Day: 5 febbraio 2013

O capitano! Mio capitano!...

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Sono 31 gli italiani sequestrati fuori dal Paese che in poco piu’ di un anno sono stati riportati a casa e con la liberazione in Siria dell’ingegnere catanese Mario Belluomo, resta solo ancora un italiano in ostaggio: il cooperante Giovanni Lo Porto, 38 anni palermitano. Lo Porto venne sequestrato a Multan, nel Punjab pakistano il 19 gennaio 2012 insieme ad un collega tedesco dove lavorava con la Ong tedesca Welt HungerHilfe (Aiuto alla fame nel mondo) per la ricostruzione dell’area messa in ginocchio dalle inondazioni del 2011. Il ministro degli Esteri pakistano, la signora Hina Rabbani Khar, venerdi’ scorso a Roma incontrando l’omologo Terzi aveva rassicurato che Islambad “sta facendo tutto il possibile” per riportare il cooperante italiano. Da parte sua il titolare della Farnesina aveva ribadito di “seguire costantemente” la vicenda di Lo Porto con le autorita’ pachistane.

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Casalinga e prostituta: anche così si sopravvive alla crisi

catherine_deneuve_belle_de_jourRicevo e volentieri pubblico questo nuovo articolo dell’amico e collega Sergio Calabrese.

Ad maiora

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Casalinga e prostituta: anche così si sopravvive alla crisi.

Venezia, settembre 1967. Quasi mezzo secolo fa alla 28esima Mostra internazionale d’arte cinematografica fece scandalo il film del regista spagnolo Luis Bunũel “Belle de Jour”. La pellicola, nonostante le proteste dei parrucconi si aggiudicò, contro ogni previsione, il Leone d’Oro. In seguito il film del regista aragonese divenne uno dei film culto per i cinefili di mezzo mondo. Nelle sale italiane la pellicola arrivò priva di alcune scene, l’onnivora e potente censura nostrana tolse parecchie inquadrature perché diseducative: potevano turbare i sonni ai giovani spettatori.  Buñuel nel film racconta la storia di Séverine- interpretata da una sensuale  Catherine Deneuve- una bellissima donna moglie di un medico dell’alta borghesia parigina, verso il quale non ha nessun tipo di attrazione fisica. Fredda e distaccata con il marito, la stupenda e altezzosa Séverine tutti i pomeriggi cerca conforto e rifugio in una casa d’appuntamenti situata in un’ovattata e discreta residenza parigina degli anni Sessanta dove, attraverso la prostituzione, cerca di affrancarsi da “l’ennui de vivre”, la noia di vivere. Insomma, la borghesissima, raffinata e annoiata madame Séverine, pratica la prostituzione come una sorta di psicanalisi atta a condurla fuori dalle sue fobie e dalla sua frigidità.

Italia, 2012.

In un anonimo appartamentino di una cittadina dell’Italia centrale una giovane donna è sorpresa dalle forze dell’ordine in atteggiamenti che non lasciano dubbi: sarà accusata di sfruttamento della prostituzione. In seguito racconterà di essere stata costretta a vendere il proprio corpo perché disperata e sommersa dai debiti dovuti alla perdita del lavoro. Tutti i suoi familiari, marito disoccupato compreso, erano all’oscuro della sua “attività”. Una storia, quella della casalinga-prostituta, di quotidiana miseria. In questa disgraziata Italia pre-elettorale le cronache ci raccontano che sono molte le donne che si prostituiscono non certo per la noia di vivere come Séverine, la donna del film di Luis Bûnuel, ma per bisogno. Esercitano il mestiere più antico del mondo per sopravvivere. E’ l’altra faccia della crisi che in tutta la sua drammaticità si manifesta anche con questi “eventi” sino a qualche anno fa inimmaginabili. Storie di disperazione estrema che si consumano spesso in silenzio e solitudine. Si prostituiscono operaie, casalinghe, impiegate, laureate. Lo fanno perché hanno perso il lavoro e non sanno più come tirare avanti. Sono donne- molte del ceto medio, anche con figli da crescere- che affondano sempre più nel mare della crisi economica. Negli Stati Uniti si dice che quando il ceto medio soffre tutta la nazione affonda. La middle class, si sa, rappresenta la spina dorsale dell’economia in qualsiasi paese.

