Playa de Los Cococ

Visitare Cuba: da Cienfuegos alla Baia dei Porci

La colazione in questa casa particular di Cienfuegos è particolarmente buona e abbondante. Oltre al succo di mango (davvero super) al caffè e alla frutta, ci viene servito un panino caldo col formaggio (a Marta viene aggiunto anche prosciutto) e brioche fatte di casa con marmellata di guava.

RISPETTATE LE REGOLE

Rifocillati dal pasto andiamo in banca a cambiare gli euro in Cuc. Non è ovviamente la prima volta che succede e ormai abbiamo imparato le regole: quando si entra bisogna dire quel che si desidera a chi ti apre la porta, poi ripeterlo a chi ti farà (obbligatoriamente) sedere su uno dei divani presenti: ognuno sul suo, se vostra figlia si appoggia al vostro la invitano a mettersi in un altro divano. Infine aspettare. Bisogna fare la fila ovunque a Cuba: per prendere il cibo, per le schede telefoniche, per una bottiglia d’acqua (spesso assente), per andare in posta o in banca. Persino per entrare in un negozio di vestiti. Ti insegnano ad aspettare, a essere paziente. A obbedire a regole non scritte eppure vincolanti. Impari a non rompere i coglioni sulle piccole cose. Così non ci penserai nemmeno per sbaglio a protestare sulle cose più grandi (senza arrivare al multipartitismo, fossero anche semplicemente le buche nelle strade o i tombini scoperchiati). Così funzionano i regimi.

VERSO LA BAIA DEI PORCI

Dopo questo pipozzo, prendiamo il taxi per andare alla Penisola di Zapata e alla Baia dei Porci. Abbiamo concordato col tassista un prezzo di 70 Cuc (pesos convertibili: 1 a 1 con il dollaro americano) per tutto il giorno. Siamo su una vecchia Ford coi vetri oscurati, salvo un piccolo spazio col logo della Apple. Qui lo si trova ovunque. Le tentazioni dello strisciante capitalismo sono già arrivate.

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Lungo la strada molti manifesti che inneggiano al socialismo (e a Chavez, buon amico di Fidel e dei cubani) e al nazionalismo. Rispetto al socialismo sovietico, diventato nazionalista per sopravvivere, dopo la caduta dell’Urss, questo caraibico è nato già patriottico: patria o muerte!, è scritto sulle monete cubane (Cup).

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Procediamo con musica latina (e video) sparati a palla. Insieme all’aria condizionata. Solo dalla posto di fianco al guidatore si vede qualcosa. Così ci alterniamo. Il nostro obiettivo primario è raggiungere la Penisola di Zapata, gigantesca palude dove si trova un parco naturale. Il nostro autista non sembra dell’avviso di portarci lì. Ci mostra un po’ di foto di posti turistici dove la Ciénaga di Zapata non figura. Dice che chiederemo dopo la prima tappa.

LA CUEVA DE LOS PESCES

Sulla strada ci fermiamo nelle Cueva de los Pesces, piscina naturale dove si fa il bagno in mezzo ai pesci. L’acqua è torbida. Forse perché invasa di turisti: è infatti vicino alla strada dove si fermano i bus di turisti provenienti da resort. Comunque un posto carino. Ma evitabile. 

Arriviamo, dopo Playa Larga, alla Palude di Zapata. Per entrare occorre una guida del luogo, essendo questa una riserva naturale. Di guide però non ce ne sono. Arriveranno forse più tardi. Il nostro tassista, preoccupato di far tardi e di rovinare la macchina dato che qualcuno gli ha detto che parte della strada è occupata dall’acqua marina, dice che non possiamo aspettare se no arriveremmo troppo tardi a Cienfuegos. Ci invita invece ad andare a mangiare in un ristorante dove servono carne di coccodrillo. Gli spiego (parla solo con me: è molto maschilista) che io e Francesca siamo vegetariani. E cosa mangiate allora? Verdure, rispondo. Fa una faccia perplessa…

In realtà pranziamo con l’ennesima pizza da asporto, in un baracchino davanti alla Riserva. Tre pizze a meno di un Cuc, ma il pizzaiolo cerca di venderci delle collane con denti di coccodrillo. Roba da barbari. Comunque dalla riserva esce un ragazzo gentile che ci invita a tornare domattina alle 8.

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PUNTA PERDIZ

Decidiamo a quel punto di andare a fare snorkelling. Il posto migliore dovrebbe essere Playa Giron (dove sbarcarono i mercenari di Baia dei Porci). La spiaggia è dell’omonimo albergo. Possiamo entrare solo a piedi perché ai taxi è vietato (misteri del socialismo caraibico). Arriviamo al diving dove chiediamo una guida per lo snorkelling: ci dicono di tornare domani. Insistiamo. Ci indirizzano verso un gruppo di ragazzi che indossa magliette della croce rossa cubana. Loro ci dicono che si può fare ma a Punta Perdiz, un quarto d’ora di macchina tornando verso Playa Larga. Passaggio in auto, noleggio delle pinne e guide ce le propongono a 7 Cuc a testa. Accettiamo anche per non buttare via la giornata. E la scommessa si rivela vincente.

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Il mare davanti a Punta Perdiz è una sorta di piscina di acqua calda e piena di pesci. La visibilità è ottima e la guida ci porta in giro per un’ora, avvicinandosi a un relitto e individuando una razza, la prima che vedo non in cattività. Davvero magnifico.

PLAYA DE LOS COCOS

Ci facciamo una doccia e torniamo a Playa Giron, anzi a Playa los Cocos che secondo la Lonely era un posto adatto allo snorkelling. Non è così, ma riposarsi sotto le palme (veri ombrelloni naturali) fa dimenticare i pesci. Riusciamo anche salvare un riccio di mare da un gruppo di bambini che lo aveva portato in spiaggia: lo riportiamo in acqua con la scusa di dovergli fare delle foto con la Go-Pro. Piano piano si allontana da noi e dai bambini (uno dei quali gli augura buona fortuna).

