Africa

Una App sulla cooperazione

Ricevo dagli amici di Avsi e volentieri pubblicizzo questa nuova App di Buone Notizie, ossia la versione digitale del giornale dell’ong con base a Milano. Scaricatela, è gratuita.

Ad maiora

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Nasce Buone Notizie Digital Edition, edizione per iPad del trimestrale di Fondazione AVSI. Storie e notizie per approfondire le tematiche legate all’impegno della ong al fianco delle popolazioni più deboli del mondo.

Educazione, nutrizione, agricoltura, salute, sviluppo sostenibile. Le tematiche della cooperazione sbarcano su iPad grazie alla app di Buone Notizie, storico trimestrale di Fondazione AVSI che da anni racconta l’impegno della ong italiana in favore della dignità della persona in tutto il mondo.

 “In queste pagine leggerete come il vostro aiuto può cambiare le vite delle persone”, si legge nell’editoriale del primo numero per iPad di Buone Notizie. Si tratta di storie che arrivano da tutto il mondo. Dal Burundi, per esempio, con il racconto di Elie che dalle periferie disagiate della Capitale  è riuscito a diventare uno dei migliori studenti del paese e che ora, promettente video maker, racconta l’Africa dall’occhio della sua telecamera.

Oppure dal Brasile, dove una scuola agricola in Amazzonia festeggia i quarant’anni di lavoro tra centinaia di studenti nell’anno dei mondiali di calcio brasiliani; dal Rwanda, che prova a ricostruire un’identità a vent’anni dal genocidio.

Notizie e testimonianze da tutto il mondo, foto, video e contenuti multimediali trovano spazio nella app scaricabile gratuitamente da App store. La linea editoriale è a cura della redazione di Buone Notizie, periodico diretto da Roberto Fontolan e che, nella sua versione cartacea, è inviato per abbonamento postale gratuito a 103mila persone tra privati, aziende, sostenitori a distanza, insegnanti, giornalisti, organismi internazionali.

Lo sviluppo dell’app è stato curato dall’agenzia di comunicazione e web design milanese Accent on Design.

 

La sorgente di Lalo

La macchina fotografica è il mio terzo occhio, anche se non mi piace scattare fotografie, soprattutto in Africa.
Ma click, click il campo.
Click, click i responsabili.
Click, click il gruppo senza di me.
Click, click il gruppo con me.
Click, click il lavoro fatto.
Click, click i lavoratori che fanno finta di lavorare per la foto.
Click di qua, click di là, click alla sorgente.
Mi piace la sorgente, mi fa ricordare una stella alpina a me molto cara.
Io credo che ognuno di noi ha una sorgente e che la vita è la ricerca di quella sorgente.
Quando la trovi non lasciarla più e levati i sandali, mettiti in ginocchio e benefici Dio, perché è il suo dono gratuito.

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Angelo Mario Fontanella
Il viaggio di Bila
La piccola editrice
Celleno (Vt), 2004
Euro: 10

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Le guerre democratiche di Massimo Fini

Non sempre ci si trova d’accordo con quel che scrive Massimo Fini, ma non ci annoia lungo le 289 pagine del volume “La guerra democratica”. Il giornalista, edito da Chiarelettere, ha condensato in unico volume tutti gli articoli che in questi anni ha dedicato all’interventismo militare umanitario degli ultimi anni. Dalla Somalia all’Afghanistan (dove ieri Monti ha annunciato che rimarremo oltre il 2014: bella idea in un periodo di tagli!), passando per l’ex Jugoslavia e Iraq e arrivando fino alla Libia che fu di Gheddafi.

Fini può permettersi di ripubblicare pezzi datati 1991 perché è innegabile in lui una coerenza, non sempre riscontrabile in altri giornalisti (alla incoerenza della politica dedico solo questa parentesi, chi mi legge ci arriva da solo).

Massimo Fini se la prende con l’uso peloso e ipocrita della terminologia umanitaria per contestare le tante troppe guerre che, dalla caduta del Muro, si sono susseguite in Asia e Africa: “Fin dai tempi più antichi la guerra è stata sottoposta a delle formalità e a dei riti precisi di demarcazione, proprio per staccare, senza possibilità di equivoci, il tempo di guerra da quello di pace. E questo perché in guerra diventa legittimo ciò che in pace è invece assolutamente proibito: uccidere. (…) Oggi la guerra la si fa, come sempre, ma non si osa più dichiararla e si preferisce mascherarla ipocritamente, da parte occidentale, sotto nomi diversi: operazione di peacekeeping, interento umanitario eccetera. Oggi noi pretendiamo di fare la guerra, ma chiamandola in altro modo, per il bene di chi bombardiamo”

Una delle lezioni che a volte tengo a Storia in Statale o ai corsi di Geopolitica delle Acli si intitola “Dopo la fine dell’Onu”. Infatti, purtroppo, il carrozzone delle Nazioni Unite è stato sotituito dalla Nato (che avrebbe invece dovuto essere sciolta come il Patto di Varsavia) e dai vari G8, G20, G30, club autoconvocati che decidono le sorti di tutte le nazioni.

Fini è sprezzante verso le azioni militari del mondo occidentale, passato dal peace-keeping al peace-making, addirittura al peace-enforcing.