Alcune di queste “belle di giorno” raccontano che prima di prostituirsi avevano un tenore di vita decoroso. “Poi, improvvisamente si perde il lavoro e ti crolla il mondo in testa. Certo e non è facile la scelta di mercificare il proprio corpo. Mio marito è convinto che i soldi che guadagno siano il frutto delle mie consulenze”. “Poi ci sono i figli che spesso ti fanno richieste che non puoi soddisfare”, racconta una casalinga/prostituta. “La soluzione estrema è vendere il tuo corpo, anche se si vive nella menzogna. I sensi di colpa sono i nostri compagni quotidiani. Molte ricorrono allo psicanalista perché non riescono ad accettare quello che fanno”. Anche se tutto ciò, per ora, è l’unico modo per mantenere la mia famiglia”. “A volte i clienti ci vedono piangere racconta ancora Francesca (nome fittizio). Una volta uno mi disse: “Preferiresti fare la badante e pulire il sedere ai vecchietti. Magari a seicento euro al mese in nero?”. “Quando i debiti ti annegano e le spese diventano insostenibili, la miseria ti porta a sfruttare le perversioni degli uomini, più che fare la badante, anche se sarebbe più dignitoso. Certo è la via più facile, ma soltanto in apparenza. Non cerco giustificazioni, né alibi morali ma seicento euro il mese non risolvono certo i miei problemi”, racconta ancora la prostituta (per caso) Francesca.

Ecco, dunque, l’altra faccia della depressione economica che non dà scampo. Il fenomemo, dicono le forze dell’ordine, si sta allargando. Da qualche tempo sono parecchie le donne single e maritate che s’improvvisano prostitute. Basta un anonimo appartamentino subaffittato in periferia o in centro, un annuncio sul giornale, arredare ad hoc il luogo di “lavoro” con frustini, unguenti, stimolanti di colore blu, vibratori e il gioco è fatto. Per i clienti non c’è problema. Il lavoro non manca. Sono tanti e insospettabili i “maschietti” che frequentano queste improvvisate case d’appuntamento nell’era della depressione economica. Sono politici, impiegati, imprenditori, funzionari. I clienti si trovano anche attraverso Internet. Basta mettere in rete una foto della “sexy casalinga” in atteggiamenti osé e farsi chiamare a un numero di cellulare che la famiglia della donna non conosce. Di norma lavorano nella pausa pranzo per non destare sospetti. Di giorno si sa, c’è l’alibi del lavoro e i frequentatori non si devono giustificare con le proprie mogli.

Con una montagna d’inconfessabili sensi di colpa, verso sera, la “bella di giorno” torna a casa. Dopo un rosario di bugie, che recita anche a se stessa, la casalinga, prostituta par time, cerca di riappropriarsi del suo ruolo di madre e di moglie. Tenta (ma senza mai riuscirci) di dimenticare tutto ciò che ha vissuto in quei pomeriggi di “lavoro” in quella “casa”. Soprattutto si domanda per quanto tempo ancora sarà costretta a vendere il proprio corpo?

Piaccia o no, caro Bersani, dear professor Monti e Cavalier Berlusconi, questa è l’altra faccia nascosta di una crisi che pare non avere fine, ma voi, indaffarati a occupare in maniera maniacale i salotti televisivi, fate finta di non vedere. Attenzione! Il popolo sovrano, come dite voi, ne ha piene la testa e anche “the balls” delle vostre vuote chiacchiere da Bagaglino.

Datevi una mossa, altrimenti il “popolo” (quello sovrano) vi getterà dentro la pattumiera della storia.

Alé!   

Sergio Calabrese

Gli animalisti denunciano: in Bielorussia è caccia a cani e gatti randagi

Gatto randagio di MinskA Minsk, capitale della Bielorussia, le autorità cittadine stanno sigillando gli scantinati, condannando alla morte per fame cani e gatti randagi che vi trovano rifugio.

A denunciarlo Elena Titova, leader del gruppo Protect Life che difende i diritti degli animali, che stima negli ultimi tra anni siano stati così circa 9.000 randagi. “Uccidere gli animali impunemente è diventata una politica di governo”, ha attaccato la Titova per la quale la filosofia che sta dietro a questo progetto è: “Nessun animale, nessun problema”.

Gli interventi sugli scantinati rispondono a normative sanitarie ereditate dall’Urss e dovrebbero servire a combattere i topi. Alcuni residenti hanno perforato più grandi fori nelle piastre di ferro per consentire ai gatti di fuggire.

In Bielorussia non esistono dei rifugio che ospitino a lungo i randagi catturati. Mantenendo il regolamento sovietico, questi animali vengono soppressi mediante iniezione se non si presenta il proprietario a reclamarli entro cinque giorni.

Ad maiora