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Ritorniamo sul taxi sempre la vecchia Ford, sempre con l’aria condizionata gelida (che ogni tanto sputa gocce d’acqua) e musica agghiacciante (sto rimpiangendo Radio Latte e miele). Il taxi per un giorno intero costa 70 Cuc, ma domani ne sceglieremo un altro. Quello di oggi mi spiega anche (sottovoce) che il problema della Riserva è che è statale e quindi troppo burocratica. Sul cruscotto ha in bella mostra le bandierine cubana e venezuelana, ma è pronto a tuffarsi nel capitalismo senza regole.

RISO E MAIS IN STRADA

Lungo la strada provinciale una scena mai vista: una delle due corsie è invasa da riso o mais messo a essiccare al sole. Niente di che direte voi: è che quando due macchine si incrociano, una delle due deve per forza calpestare riso e mais. Lo stesso devono fare i carri trainati dai cavalli: col risultato che un po’ di cibo viene spiegato da deiezioni equine. Igienico

Rimanendo in argomento, Marta, vicino alla spiaggia, fa un salto nel bagno di un bar. Le chiedono 25 centesimi di Cuc ed essendo senza soldi la rimandano da me per recuperare il dovuto. Dopo queste edificanti avventure, rientriamo a casa e ci prepariamo per cena.

A CENA, DI FREGATURE

Usciamo alla ricerca di un ristorante segnalato dalla Lonely ma ci dicono che è stato chiuso per spaccio di droga. Mentre vaghiamo veniamo agganciati da un ex pugile che parla italiano e che è stato recentemente a Bologna. Ci consiglia un ristorante e poi ci accompagna. Ha la faccia buona e quindi non scatta il primo campanello di allarme. Si unisce a noi per una birra, aspetta che ordiniamo la cena e poi se ne va. Il ristorante è stracolmo di turisti francesi dotati della di Routard. È il secondo campanello d’allarme, ma avendo ignorato quello precedente finisce per essere il primo e quindi lo sottovalutiamo. Marta ordina pollo, accompagnato da riso e verdure. Io e Francesca minestroni (unica comida vegetariana). accompagnato da riso e verdure. Chiediamo anche delle banane fritte (troppo asciutte). E alla fine tre flan de  leche (creme caramel più denso, veramente ottimo). Aggiungete tre birre (una per il pugile) e tre bibite (refresco, una sola di cola, di più non ne avevano…). Chiediamo il conto: 57 Cuc! Praticamente 19 euro a testa. Prezzo surreale per un paese dove lo stipendio è di una ventina di Cuc. Ma prezzo causato anche dalla doppia moneta, che spinge tanti (troppi) a fare i furbi coi turisti. Molti cubani ti vedono come un bancomat con due gambe, mi aveva ammonito il mio collega Andrea. Aveva ragione. Dovevamo tenere la guardia alta, come suggerisce Francesca

Amareggiati dall’ennesima fregatura andiamo a letto presto.

Domani ci si sveglia all’alba per tornare alla Palude di Zapata.

Ad maiora

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Visitare Cuba: da L’Avana a Cienfuegos

Notte complicata. Oltre al caldo è arrivato un gruppo di rumorosi italiani. Dopo un po’ di pazienza alle 3 li richiamiamo all’ordine mentre cazzeggiano nella zona comune della casa. 

SEMPRE LO STESSO MANGO

Dopo aver dormito qualche ora facciamo colazione presto. Il menù è quasi sempre lo stesso in ogni casa particular: frutta, pane e burro, succo, caffè e frittata. A volte abbiamo trovato biscotti, marmellate o creme caramel. Qui da Lazaro si va sull’essenziale. Paghiamo il suo collaboratore (210 Cuc per 3 notti più colazione in due stanze) e andiamo in taxi al capolinea di Viazul, il pullman che ci riporterà in provincia: a Cienfuegos, un’altra delle città tutelate dall‘Unesco.

SI PARTE 

Stavolta come taxi scegliamo una vecchia Chevrolet, bella anche se scassata. Il costo della corsa per la prima volta è di 5 Cuc (ed è 2 volte più lontano di Plaza de la Revolucion, per raggiungere la quale ieri abbiamo pagato 10).

Al terminal dei bus Viazul solita coda per trasformare la nostra ricevuta in biglietto. Ma ormai abbiamo capito come si fa.

LA PIPÌ SI PAGA

Per andare in bagno ti chiedono 0.50 Cuc (fondamentalmente per darti un piccolo pezzo di carta igienica). In altre stazioni, in altri bagni, ce la siamo cavata con pochi Cup (ma la media è 0.25 di Cuc, ossia di dollaro). Non si salvano nemmeno i ragazzini.

IN BUS, UN’AVVENTURA

Il viaggio per Cienfuegos è sfortunatamente è assurdamente lungo. Il bus ha qualche problema al motore e si ferma più volte. Io sono seduto al fianco di una silenziosa suora. Sull’altro lato del bus due romani litigano ininterrottamente dalla partenza. Vado di cuffie e Deezer 

Dopo numerose soste il bus si ferma in un’area di servizio, dove incrociamo un mezzo dei pompieri che non sfigurerebbe in un vecchio film americano.   

Appena i meccanici aggiustano il nostro bus, l’autista parte piano piano con le porte aperte strombazzando. Miracolosamente salgono tutti i turisti (i pochi cubani non erano scesi visto gli autisti non avevano detto nulla e quindi, di fatto, non eravamo autorizzati alla sosta). Scena davvero sovietica (pur con 35 gradi all’ombra) di scarso rispetto per il prossimo. Non sarà l’unica, purtroppo.

UN VIAGGIO AL PASSO DI LUMACA

Il bus procede a passo d’uomo fermandosi ogni 5 o 6 chilometri, ma i due autisti si guardano bene dall’evitare la canonica sosta al ristorante. Senza questa deviazione saremmo già a Cienfuegos, dove magari si trovano i meccanici di Viazul! Ma che importa?? L’importante è che i due autisti si rifocillino. Quando hanno finito si riparte, sempre col motore strappi. È la Viazul è considerata la compagnia di autobus più affidabile di Cuba! 

