti farà (obbligatoriamente) sedere su uno dei divani presenti: ognuno sul suo, se vostra figlia si appoggia al vostro la invitano a mettersi in un altro divano. Infine aspettare. Bisogna fare la fila ovunque a Cuba: per prendere il cibo, per le schede telefoniche, per una bottiglia d’acqua (spesso assente), per andare in posta o in banca. Persino per entrare in un negozio di vestiti. Ti insegnano ad aspettare, a essere paziente. A obbedire a regole non scritte eppure vincolanti. Impari a non rompere i coglioni sulle piccole cose. Così non ci penserai nemmeno per sbaglio a protestare sulle cose più grandi (senza arrivare al multipartitismo, fossero anche semplicemente le buche nelle strade o i tombini scoperchiati). Così funzionano i regimi.

VERSO LA BAIA DEI PORCI

Dopo questo pipozzo, prendiamo il taxi per andare alla Penisola di Zapata e alla Baia dei Porci. Abbiamo concordato col tassista un prezzo di 70 Cuc (pesos convertibili: 1 a 1 con il dollaro americano) per tutto il giorno. Siamo su una vecchia Ford coi vetri oscurati, salvo un piccolo spazio col logo della Apple. Qui lo si trova ovunque. Le tentazioni dello strisciante capitalismo sono già arrivate.

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Lungo la strada molti manifesti che inneggiano al socialismo (e a Chavez, buon amico di Fidel e dei cubani) e al nazionalismo. Rispetto al socialismo sovietico, diventato nazionalista per sopravvivere, dopo la caduta dell’Urss, questo caraibico è nato già patriottico: patria o muerte!, è scritto sulle monete cubane (Cup).

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Procediamo con musica latina (e video) sparati a palla. Insieme all’aria condizionata. Solo dalla posto di fianco al guidatore si vede qualcosa. Così ci alterniamo. Il nostro obiettivo primario è raggiungere la Penisola di Zapata, gigantesca palude dove si trova un parco naturale. Il nostro autista non sembra dell’avviso di portarci lì. Ci mostra un po’ di foto di posti turistici dove la Ciénaga di Zapata non figura. Dice che chiederemo dopo la prima tappa.

LA CUEVA DE LOS PESCES

Sulla strada ci fermiamo nelle Cueva de los Pesces, piscina naturale dove si fa il bagno in mezzo ai pesci. L’acqua è torbida. Forse perché invasa di turisti: è infatti vicino alla strada dove si fermano i bus di turisti provenienti da resort. Comunque un posto carino. Ma evitabile. 

Arriviamo, dopo Playa Larga, alla Palude di Zapata. Per entrare occorre una guida del luogo, essendo questa una riserva naturale. Di guide però non ce ne sono. Arriveranno forse più tardi. Il nostro tassista, preoccupato di far tardi e di rovinare la macchina dato che qualcuno gli ha detto che parte della strada è occupata dall’acqua marina, dice che non possiamo aspettare se no arriveremmo troppo tardi a Cienfuegos. Ci invita invece ad andare a mangiare in un ristorante dove servono carne di coccodrillo. Gli spiego (parla solo con me: è molto maschilista) che io e Francesca siamo vegetariani. E cosa mangiate allora? Verdure, rispondo. Fa una faccia perplessa…

In realtà pranziamo con l’ennesima pizza da asporto, in un baracchino davanti alla Riserva. Tre pizze a meno di un Cuc, ma il pizzaiolo cerca di venderci delle collane con denti di coccodrillo. Roba da barbari. Comunque dalla riserva esce un ragazzo gentile che ci invita a tornare domattina alle 8.

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PUNTA PERDIZ

Decidiamo a quel punto di andare a fare snorkelling. Il posto migliore dovrebbe essere Playa Giron (dove sbarcarono i mercenari di Baia dei Porci). La spiaggia è dell’omonimo albergo. Possiamo entrare solo a piedi perché ai taxi è vietato (misteri del socialismo caraibico). Arriviamo al diving dove chiediamo una guida per lo snorkelling: ci dicono di tornare domani. Insistiamo. Ci indirizzano verso un gruppo di ragazzi che indossa magliette della croce rossa cubana. Loro ci dicono che si può fare ma a Punta Perdiz, un quarto d’ora di macchina tornando verso Playa Larga. Passaggio in auto, noleggio delle pinne e guide ce le propongono a 7 Cuc a testa. Accettiamo anche per non buttare via la giornata. E la scommessa si rivela vincente.

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Il mare davanti a Punta Perdiz è una sorta di piscina di acqua calda e piena di pesci. La visibilità è ottima e la guida ci porta in giro per un’ora, avvicinandosi a un relitto e individuando una razza, la prima che vedo non in cattività. Davvero magnifico.

PLAYA DE LOS COCOS

Ci facciamo una doccia e torniamo a Playa Giron, anzi a Playa los Cocos che secondo la Lonely era un posto adatto allo snorkelling. Non è così, ma riposarsi sotto le palme (veri ombrelloni naturali) fa dimenticare i pesci. Riusciamo anche salvare un riccio di mare da un gruppo di bambini che lo aveva portato in spiaggia: lo riportiamo in acqua con la scusa di dovergli fare delle foto con la Go-Pro. Piano piano si allontana da noi e dai bambini (uno dei quali gli augura buona fortuna).