Ma se la prende anche con le iniziative umanitarie che seguono a ruota quelle militari: “In un certo senso era molto meglio il colonialismo classico perché mantenendo il distacco degli indigeni perlomento consentiva loro di conservare i propri costumi, la propria cultura, la propria anima. Mentre il colonialismo attuale, con la pretesa totalizzante di omologazione a sé, ritenendosi il migliore dei mondi possibili, l’intero esistente e di fare della terra un unico, immenso, mercato, distrugge i popoli con cui viene in contatto, sia in senso economico, perché fingendo di portar loro risorse in realtà gliele rapina, sia in quello, più profondoo, esistenziale, emotivo, psicologico e culturale”.

Nel mirino de “La guerra democratica” ci sono quasi sempre gli Usa e la loro politica estera: “Di un alleato come gli Stati Uniti non so se si può fare a meno, ma si deve fare a meno. Perché non sono degli alleati, ma dei padroni. Perché se è vero che la libertà dell’Europa di ieri è passata – anche – attraverso gli americani, è altrettanto vero che che la libertà dell’Europa oggi si può realizzare solo contro gli americani”.

Fini (come ai suoi tempi Clementina Forleo, in una sentenza che scatenò assurde polemiche) ha sempre differenziato le azioni di terrorismo da quelle di guerriglia, anche quando a esserne vittima sono stati italiani: “L’attacco di Nassiriya non è un atto terroristico, vile e ignobile come ha detto il capo dello Stato e come ripetono tutti i media (terrorismo si ha quando vengono colpiti dei civili inermi), ma di guerriglia che ha preso di mira un obiettivo militare”.

Nel volume si ritrovano anche alcune imprecisioni dettate dalla quotidianità (la produzione afghana di oppio – azzerata dai talebani – sotto Karzai-Usa è l’80% del fabbisogno mondiale in un pagina e il 93% nella pagina successiva; i morti per la strage di Lockerbie furono 270 e non 700 ).
Ho fatto invece un salto sul divano, per un passo su una strage cui ho dedicato molta attenzione professionale (e affettiva): quella di Srebrenica.

Massimo Fini parla delle 650.000 vittime civili dell’intervento “umanitario” in Iraq e traccia un paragone: “Cento volte supriore a quelle dell’assedio di Sarajevo della famosa strage al mercato e di quella di Srebrenica (dove peraltro a essere liquidati fino solo maschi adulti)”.

I maschi adulti furono 8372. Erano adulti nel senso che furono assassinati tutti i maschi tra i 14 e i 65 anni rimasti nell’enclave creata dall’Onu per salvare i civili. Di quegli 8372 civili ogni 11 luglio si celebrano i funerali. Le milizie serbe hanno sparpagliato i loro resti in tante fosse comuni. Di quegli 8000 mila musulmani hanno trovato sepolutra solo 6000 mila. Quelli per cui decine di anatomi patologi sono riusciti, grazie al Dna, a rimettere insieme tutte le ossa, dal cranio ai piedi. Liquidarliin una parentesi è davvero riduttivo.

Ad maiora

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In occasione della pubblicazione del libro

Massimo Fini presenta

LA GUERRA DEMOCRATICA

Interviene Andrea Riscassi

Mercoledì 2 maggio, ore 18.00, alla Fnac di Milano

via Torino / ang. via della Palla

Democrazia in Africa: un mensile racconta il nuovo continente

Ha un nome che in questi giorni è più che mai di moda: Afrique Démocratie. È una nuova rivista pan-africana uscita qualche giorno fa a Dakar. In primo numero è dedicato a al cinquantenario delle indipendenze nel continente.

“Il nuovo giornale si propone di affrontare questioni di democrazia, sviluppo e integrazione africana “, secondo quanto annunciato dal comitato di redazione della testata al momento del lancio.

Secondo il direttore, Mamadou Kassé, “questo mensile è principalmente destinato a riempire un vuoto di informazione, democrazia, sviluppo e integrazione”.

Obiettivo della nuova pubblicazione: “Essere un giornale di retrospezione, l’introspezione e la lungimiranza rispondendo alle domande: dove siamo o siamo e dove stiamo andando”, ha detto Kassè. “E’ dedicato – ha aggiunto – a come noi immaginiamo l’Africa, il nostro contributo come professionisti della comunicazione alle dinamiche di costruzione e consolidamento della democrazia”.

Insomma, si cerca di rendere la democrazia africana la base su cui costruire la convivenza nei paesi del continente e le rivolte di queste ore sembrano andare in quella direzione (“Il popolo è invincibile” era scritto sulle barricate, a Mosca, nella breve primavera antigolpe del 1991).

Sul numero che si trova in molte edicole africane, si possono leggere i ritratti del generale Lamine Cissé, ex ministro senegalese degli Interni, e due grandi figure la lotta per l’indipendenza in Africa, Kwame Nkrumah (ex presidente del Ghana) e Amilcar Cabral (fondatore del Partito Africano per l’Indipendenza della Guinea e di Capo Verde).

Il target di lettori cui ci si rivolge è medio-alto.

In bocca al lupo ai colleghi.