Nell’ultimo tratto, impieghiamo due ore per una trentina di chilometri, col motore che si spegne ogni 5 minuti, senza aria condizionata e senza la possibilità di aprire i finestrini. Un incubo. Arriviamo con due ore e mezzo di ritardo su un viaggio di quattro. Sei ore per percorrere 350 km… Per di più, arriviamo assetati ma alla stazione dei bus di Cienfuegos nessun bar ha dell’acqua da vendere (è qualcosa cui si deve abituare il turista qui: l’acqua in bottiglia scarseggia ovunque). Forse qui manca dai tempi in cui hanno fatto questo cartello: le indicazioni sulle partenze sono fatte a mano, col gessetto.   

Per raggiungere la casa particular, un nuovo mezzo di trasporto: le nostre gambe! Per fortuna La Casa Cubana è vicina alla stazione di Viazul perché arriviamo esausti.  

Ci accoglie una sorridere Ileana che ci serve un succo di mango ghiacciato che ci riporta in vita. Ci laviamo e andiamo a sgranchirci le gambe e a capire se valeva la pena fare questo lungo viaggio. 

CIENFUEGOS FINALMENTE 

Alla prima impressione direi di sì. Cienfuegos  è tenuta molto bene, ha dei bei palazzi e un’aria tranquilla. I piazzisti dei ristoranti ci importunano raramente e l’arrivo sul Malecón vale la passeggiata.

  
Tornando incontriamo uno dei tanti carretti a cavallo (anche qui a Cienfuegos sono un mezzo di trasporto usuale, non un modo per spennare i turisti). 

Questo vende frutta a domicilio:

Ceniamo nella Casa Particular. La signora (che ha la figlia a Milano) non si spaventa quando le chiediamo “comida vegetariana” e a tavola si materializzano molti piatti di verdure e una zuppa di mais, carote e zucca davvero ottima. 
Andiamo a letto presto. La giornata, grazie a Viazul, è stata infinita.

  
Ad maiora

Visitare Cuba: Plaza de la Revolucion a L’Avana

Facciamo l’ennesima colazione nella casa particular de L’Avana. Senza Lazaro ha perso però gran parte del fascino che aveva prima e assomiglia un po’ a un piccolo albergo. Quando torneremo per l’ultima sera cubana sceglieremo un’altra casa (o albergo). Uscendo incappiamo in una sorta di corteo musicale. Forse le riprese (con tanto di drone) di un video musicale.

A L’Avana (e a Cuba in genere) si mangia più che nei bar e nei ristoranti, per strada. Lo street food è una peculiarità da queste parti.

 Percorriamo, per la prima volta da quando siamo qui,  il Prado, antico viale che assomiglia molto alle Ramblas spagnole.

 Obiettivo della mattina è infatti la visita al Museo de la Revolucion che è contenuto nel bell’edificio che fino a  Batista era il palazzo presidenziale. La visita non è a buon mercato: 3 persone (e una macchina fotografica) costano 24 Cuc (ossia 24 dollari). La visita parte cronologicamente dal secondo piano e arriva fino a terra. Si inizia dalla lotta di liberazione e si arriva fino ai successi del socialismo (platealmente smentito dal fatto che gli ascensori siano fuori uso persino qui). Molto lunghe e dettagliate sono le sale dedicate alle vittorie castriste, prima contro la dittatura poi contro gli americani alla Baia dei Porci. Il resto è pura (e noiosa) propaganda socialista.

 Bella invece, nel giardino che si trova sul retro del palazzo, la mostra dei cimeli militari rivoluzionari. C’è Granma, la nave dello sbarco di Castro e del Che a Santiago, protetta dai militari come una reliquia di un santo e pure gli aerei usati durante la Rivoluzione (affiancati dalle foto dei caduti nella Baia dei Porci).

 Continuiamo nella nostra giornata “castrista” andando in Plaza de la Revolucion che si trova al Vedado, la parte nuova della città. Per arrivarci saliamo su una moto-taxi (coco-taxi). Sono mezzi di trasporto statali e dotati di tassametro.

Alla fine pagheremo 10 Cuc. Il viaggio su questa specie di uovo giallo (o limone semovente) è piacevole e l’aria ci rinfresca un po’ le idee.

 Arriviamo nella piazza dei comizi castristi. Davanti al Ministero delle telecomunicazioni, sormontato da un immagine di Camilo Cienfuegos (rivoluzionario morto misteriosamente dopo la vittoria dei barbudos) troviamo una sontuosa Pontiac decappottabile.

 La piazza è dominata dal memoriale al poeta dell’indipendenza cubana, Josè Martí (dietro alla quale sorge il Comitato centrale del Pcc, il Partito comunista cubano, unico partito presente nel paese).

 Anche se il polo di attrazione è il Ministero del Interior con la gigantografia del Che.

Torniamo a piedi verso il centro. Dietro Avenue de Independencia troviamo, chissà perché, alcuni ragazzi che si esercitano con la tromba sotto gli alberi. Ci fermiamo a mangiare la solita pizza (8 Cuc in tre, bibite comprese) e poi, seguendo la folla, entriamo nel più folle centro commerciale che si possa immaginare. In Plaza Carlos III (pomposamente definita La casa de la familia cubana)  c’è un caos infernale e i circoli che ti portano ai piani alti, ricordano proprio quello danteschi. Ci facciamo ingolosire da un supermercato e incappiamo nella follia dei doppi prezzi cubani: due tubi di patatine e una confezione di cracker le paghiamo quasi 10 Cuc. Assurdo.

 Ah, fuori da questi prezzi folli i cubani (specie dopo il Periodo Especial che fece seguito al crollo dell’Urss, principale fornitore straniero) hanno imparato a non buttare via le cose rotte: qui si aggiusta tutto. Come sempre, dalle cose negative ne emergono anche di positive.