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Ritorniamo sul taxi sempre la vecchia Ford, sempre con l’aria condizionata gelida (che ogni tanto sputa gocce d’acqua) e musica agghiacciante (sto rimpiangendo Radio Latte e miele). Il taxi per un giorno intero costa 70 Cuc, ma domani ne sceglieremo un altro. Quello di oggi mi spiega anche (sottovoce) che il problema della Riserva è che è statale e quindi troppo burocratica. Sul cruscotto ha in bella mostra le bandierine cubana e venezuelana, ma è pronto a tuffarsi nel capitalismo senza regole.

RISO E MAIS IN STRADA

Lungo la strada provinciale una scena mai vista: una delle due corsie è invasa da riso o mais messo a essiccare al sole. Niente di che direte voi: è che quando due macchine si incrociano, una delle due deve per forza calpestare riso e mais. Lo stesso devono fare i carri trainati dai cavalli: col risultato che un po’ di cibo viene spiegato da deiezioni equine. Igienico

Rimanendo in argomento, Marta, vicino alla spiaggia, fa un salto nel bagno di un bar. Le chiedono 25 centesimi di Cuc ed essendo senza soldi la rimandano da me per recuperare il dovuto. Dopo queste edificanti avventure, rientriamo a casa e ci prepariamo per cena.

A CENA, DI FREGATURE

Usciamo alla ricerca di un ristorante segnalato dalla Lonely ma ci dicono che è stato chiuso per spaccio di droga. Mentre vaghiamo veniamo agganciati da un ex pugile che parla italiano e che è stato recentemente a Bologna. Ci consiglia un ristorante e poi ci accompagna. Ha la faccia buona e quindi non scatta il primo campanello di allarme. Si unisce a noi per una birra, aspetta che ordiniamo la cena e poi se ne va. Il ristorante è stracolmo di turisti francesi dotati della di Routard. È il secondo campanello d’allarme, ma avendo ignorato quello precedente finisce per essere il primo e quindi lo sottovalutiamo. Marta ordina pollo, accompagnato da riso e verdure. Io e Francesca minestroni (unica comida vegetariana). accompagnato da riso e verdure. Chiediamo anche delle banane fritte (troppo asciutte). E alla fine tre flan de  leche (creme caramel più denso, veramente ottimo). Aggiungete tre birre (una per il pugile) e tre bibite (refresco, una sola di cola, di più non ne avevano…). Chiediamo il conto: 57 Cuc! Praticamente 19 euro a testa. Prezzo surreale per un paese dove lo stipendio è di una ventina di Cuc. Ma prezzo causato anche dalla doppia moneta, che spinge tanti (troppi) a fare i furbi coi turisti. Molti cubani ti vedono come un bancomat con due gambe, mi aveva ammonito il mio collega Andrea. Aveva ragione. Dovevamo tenere la guardia alta, come suggerisce Francesca

Amareggiati dall’ennesima fregatura andiamo a letto presto.

Domani ci si sveglia all’alba per tornare alla Palude di Zapata.

Ad maiora

Visitare Cuba: Plaza de la Revolucion a L’Avana

Facciamo l’ennesima colazione nella casa particular de L’Avana. Senza Lazaro ha perso però gran parte del fascino che aveva prima e assomiglia un po’ a un piccolo albergo. Quando torneremo per l’ultima sera cubana sceglieremo un’altra casa (o albergo). Uscendo incappiamo in una sorta di corteo musicale. Forse le riprese (con tanto di drone) di un video musicale.

A L’Avana (e a Cuba in genere) si mangia più che nei bar e nei ristoranti, per strada. Lo street food è una peculiarità da queste parti.

 Percorriamo, per la prima volta da quando siamo qui,  il Prado, antico viale che assomiglia molto alle Ramblas spagnole.

 Obiettivo della mattina è infatti la visita al Museo de la Revolucion che è contenuto nel bell’edificio che fino a  Batista era il palazzo presidenziale. La visita non è a buon mercato: 3 persone (e una macchina fotografica) costano 24 Cuc (ossia 24 dollari). La visita parte cronologicamente dal secondo piano e arriva fino a terra. Si inizia dalla lotta di liberazione e si arriva fino ai successi del socialismo (platealmente smentito dal fatto che gli ascensori siano fuori uso persino qui). Molto lunghe e dettagliate sono le sale dedicate alle vittorie castriste, prima contro la dittatura poi contro gli americani alla Baia dei Porci. Il resto è pura (e noiosa) propaganda socialista.

 Bella invece, nel giardino che si trova sul retro del palazzo, la mostra dei cimeli militari rivoluzionari. C’è Granma, la nave dello sbarco di Castro e del Che a Santiago, protetta dai militari come una reliquia di un santo e pure gli aerei usati durante la Rivoluzione (affiancati dalle foto dei caduti nella Baia dei Porci).

