Month: ottobre 2015

Balle

Da tutte le parti fioccavano le notizie in Europa e io facevo la figura dell’imbecille.

A me non importava un fico secco se il signor Belcredi, come tanti, inganna i lettori, travia l’opinione pubblica, tradisce la fiducia del suo giornale; ognuno intende il proprio mestiere come meglio crede.

Quello che mi importa è che chi rimane danneggiato dalle sue “balle” sono coloro che – come me – intendono fare il proprio dovere onestamente, scrupolosamente.

Io debbo quindi essere sembrato bene inattivo e male informato, e questo non era vero.

Una riga di verità costa sempre molta più fatica di un volume di invenzioni.

Luigi Barzini Senior, lettera al direttore del Corriere Albertini dalla Cina, 1901

(tratto da I Barzini,  tre generazioni di giornalisti, una storia del Novecento, Mondadori).

Ad maiora

Libertà di stampa 

“Cari compagni,” disse all’improvviso Mad’jarov “avere idea di cosa sia la libertà di stampa? Finisce la guerra, una mattina aprite il giornale e invece di un editoriale giubilante, invece di una lettera dei lavoratori al grande Stalin, invece di leggere che tal brigata di metallurgici ha deciso di offrirsi volontario come picchetto alle elezioni del Soviet Supremo o che i lavoratori degli Stati Uniti hanno festeggiato il Capodanno in mestizia, tra disoccupazione crescente e miseria, sapete che cosa ci trovate, sul giornale? Informazioni! Riuscite a immaginarvelo? Un giornale che dà informazioni?”.
Vasilij Grossman, Vita e destino, Adelphi
Ad maiora
(Nella foto, la casetta delle lettere di Anna Politkovskaja)

Piove, senti come piove

Il diluvio universale di Noè, per quanto terrificante, era cominciato dolcemente, in maniera quasi inavvertibile, con qualche goccia di pioggia.
Gocce rade, che annunciavano l’imminente catastrofe, un messaggio che nessuno aveva preso in considerazione. 
Elif Shakaf, La bastarda di Istanbul, Rcs

Ad maiora 

A colpi di espugna

Stimati Colleghi dell’Ufficio Centrale e in particolare ignoti titolisti della prima pagina, accogliete queste righe non come un’umile preghiera (non esageriamo) ma una sommessa richiesta: riuscireste a fare a meno del verbo espugnare? È ricomparso lunedì, per la Fiorentina a San Siro. Poteva vincere a, passare a. No, espugna. Si dà il caso che da parecchi anni, allo sport, molti abbiano deciso di evitare ogni metafora bellica. Niente fucilate, raffiche, cannonate o cannonieri, missili terra-aria o terra-terra, cecchini, obici, spingardate. Un obiettivo non è mai nel mirino. Niente campi violati. Mi piace il basket ma detesto le bombe da 3. Mi piace la radio ma non l’abitudine di molti radiocronisti: “L’arbitro dà inizio alle ostilità”. Quali ostilità? È una partita di calcio e gli altri sono avversari, non nemici. Non si parla di ostilità prima dei 200 dorso, o di una partita di tennis. È anche così che si rinforza la sottocultura calcistica. Un colpo di spugna a espugna sarebbe un piccolo gesto in direzione contraria.
(Un grandissimo) Gianni Mura su Repubblica di oggi, 4 ottobre 2015

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