 Nell’attardarmi a scattare una foto, lascio Marta e Francesca ad attraversare la strada da sole. Fischiano dietro a entrambe come se fossero mucche uscite dal recinto. Il mio fischio, rivolto ai fischiatori, li fa desistere. Ma che tristezza questo machismo in salsa cubana! Qui il socialismo non c’entra. A Mosca ti scaraventano contro un muro se ti comporti così.

ALLA FORTALEZA. SENZA CELLULARE…

Usciamo nel tardo pomeriggio diretti alla Fortaleza de San Carlo de Cabana, il forte costruito dagli spagnoli dopo che gli inglesi avevano, bombardandola da qui, conquistato L’Avana. Ci andiamo per vedere il tramonto e per assistere al canonazo, il cerimoniale del colpo di cannone che ogni sera alle 21 ricorda quell’evento storico.

Prima di arrivare quassù un episodio che avrebbe potuto rovinarci la vacanza (e rendere misero questo post, senza foto e video): sul taxi che (per 10 Cuc) ci porta al forte settecentesco mi scivola l’iPhone fuori dalla tasca. Me ne accorgo pochi secondi dopo essere sceso e mentre io e Marta corriamo all’inseguimento del taxi, Francesca prova a chiamare il cellulare, ma ha la vibrazione. Mancato l’obiettivo di raggiungere, chiediamo a un altro tassista di riportarci nel punto dove abbiamo preso il taxi (era della compagnia statale) e lo fa per 6 Cuc (4 meno dell’andata). Una volta tornati al punto di partenza – col cuore in gola –  spieghiamo (lo fa Francesca che, a differenza mia, parla spagnolo) al responsabile dei tassisti cosa sia successo. Individuano e richiamano alla base il taxi su cui eravamo saliti. Dopo una decina di minuti torna. Marta si lancia sotto il sedile e trova il cellulare. Gioia e stupore. Chiediamo al tassista di riportarci al Forte promettendo una mancia. Gli lasciamo 30 Cuc (la corsa, lo ripetiamo, costa 6) ma si lamenta a lungo e insiste sul fatto che se avesse trovato e venduto il (mio) cellulare ci avrebbe fatto molti più soldi. Quando si dice ricatto morale.  Gli lasciamo quindi altri 10 Cuc e ce ne andiamo l’amaro in bocca per la prepotenza.  Che si scioglie alla vista del tramonto da quassù.

 La cannonata (canonazo) è poi davvero forte e lo spettacolo che la precede affascinante. Vale gli 8 Cuc a testa (costo del biglietto per gli stranieri, 8 Cup per i cubani).

 Ceniamo poi dentro il castello: verdure sottaceto piccanti, patatine fritte, riso e verdure, verdure saltate. Con bibite e birre arriviamo a 10 Cuc. Le cameriere del Bodegon erano comunque intente a vedere una soap. Per attirare la loro attenzione ci si deve sbracciare.

 Torniamo con un taxi abusivo (6 solo Cuc) tenendo ben stretto il cellulare…

Ad maiora

Uno dei tanti murales cubani a L'Avana

Visitare Cuba: Habana Vieja

Anche se abbiamo fatto le ore piccole, facciamo colazione verso le 9. Fa un caldo torrido qui a Cuba e quindi per fare visita alle città, bisogna sfruttare la mattina e il tardo pomeriggio (anche se la maggior parte del musei chiude presto).

NELLA PARTE STORICA

La mattinata la dedichiamo all’Habana Vieja, invasa di turisti assediati da venditori di qualsiasi cosa. I questuanti più assurdi sono quelli che ti seguono suonando. Sembrano i Mariachi di una vecchia pubblicità.

PRIMA TAPPA, MERCATINO

Partiamo da Calle Obispo, una stretta via pedonale che unisce il centro con la città vecchia. È piena di negozi, ma ci soffermiamo in un mercato dell’artigianato.

 Proseguendo su Obispo andiamo a visitare il Museo 28 Septiembre dedicato ai CDR, i Comitati per la Difesa della Rivoluzione, sorta di guardiani della rivoluzione castrista che sono disseminati in ogni angolo del paese. Un grafico mostra che gli iscritti sono più di 8 milioni su una popolazione che ne conta 11. Quando si dice un regime efficiente…

 I due piani del Museo (costo 2 Cuc, ossia 2 dollari) sono un inno alla propaganda socialista e a chi la difende a ogni costo.

 Usciamo e raggiungiamo la Plaza de Armas, piazza abbellita da gigantesche palme reali e dove c’è un mercatino dei libri.

Per sfuggire ai questuanti entriamo al Museo de la Ciudad, che merita una visita soprattutto per ammirare l’edificio dall’interno: è il Palacio de los Capitanes Generales, monumento barocco del 1770 (con al centro una statua dedicata a Garibaldi). Il costo a persona è di 3 Cuc.

 Uscendo dal Museo e girando a sinistra si arriva al mare e al Castillo della Real Fuerza, dove ci fermiamo poco, preferendo sederci ad ammirare il panorama (disturbati dalla continua offerta di taxi).

 Ritorniamo verso la città vecchia e ci soffermiamo ad ammirare Plaza di San Francisco de Asis, con la chiesa dedicata al primo francescano (dove non si svolgono più funzioni religiose da quasi 180 anni).

 Lungo Calle Mercaderes ammiriamo il lavoro di restauro che è stato fatto in questa parte della capitale cubana.

 Dopo esserci persi per evitare le frotte di turisti, sbuchiamo in Plaza Vieja. Bruciata dal sole ha meno fascino che di sera.

 Chi al sole brilla è invece il Gran Teatro de la Habana che con i suoi 2000 posti è uno più grande di tutte le Americhe. Come il vicino Capitolio anch’esso è chiuso per restauri.

 Le principali strade della capitale hanno dei portici, che un tempo dovevano essere magnifici e ora sono molto rovinati. Sotto uno dei questi troviamo una famigliola che ha messo una piscinetta per i bimbi.

