Lo sa il vento (ma non solo)

Molte parti del bel libro di Carlo Porcedda e Maddalena Brunetti “Lo sa il vento” (Verdenero) ricordano nel loro drammatico racconto, quanto sta accadendo in queste ore a Taranto con l’Ilva: il dilemma tra la salvaguardia del posto di lavoro e la salute.
Con molte similitudini anche nella reazione: “Qui in Sardegna, per quanto incredibile a dirsi, trovi sempre qualcuno convinto che è meglio un morto in casa che la disoccupazione alla porta”.
Il ricatto occupazionale è la leva con cui ci spingono ad accettare ogni cosa.
Sull’isola a mettere a repentaglio la vita delle persone non sono però fabbriche inquinanti, ma “fabbriche di morte”, ossia i poligoni militari che assediano da più parti i meravigliosi promontori di questa perla del Mediterraneo: qui si trovano il 60% del demanio e delle servitù militari dell’intero territorio nazionale.
Che rendono spesso inutilizzabili a noi comuni cittadini “non in armi” spiagge e boschi.
Scrivono, ad esempio, i due colleghi su Capo Teulada: “7.200 ettari di estensione, 62 chilometri quadrati di mare permanentemente proibiti e una zona di sicurezza che durante le esercitazioni si estende per 1.300 chilometri, costituisce insieme al poligono di Salto di Quirra e la base aerea Nato di Decimomannu il fronte interno più vasto d’Europa. (…) Tutto è proibito ai comuni mortali, proibito il mare, proibita la terra, proibito passarci sopra in aereo. In quel tratto di mare tutto è considerato pericolo, tranne che simulare la guerra”.
Ma le conseguenze non sono soltanto il mancato “utilizzo” di quelle armi da parte di chi non spara. Finiscono infatti soprattutto per attentare alla vita di chi abita vicino o dentro i poligoni. Uno di questi ha addirittura dato il nome a una (misteriosa) malattia: “Qui, in Sardegna, da almeno dieci anni si parla di Sindrome di Quirra per indicare un male invisibile, fatto di decine e decine di morti che da troppo tempo qualcuno vuole inspiegabili. Il moltiplicarsi delle denunce di leucemie, linfomi, tumori tra chi, militare o civile, ha in qualche modo a che fare con i poligoni sardi ha fatto scattare un allarme sanitario per una sospetta contaminazione che accomuna queste zone dell’isola a teatri di guerra come quelli del Golfo, dei Balcani e dell’Iraq”.
Il poligono di Perdasdefogu-Salto di Quirra è il più grande d’Europa. “Ma è soprattutto l’unico poligono al mondo dove pastori, allevatori e contadini convivono da oltre cinquant’anni con gli effetti di esercitazioni militari e test bellici e civili”.
Temi questi rimasti tabù, per decenni, in Sardegna. Ora, grazie anche al lavoro di tanti ambientalisti e giornalisti, il velo sembra essersi squarciato. La soluzione è comunque ancora lontana, complice una politica prona davanti ai poteri forti.
Porcedda e Brunetti raccontano di alcune voci dal coro. Come quella di Antonio Pili, oncologo ed ex sindaco di Villaputzu unico tra i primi cittadini a chiedere indagini su aborti, malformazioni e misteriose morti nelle greggi. Quando si è ripresentato al voto non è stato rieletto.
Le speranze ora sembrano essere rappresentate da Domenico Fiordalisi, procuratore a Lanusei, che continua le sue indagini, a dispetto di tutti:

http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2012/05/23/news/quirra-discarica-di-stato-e-fabbrica-di-tumori-1.5115800

Grazie alla Nato, “la Sardegna rappresenta forse la più consistente delle deroghe alla sovranità nazionale”.
E le alte sfere delle forze armate – come racconta “Lo sa il vento” – si peoccupano più di non fare uscire notizie che della riduzione del danno.
A sapere queste cose non sono ora solo i venti che sferzano la Sardegna.
Ma anche chi leggerà questo interessante volume.
Ad maiora

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Carlo Porcedda e Maddalena Brunetti
Lo sa il vento
Verdenero
Milano 2011
Pagg. 218
Euro 14