 Continuiamo nella nostra giornata “castrista” andando in Plaza de la Revolucion che si trova al Vedado, la parte nuova della città. Per arrivarci saliamo su una moto-taxi (coco-taxi). Sono mezzi di trasporto statali e dotati di tassametro.

Alla fine pagheremo 10 Cuc. Il viaggio su questa specie di uovo giallo (o limone semovente) è piacevole e l’aria ci rinfresca un po’ le idee.

 Arriviamo nella piazza dei comizi castristi. Davanti al Ministero delle telecomunicazioni, sormontato da un immagine di Camilo Cienfuegos (rivoluzionario morto misteriosamente dopo la vittoria dei barbudos) troviamo una sontuosa Pontiac decappottabile.

 La piazza è dominata dal memoriale al poeta dell’indipendenza cubana, Josè Martí (dietro alla quale sorge il Comitato centrale del Pcc, il Partito comunista cubano, unico partito presente nel paese).

 Anche se il polo di attrazione è il Ministero del Interior con la gigantografia del Che.

Torniamo a piedi verso il centro. Dietro Avenue de Independencia troviamo, chissà perché, alcuni ragazzi che si esercitano con la tromba sotto gli alberi. Ci fermiamo a mangiare la solita pizza (8 Cuc in tre, bibite comprese) e poi, seguendo la folla, entriamo nel più folle centro commerciale che si possa immaginare. In Plaza Carlos III (pomposamente definita La casa de la familia cubana)  c’è un caos infernale e i circoli che ti portano ai piani alti, ricordano proprio quello danteschi. Ci facciamo ingolosire da un supermercato e incappiamo nella follia dei doppi prezzi cubani: due tubi di patatine e una confezione di cracker le paghiamo quasi 10 Cuc. Assurdo.

 Ah, fuori da questi prezzi folli i cubani (specie dopo il Periodo Especial che fece seguito al crollo dell’Urss, principale fornitore straniero) hanno imparato a non buttare via le cose rotte: qui si aggiusta tutto. Come sempre, dalle cose negative ne emergono anche di positive.

 Nell’attardarmi a scattare una foto, lascio Marta e Francesca ad attraversare la strada da sole. Fischiano dietro a entrambe come se fossero mucche uscite dal recinto. Il mio fischio, rivolto ai fischiatori, li fa desistere. Ma che tristezza questo machismo in salsa cubana! Qui il socialismo non c’entra. A Mosca ti scaraventano contro un muro se ti comporti così.

ALLA FORTALEZA. SENZA CELLULARE…

Usciamo nel tardo pomeriggio diretti alla Fortaleza de San Carlo de Cabana, il forte costruito dagli spagnoli dopo che gli inglesi avevano, bombardandola da qui, conquistato L’Avana. Ci andiamo per vedere il tramonto e per assistere al canonazo, il cerimoniale del colpo di cannone che ogni sera alle 21 ricorda quell’evento storico.

Prima di arrivare quassù un episodio che avrebbe potuto rovinarci la vacanza (e rendere misero questo post, senza foto e video): sul taxi che (per 10 Cuc) ci porta al forte settecentesco mi scivola l’iPhone fuori dalla tasca. Me ne accorgo pochi secondi dopo essere sceso e mentre io e Marta corriamo all’inseguimento del taxi, Francesca prova a chiamare il cellulare, ma ha la vibrazione. Mancato l’obiettivo di raggiungere, chiediamo a un altro tassista di riportarci nel punto dove abbiamo preso il taxi (era della compagnia statale) e lo fa per 6 Cuc (4 meno dell’andata). Una volta tornati al punto di partenza – col cuore in gola –  spieghiamo (lo fa Francesca che, a differenza mia, parla spagnolo) al responsabile dei tassisti cosa sia successo. Individuano e richiamano alla base il taxi su cui eravamo saliti. Dopo una decina di minuti torna. Marta si lancia sotto il sedile e trova il cellulare. Gioia e stupore. Chiediamo al tassista di riportarci al Forte promettendo una mancia. Gli lasciamo 30 Cuc (la corsa, lo ripetiamo, costa 6) ma si lamenta a lungo e insiste sul fatto che se avesse trovato e venduto il (mio) cellulare ci avrebbe fatto molti più soldi. Quando si dice ricatto morale.  Gli lasciamo quindi altri 10 Cuc e ce ne andiamo l’amaro in bocca per la prepotenza.  Che si scioglie alla vista del tramonto da quassù.

 La cannonata (canonazo) è poi davvero forte e lo spettacolo che la precede affascinante. Vale gli 8 Cuc a testa (costo del biglietto per gli stranieri, 8 Cup per i cubani).

 Ceniamo poi dentro il castello: verdure sottaceto piccanti, patatine fritte, riso e verdure, verdure saltate. Con bibite e birre arriviamo a 10 Cuc. Le cameriere del Bodegon erano comunque intente a vedere una soap. Per attirare la loro attenzione ci si deve sbracciare.

 Torniamo con un taxi abusivo (6 solo Cuc) tenendo ben stretto il cellulare…

Ad maiora