 Fa infatti molto caldo e questo rende camminare per L’Avana molto faticoso. Anche il traffico caotico (e puzzolente) fa rimpiangere le città di provincia che abbiamo visitato nei giorni scorsi. Ci consola solo la vista di alcune signore che chiacchierano aspettando la sera.

Per cena torniamo al ristorante Hanoi, dove eravamo già stati (uno dei pochi con menù vegetariani) e poi sul Malecón. Il sole è appena tramontato. Ma basta aspettare qualche minuto per osservare l’effetto del sole sulle nuvole. La silhouette di un pescatore in controluce fa il resto.

Il tramonto sul Malecon de L'Avana

Il tramonto sul Malecon de L’Avana

Ad maiora

Una delle storiche macchine de L'Avana

Visitare Cuba: da Sancti Spiritus a L’Avana

La colazione ci viene servita nel patio di fronte alla stanza. Per fortuna senza più il rumore del condizionatore. Frutta (meno buona che altrove), frittata, pane, burro e caffè. Il tutto servito con un servizio di porcellana coloniale (come la casa d’altronde).

POCHE CHIACCHIERE 

La stanza è bella, la doccia ottima ed Hector molto gentile. Ma avendo tanti ospiti praticamente non parliamo mai con lui (che sarebbe invece il valore aggiunto delle case particular).

Paghiamo 34 Cuc per una notte e una colazione, più 5 di “taxi”, ossia del “passaggio” che Hector ci ha dato ieri dalla stazione di Viazul. Sarebbe stato più conveniente prendere una bici-taxi che oggi ci riporta alla fermata dei bus (per 3 Cuc).

Nuova stazione Viazul e nuove regole. Qui più incomprensibili che altrove. Mostriamo la ricevuta di viaggio (stampata da internet) e invece di darci un biglietto ci mandano in sala d’attesa. Dove attendiamo a lungo cercando di capire gli annunci (tutti rigorosamente in spagnolo-cubano, ossia con le esse aspirate) e marcando a uomo altri passeggeri diretti verso la capitale (dove stiamo tornando). Un ottimo esercizio di pazienza. Anche qui c’è uno sportello con la Lista de Espera (lista d’attesa): quando apre (poco prima della partenza dei bus) viene assalito da quanti desiderano partire.

Noi che abbiamo prenotato il tutto dall’Italia riusciamo a salire sul bus, anche se la nostra ricevuta viene osservata a più riprese. Non hanno internet e non possono verificarla. Nell’attesa,  fotografiamo l’elenco di regole che dovrebbero indurre i cubani a un maggior rispetto reciproco.

IN VIAGGIO

Sul bus ci separano: Marta di fianco a una giapponese che dorme con una coperta tirata fin sulla faccia (l’aria condizionata è quasi sempre a palla sui Viazul), io di fianco a un piccolo cubano, che un po’ si agita ma è fin troppo buono calcolando che starà una dozzina di ore solo in compagnia di un cuscino. Ripassiamo da Santa Clara dove anche oggi piove.

 Facciamo una lunga sosta alla stazione dei bus. Marta ritrova il cane di ieri e lo alimenta. Alla ripartenza, grazie all’intercessione di un gruppo di signore cubane, l’autista, un po’ recalcitrante (no tiene hasiento!) ci mette vicini e in prima fila.

IN AUTOSTRADA

Il viaggio prosegue spedito verso L’Avana lungo la Carretera Central, l’autostrada (gratuita) che va dalla capitale a Santiago de Cuba. Ogni tanto l’autista deve rallentare per il passaggio di qualche mandria.

 Il panorama intorno a noi è sempre bello e il viaggio è davvero piacevole e l’arrivo all’Avana è di una puntualità svizzera.

IN TAXI VERSO HABANA CENTRO

Per tornare da Lazaro ci affidiamo a un tassista abusivo. Ha la faccia simpatica e il prezzo è lo stesso dei regolari. Saliamo su una vecchia Moscovich. Dei tempi sovietici!, ci dice il nostro autista, che quando accende il motore fa partire la musica a un volume tale che Marta salta sul sedile. In viaggio chiacchieriamo con lui del più e del meno. Quando arriviamo vicino a “casa”, capiamo di conoscere più io e Marta del “tassista” la strada per arrivare alla meta (Destino,  per usare la meravigliosa parola spagnola).

Paghiamo i 10 Cuc e citofoniamo a Lazaro. Lui non c’è. Ma qui ci conoscono e ci buttano giù le chiavi. Ora io e Marta occupiamo ben due stanze sulle quattro di questa casa particular. Tra poche ore arriverà anche Francesca e la restante parte del viaggio sarà in tre. Ci registriamo dal vice-Lazzaro e usciamo subito.

 

IN CERCA DI OSPEDALI

Marta non è ancora in forma e vogliamo testare anche i medici dell’Avana (su tutta l’isola ce ne sono 60mila, ma spero basterà il secondo). La passeggiata ci permette di rientrare in contatto con questa gigantesca (e curiosa) città.

 Arriviamo all’Ospedale Hermanos Ameijeras che ha una clinica internazionale. Alle 5 è però chiusa. Una guardia giurata ci manda da un’altra. Quest’ultima chiama qualcuno e poi ci invita ad andare in una clinica, Albarrán. Non è molto distante dall’ospedale, ma senza indirizzo vaghiamo un po’ nel quartiere. Poi (grazie all’aiuto di due ragazzi molto gentili) lo troviamo. È una clinica (credo universitaria) per cubani.

 Facciamo passare davanti a noi un’anziana (devo fare solo timbrare una ricetta, ci sembra di capire: ma è una scena cui abbiamo già assistito anche in Italia, quindi ci è famigliare) e poi tocca a noi (quando siete in coda coi cubani arrivando bisogna chiedere chi sia “el último” e mettersi dietro lui: successivamente risponderete alla stessa domanda quando arriverà qualcuno dopo di voi).