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4 comments

  1. Cari Andrea, Maddalena (Brunetti) e Carlo (Porcedda),

    grazie davvero a voi per aver prodotto e recensito quest’opera, importante tassello del mosaico di civiltà vera e molteplice, riguardante una parte bellissima del nostro bellissimo, sgovernatissimo e contraddittorio paese, e da sempre, purtroppo, sia sottovalutata, che malamente sfruttata quando non martoriata: la terra degli antichi Shardana.
    Vi sono legato, da milanese, senza modaiolismi, infingimenti e altre sventure, risalendo questo ai miei tredici anni (1958), quando, per la prima volta, i miei nonni materni – quelli paterni non li ho mai conosciuti, purtroppo – mi portarono nel nord della “nostra” seconda isola, in Gallura, a vivere per un po’, come un locale. Poi, ancora, sei anni dopo, ci tornai con mia nonna materna. E, infine, durante il servizio militare, feci il campo, da allievo sottufficiale assaltatore del Bersaglieri, molto sui generis, ma non posso e non voglio dilungarmi su questo, che è fuori tema, proprio a Perdasdefogu (Pietre infuocate, no?), in zona Capo Teulada, nel cagliaritano.
    Quello che posso fare, per ora, oltre a comprare e leggere il libro, e tornare magari in vacanza in Sardegna a portare un po’ di valuta, è chiedere d’incorporare i dati, i problemi e le eventuali proposte scaturenti dal libro e dai movimenti e dalle istituzioni che hanno preso a cuore il problema sardo per il verso giusto, nella parti di programma relative a tutti i settori coinvolti, che stiamo mettendo a punto come organizzazione politica legalizzata eurofederalista.
    Personalmente, e non solo, nell’ambito di questa organizzazione della quale sono segretario amministrativo in attesa di piena legittimazione congressuale, credo che tutte queste servitù militari concesse agli NATO (=quasi esclusivamente USA), certamente non demonizzandoli a sproposito, ma criticandoli, non ideologicamente, senza mezzi termini, quando è giusto farlo, debbano essere innanzi tutto ri-concordate con le leggittime, anche se non molto adeguate, evidentemente, nostre istituzioni e i diritti (per esempio alla salute e alla vita stessa, di locomozione, di fruizione del proprio territorio), oltre che i doveri e le aspirazioni (di armonica, sana crescita economica) della polazione locale, alla luce del nostro art. 11 della Costituzione della Repubblica (quindi niente mezzi militari esclusivamente offensivi) et alii.
    Cosa fondamentale sarebbe arrivare ad avere le FFAA (Forze Armate esclusivamente europee) d’una Federazione Europea, con una propria Costituzione, che renderebbero inutile, quanto meno, l’anacrinista appartenenza alla NATO, di fatto a comando USA, e un’Agenzia per l’Ambiente vera, non fasulla, che tenda sempre a coniugare al meglio, non al peggio, SALUTE, VITA, BELLEZZA, ECONOMIA e LAVORO.
    Essendo questo, appunto, un caso analogo e forse anche molto più vasto e vecchio di quello tarantino dell’ILVA, senza smninuire assolutamente quel dramma, figuriamoci, mi piacerebbe proprio che, se riuscissimo a organizzare entro settembre il primo Congresso (EuroFed Party I) a Bologna, ci fosse spazio e tempo per questa tematica, con interventi di relatori, quali voi potreste, se foste liberi e disponibili.

    1. Io sul tema non sono abbastanza preparato da poter intervenire a un incontro.
      Credo però che la Nato avrebbe dovuto essere sciolta con la fine del Patto di Varsavia. Dopo la caduta del Muro, da alleanza difensiva è infatti diventata offensiva, nominandosi poliziotto del mondo. Con lo sgretolamento dell’Onu, la Nato ha poi assunto un ruolo politico che non le spetta.

      1. Andrea,

        mi sembra che siamo molto d’accordo, e, ovviamente, non per becero ideologismo di sinistra tardotalebana ;o), ma per pura osservazione della indegna ir-realtà dei (mis-non) fatti.

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