Lampedusa, un anno dopo

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Oggi si ricorda la più grave strage di migranti nella recente storia dei viaggi della speranza nel Mediterraneo.
Sentiremo e vedremo, a Lampedusa e altrove, tante lacrime di coccodrillo per quei 366 morti.
Nella piccola isola siciliana, appena dietro il porto, c’è una sorta di cimitero delle navi degli immigrati. Un involontario monumento a chi si affida alla sorte pur di sfuggire a fame e miseria. Ma anche un inno alla burocrazia italiana, visto che quelle navi di legno sono lì, a volte da anni, sotto sequestro giudiziario.

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Questa estate, grazie all’operazione Mare Nostrum, a Lampedusa non sono praticamente arrivati barconi.
Che credo torneranno ad affollare il cimitero delle barche, se verrà interrotta e non sostituita da qualche intervento europeo.

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Rivedendo le foto, mi è tornata alla mente la domanda retorica che mi ha suggerito uno dei primi abitanti conosciuti a Lampedusa: perché non fanno i controlli sull’altra sponda del Mediterraneo e fanno partire, con un traghetto, chi ha i requisiti per venire?
Ad maiora

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