La dottoressa è molto gentile e capace di ascoltare Marta (rimane sbalordita quando le diciamo che ha 13 anni: non le basta a far passare lo stupore nemmeno il passaporto…). Ci prescrive Metoclopradina e ci rassicura sul suo risultato. Ci congeda senza farci pagare nulla: la sanità è gratuita per i cubani, ma anche per gli stranieri in difficoltà. Ci chiede solo se abbiamo pesos cubani per comprare le medicine. Nella mia ingenuità le dico che ne ho solo 50. Lei sorride dicendo che basteranno…

NELLA FARMACIA PER CUBANI

Raggiungiamo la farmacia cubana con la nostra impegnativa. Ci danno il farmaco (sempre e solo il blister, niente scatole qui). Lo paghiamo 1.60 Cup (1 Cup è 1:25 di Cuc, ossia di dollaro). Praticante nulla. E avrà pure effetti miracolosi.

Le farmacie cubane sono anche davvero belle.

RAPIDO. NON BASTA LA PAROLA

Passeggiamo ancora ad Avana Centro. Troviamo un negozio della catena El Rapido. Mi sembrano avere il servizio tra i più lenti di Cuba. Ma forse è solo un effetto – paradossale – del loro nome.

SILENZIO. STO CHATTANDO.

Torniamo, dietro casa, in una piazza da cui parte uno dei Boulevard pedonali dell’Avana. C’è tanta gente ma regna un silenzio irreale: è infatti uno dei pochi posti dove c’è la Wi-Fi. È così, tutti muti, incollati ai loro cellulari o laptop. Gli unici scambi di parole sono legati al fatto che non tutti ne possiedono uno e quindi concordano su cosa scrivere o digitare. Mi sa che presto questi scenari diverranno abituali. Anche qui a Cuba.

 A CENA
 Andiamo a mangiare al Castas & Tal (Galiano ang. San Lazaro) localino molto ben arredato e con personale sorridente. Parlano perfettamente inglese (fatto davvero raro qui a Cuba, ma noi ormai avvezzi allo spagnolo optiamo ancora per questa lingua. Il cibo è di ottima qualità e i prezzi accettabili (13 Cuc in due). Unica pecca: l’acqua Panna, che ha fatto troppi chilometri per seguirci dall’altra parte del mondo.

TRAMONTO SUL MALECON 

Finiamo la prima parte della serata aspettando il tramonto sul Malecón, il lungomare dell’Avana.

 Poi a mezzanotte (dopo abbondante caffè offerto da una delle signore della casa particular) andiamo a prendere Francesca in aeroporto. Ci andiamo sempre a bordo  una Cadillac anni ’50, guidata da Pepe (il fratello del tassista del nostro arrivo all’Avana). E’ davvero un bel viaggiare.

Ad maiora

Uno degli edifici di Sancti Spiritus

Visitare Cuba: da Santa Clara a Sancti Spiritus

Sveglia e colazione un po’ affrettata qui a Santa Clara.

Marta, ancora con problemi fisici malgrado i vari farmaci presi, viene infine convinta dalla padrona della nostra casa particular ad andare dall’anziana che cura i malanni premendo sul braccio. Stile agopuntura, mi spiega Wicky, che ci porta dalla guaritrice e che poi corre a lavorare.

A Marta dopo il trattamento manuale viene dato un bicchierone di acqua, limone e sale. Vedremo se il tutto avrà effetto. Intanto la registriamo come nuova esperienza.

SI RIPARTE! 

Salutiamo tutti in fretta, paghiamo 63 Cuc (ossia 63 dollari) per due notti e quattro colazioni. La nonna ci augura Buena Suerte da dietro il cancello. Dobbiamo mandar loro una cartolina dall’Italia.

ASPETTANDO IL BUS

La stazione dei bus di Viazul qui a Santa Clara e abbastanza incasinata. Ciò che è certo che ogni capolinea di Viazul fa come gli pare. All’Avana ci hanno caricato i bagagli e stop. A Trinidad ci hanno rilasciato un scontrino per i due bagagli, invitando a lasciare mancia. Qui a Santa Clara ci viene chiesto un Cuc per bagaglio (penso sia invece già compreso nel prezzo del biglietto). Nell’attesa di partire Marta nutre uno dei tanti cani randagi cubani.

 Il bus per Sancti Spiritus (ma arriva fino a Santiago dall’altra parte dell’isola), è in overbooking: c’è gente seduta per terra. Il problema è internet!, dice il bigliettaio. Per fortuna la nostra tratta dura solo un’ora e mezza (e noi siamo miracolosamente seduti ai nostri posti, prenotati e pagati dall’Italia).

NIENTE ALBERGO, SEMPRE CASA PARTICULAR

Fermandoci una sola notte nella nostra prossima tappa, Sancti Spiritus, avevamo pensato di ricorrere a un classico albergo. Wicky ce lo sconsiglia (è una donna energica cui piace avere ragione) e ci prenota da Hector, casa particular nel cuore di Sancti Spiritus. La scelta si rivela a prima vista assennata: non solo Hector ci viene a prendere alla stazione dei bus ma durante il tragitto per casa ci fa da Cicerone.

La casa è centralissima è davvero molto bella (e colonica). La stanza è fresca e dotata di grande frigo e piccolo televisore. A differenza di Wicky, Hector ha molte stanze e fa della ospitalità la sua professione.

NELLA NUOVA CITTA’

Sancti Spiritus assomiglia molto a Trinidad, ma senza turisti e senza caos. La vita ha qui, se possibile, ritmi ancora più rilassati che altrove.

La vita gira intorno al Parque Serafín Sánchez, che è in realtà una piazza circolare con dei giardini in mezzo. Su un lato spicca l’azzurro dell’Hotel Plaza, uno dei più belli della città (unno dei due dove avevamo pensato di alloggiare).

A PIEDI

Come Santa Clara, anche a Sancti Spiritus la via commerciale è pedonalizzata e piacevole da percorrere: Indipendecia Sur che parte dalla piazza principale ha tanti negozi, per lo più con merce per cubani anche se qualche tienda turistica non manca.

 Non ci sono però molti turisti (nemmeno cubani) e alcune stradine, bellissime, risultano deserte.

 PAGHIAMO IN CUP

Avendo avuto come resto dei pesos cubani comincio a pagare il cibo con questi (i Cup). E i prezzi vanno in picchiata: un gelato 2 pesos, un cono di deliziosi churros solo 5, ossia 25 centesimi di Cuc (ossia di dollaro).

 L’altro punto di riferimento del centro è Plaza Honorato, dove gli spagnoli eseguivano le condanne a morte. Anche questa piazza è dominata da un bellissimo Hotel, il del Rijo (l’altra nostra opzione).

SOTTO IL PONTE DI SANCTI SPIRITUS

La principale attrazione di Sancti Spiritus è un grande ponte a dorso d’asino fatto costruire dagli spagnoli nell’800. Approfittiamo dell’ombra delle sue arcate per godere di un po’ di ombra.

AL MUSEO COLONIALE 

Tornando andiamo a visitare il Museo de Arte Colonial, ospitato in un bel palazzo seicentesco. Non è tanto grande e non vale i 2 Cuc a testa che paghiamo. Veniamo pure seguiti passo passo dal personale. E riusciamo solo a scattare questa foto.

 Chiudiamo il nostro giro pomeridiano con la visita alla Iglesia del Espirito Santu. Essendo del 1522 si dice sia una delle più antiche di Cuba: è comunque più affascinante fuori che dentro.

 Quando usciamo il caldo sta calando. I cubani a quest’ora amano sedersi sull’uscio della porta. A chiacchierare, tra loro, scambiando qualche battuta di spirito con chi passa per strada.

 Arriviamo alla Chiesa di Nuestra Senora de la Caridad che a quest’ora è chiusa. Davanti spicca una delle tante statue dedicate ad Antonio Maceo, uno dei generali della guerra di indipendenza.

TIMBRE AQUI!

Non essendoci praticamente internet e pure pochi cellulari, i cubani usano citofonare (qui dicono timbrar) per chiamare qualcuno, come si faceva da noi qualche anno fa. E così capita di leggere un cartello che invita a non disturbare visto che chi aggiusta le lavatrici ha cambiato indirizzo.

 Ci sono più negozi che aggiustano le cose di quanti ne vendano di nuove. Colpa del bloqueo statunitense di sicuro, ma decisamente meglio del consumismo che fa deperire i “beni” in pochi anni.

A CENA, NEL RISTORANTE STATALE

Per cena fatichiamo a trovare un ristorante che non sia deserto. Ci infiliamo quindi in uno, statale, pieno di cubani. Qui si paga solo con pesos (Cup). Un’insalata mista (altro per vegetariani non c’è, salvo l’ennesima frittata), un piatto di riso, pane (secco) e due bicchieri di succo di mango ci costano solo 15 pesos. Circa 60 centesimi di Cuc (dollari). Nel pomeriggio un pacchetto di patatine ci era costato quasi il doppio: 1,20 Cuc. Misteri della doppia moneta cubana.

 La stanza di Hector (il proprietario della nostra casa particular) sarebbe sì fresca, ma viene riscaldata dal rumoroso condizionatore dei turisti vicini a noi. Anche il “nostro” patio è reso poco invitante da aria calda e rumore. Di notte saremo costretti ad accendere il ventilatore.

Ad maiora

Visitare Cuba: Santa Clara e il Mausoleo di Che Guevara

Vengo svegliato qui a Santa Clara da un tizio che vende il pane gridando “El Pan” a ogni passo. A seguire gli uccellini completano il lavoro. Si sente spesso anche il clacson dei treni, dato che siamo vicini ai binari e che qui non esistono i passaggi a livello.

La colazione è ancora più abbondante di quelle precedenti. Oltre a frutta, succo, pane, burro, creme caramel ci vengono anche servite patatine fritte, che però respingiamo…


A SPASSO PER SANTA CLARA

Wiky, la nostra padrona di casa, va a lavorare. È impiegata di una  società di servizi provinciale. Se non abbiamo capito male, lavora su un camion che sistema la segnaletica stradale in tutta la provincia di Villa Clara. In casa rimangono la nonna e la tredicenne Reina che deve studiare fisica (domani ha un esame di questa materia, da noi sconosciuta a questa età) un cane e due gatti. Io e Marta salutiamo tutti e ci avventuriamo per Santa Clara.

 Appena fuori dalla casa c’è la sede provinciale del Partito Comunista (Pcc) davanti alla quale è posta una delle numerose statue di Guevara: il Che y el Niño. Dalla cintura del comandante escono 38 soldati, quelli che tentarono con lui di esportare la rivoluzione in Bolivia e per questo vennero uccisi.

LA RUSPA. DEL CHE.

Poco più in là, altro monumento dedicato al Che, alla sua vittoria qui a Santa Clara che segnò l’inizio della fine per la dittatura di Battista. Si possono visitare (per 1 Cuc, ossia 1 dollaro) i carri blindati fermati dal gruppo militare del Che grazie a una ruspa. Posta in bella mostra. Qui non è un simbolo per radere al suolo i campi rom…

 Davanti a questo museo a cielo aperto si trova un negozio di paccottiglia col volto del Che o la bandiera cubana.

 Proseguendo sulla stessa strada, torniamo sul Boulevard dove eravamo stati ieri sera. Tanta gente in giro e parecchi negozi di vestiti: qui a Santa Clara all’aspetto  sembrano tenerci più che altrove.

IN CENTRO

A tal proposito, come in altri posti del mondo, le donne non ci tengono all’abbronzatura e girano sotto il sole con grandi ombrelli. Entriamo nel supermercato che avevamo adocchiato il giorno prima. Acquistiamo una bottiglia d’acqua (qui sono davvero difficili da trovare) e osserviamo ammirati lo scaffale delle bibite. Tutte rigorosamente cubane.

IL MAUSOLEO DEL CHE

Prendiamo poi una bici-taxi che per 5 Cuc (ossia, 5 dollari) ci porta al Mausoleo dove, dal 1989 (dopo essere stato tumulato per anni in una fossa comune boliviana) è sepolto il Che (insieme ai combattenti con cui perse la vita).


Per accedere al sacrario – dove brucia la fiamma perenne – bisogna lasciare zaini e borse in un deposito a destra dell’entrata (la tomba è alle spalle della grande statua del Che). Dentro è molto poco illuminato. Appena al lato si visita un museo dove sono custoditi cimeli del Comandante.

Poi si esce e si ammira Plaza de la Revolucion con l’enorme statua del Che (sotto la quale c’è scritto Hasta la Victoria, Siempre!). Gli occidentali si scattano selfie.

TANTO TRAFFICO

Lasciamo il sacrario e torniamo a piedi in centro. Il traffico di Santa Clara assomiglia a quello rumoroso dell’Avana. Rimpiangiamo un po’ Trinidad.

Anche qui parecchi cavalli, per lo più mal messi, che trascinano carrozze che fungono da taxi collettivi.

 Arriviamo al Parque Vidal, centro nevralgico della città. Le panchine all’ombra sono occupate da cubani che chiacchierano o discutono. Troviamo anche un nuovo mezzo di trasporto, dedicato ai bambini: carrozze trainate da capre! Poco istruttivo.


SU EL COCHE A CAVALLO

Rientriamo in casa perché Marta è spossata dal caldo. Si addormenta subito e io la lascio alle cure della sua coetanea e della nonna e mi avventuro di nuovo in città. Vorrei visitare la fabbrica dei sigari, che dicono essere una delle più importanti di Cuba. Dato che l’orario visite termina alle 15 e che non manca molto, salgo a bordo di un carretto a cavallo per fare in tempo.


Pago 4 Cuc ma una volta arrivato alla fabbrica scopro che le visite sono interrotte sine die per lavori al tetto. Mi accontento di una foto dall’esterno.

 LA PISSA, LA PISSA

Rientrando in centro mi accorgo che tutti mangiano una pizzetta camminando (i venditori urlano La Pissa, La Pissa!) e mi metto in coda coi cubani. È buona e ha un prezzo assolutamente concorrenziale: 25 centesimi di peso convertibile (ossia di dollaro). È il prezzo reale che pagano i cubani (il costo originario è 5 pesos cubani. 1 peso convertibile, i Cuc, vale 25 pesos non convertibili, Cup). Va considerato che lo stipendio medio qui a Cuba non supera i 20 Cuc al mese.


DESTINAZIONE PARADISO

La famiglia che ci ospita è molto cattolica. E ci suggerisce di vedere praticamente tutte le chiese di Santa Clara. L’accontento in parte. Su esplicita richiesta, vado alla Iglesia de Nuestra Senora del Buen Viaje (tra Pedro Estévez e R.Pardo) e capisco subito di avere fatto bene ad accogliere il suggerimento. È bella sia fuori che dentro.


SALENDO SULLA LOMA DEL CAPIRO

Di seguito, altra tappa questa volta consigliata dalla Lonely Planet: la Loma del Capiro, una collina che domina Santa Clara e che fu difesa dal Che e dai suoi uomini durante la liberazione della città.

La salita, sotto il solleone, mi ha ricordato la fatica fatta per salire sul Partenone. Ma arrivati su, sovrastati dalla bandiera cubana è da quella rivoluzionaria, la vista è magnifica e la pace assoluta.


DUE CHIACCHIERE E DODICI SIGARI…

Scendendo, con spirito rasserenato, incontro un signore che si mette a parlarmi in italiano: mi racconta del figlio che lavora come medico a Padova, dove ha messo su famiglia. Il mio interlocutore invece lavora alla fabbrica di sigari che non sono riuscito a visitare. Chiedo informazioni sui turni di lavoro e sui sigari e lui immediatamente cerca di vendermene una dozzina, ovviamente di contrabbando, a 25 Cuc: Vendendoli in Italia farai un sacco di soldi, mi dice. Non mi interessa come prospettiva e nemmeno come metodo. E me ne vado deluso per la chiacchierata con meri fini economici.

Mi rassereno coi cubani osservando un anziano intento nella lettura fuori dal suo negozio.

Ah, un altra cosa che con Marta (che intanto ho recuperato) abbiamo notato è che nessuno lascia moto o bici per strada, perché temono furti.

Ripassiamo da casa ma spinti dalla abuela (la nonna della nostra casa particular) andiamo poi a vedere un’altra chiesa, un po’ più lontana: Santissima Madre del Buen Pastore Senora del Buen Viajo (Cuba angolo Pastora).

È bella, ma chiusa. 

CHE MUSICA, RAGAZZI!

Ci sediamo ad ammirarla e notiamo tanta gente. In poco tempo vanno tutti in strada, e noi li seguiamo.

Si manifesta, a sorpresa, davanti a noi uno spettacolo incredibile: parte la musica con tamburi Conga e iniziano le prove di ballo per la festa nazionale del 26 luglio (Día de la Rebeldía Nacional).

La strada è invasa di ballerini. Scena da guardare ammirati e in silenzio, come abbiamo fatto noi.

 

GELATO, A DUE GUSTI

Marta non ha fame e osservando un po’ di menù di ristoranti non ne trovo uno con piatti vegetariani. Decidiamo quindi di accontentarci di un gelato. La gelateria ha però solo due gusti: cioccolato e fragola (come Fresa y Chocolate, il bellissimo film sull’omosessualità a Cuba).

Scegliamo ovviamente quelli…

Tre palline costano un peso convertibile.

 ANCORA MUSICA IN PIAZZA

Chiudiamo la serata sempre a suon di musica. Al Parque Vidal, la piazza principale di Santa Clara, ogni giovedì e domenica alle 20 in punto, suona gratuitamente l’orchestra municipale.

Che attacca con l’inno nazionale cubano.

Rientriamo a Hostal Vida. Vicky, la gentilissima padrona di casa, passa la serata a trovarci altre case particular per le prossime tappe mentre io e Marta e per un po’ Reinavida vediamo un catastrofista film americano con sottotitoli spagnoli.

Ci addormentiamo comunque senza incubi.

Ad maiora