Giorno: 4 giugno 2011

DAGHESTAN, COME TI CONVINCO A NON FREQUENTARE LA MOSCHEA

Leggo sul sito di Annaviva e volentieri ripubblico questo articolo che il buon Fabrizio Ossino, giovane giornalista del quale abbiamo presentato qualche settimana fa la tesi dedicata alla Estemirova e all’atteggiamento della stampa:

https://andreariscassi.wordpress.com/2011/05/24/ricordando-lestemirova-e-il-potere-di-internet/

Qui invece Ossino ci racconta di quel che accade a quanti frequentano le moschee nel Caucaso russo.

Ad maiora.

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Daghestan, venerdì 13 maggio 2011. È un normale venerdì di preghiera per 80 musulmani del villaggio Sovetskoe della regione Magaramkent, eppure il loro ritorno a casa sarà stato indimenticabile. Purtroppo a segnare la loro giornata non è stata una manifestazione improvvisa di Dio, ma le più terrene manganellate degli agenti di polizia. Alle 13.30 – secondo le testimonianze delle vittime all’associazione per la difesa dei diritti umani “Pravozašita” – almeno una ventina di agenti armati hanno fatto irruzione nella moschea interrompendo la preghiera e intimando ai presenti di uscire. Là fuori ad attenderli c’erano altri trenta poliziotti, che hanno fatto salire tutti su dei minibus e li hanno tradotti in caserma. Nel gruppo degli ottanta fedeli musulmani c’erano 15 minorenni, anch’essi arrestati illegalmente.

Appena giunti alla caserma di Magaramkent, i ragazzini sono stati separati dal resto del gruppo e per almeno cinque ore insultati, umiliati e minacciati (stessa sorte è toccata agli adulti, a molti dei quali è stata strappata la barba). Così il diciassettenne Bejdullaev Imran Bejdullakhovič racconta all’associazione “Pravozašita” quel che è successo lì dentro: «Siamo rimasti nel corridoio al secondo piano per almeno cinque ore, ci hanno sequestrato i telefonini. Ci hanno vietato di sedere e continuamente ci offendevano e dicevano parolacce. C’erano tre-quattro poliziotti armati, che ci hanno imposto di spostare degli scaffali e delle cassette di sicurezza pesanti, poi hanno iniziato a trascinarci tre alla volta in una stanza. Lì sedeva un uomo in uniforme (poi ne è arrivato un altro), che ha ricominciato ad insultarci […]. Ci ha chiesto: “Perché frequentate la moschea? Quelli vi usano […] poi vi dicono chi dovete assassinare e vi fanno andare armati per i boschi. Quelli come voi li mandano ad uccidere. Vi chiederanno di ammazzare i vostri genitori”». Ma gli avvertimenti non si sono “limitati” a questo, infatti, come testimonia l’appena diciottenne Čelebov Vjačeslav Jašrefovič: «I poliziotti hanno iniziato a minacciarci che se ci avessero visto di nuovo alla moschea, ci avrebbero sparato».

È il diciassettenne Fetaliev Roman Zamanovič, ad avere la peggio. Tre degli agenti, non contenti degli insulti, lo hanno portato in una stanza ed hanno iniziato a manganellarlo per almeno cinque minuti, per poi spingerlo nel corridoio dove altri poliziotti hanno continuato a prenderlo a calci e a schiaffi. Come ha denunciato a “Pravozašita” lo stesso Roman: «Il perché mi picchiassero, non me l’ha spiegato nessuno».

A prendersi gioco dei ragazzini sono intervenuti pure il direttore e vicedirettore della scuola, Sidikullakh Akhmedov e Rustam Karibov, quest’ultimo persino chiedendo agli agenti di trattenere i suoi scolari per almeno quindici giorni.

Dopo la procedura di identificazione, i ragazzi sono stati ricongiunti con gli adulti in una sala grande e lì c’erano il capo del distretto di polizia di Magaramkent, Shakir Omarov, il suo vice e il comandante dell’OMON locale, che “nell’arringa finale” hanno detto: «Ma vi pare modo di educare i vostri figli? Così allevate dei criminali. Se la cosa si ripeterà, vi toglieremo la patria potestà. Vi spareremo assieme ai vostri figli e vi distruggeremo le case». Secondo la testimonianza di una delle vittime, Abdurakhmanov Abdurakhman, la situazione nella regione di Magaramkent si è deteriorata con l’arrivo del nuovo capo della polizia Shakir Omarov. Tutti i giovani del villaggio hanno iniziato a perdere il proprio lavoro e le persecuzioni iniziano, come abbiamo visto, sin dall’età scolare.

Ancora nei giorni successivi al 13 di maggio 2011, alcuni agenti di polizia hanno fatto visita alla scuola locale mettendo in guardia tutte le ragazzine vestiste secondo usanza islamica che le avrebbero costrette a spogliarsi davanti a tutti. Mentre il 15 dello stesso mese, un bambino di otto anni, Artem Čelebov, è stato terrorizzato dal rappresentante degli insegnati della scuola con la minaccia di prendere severi provvedimenti se avesse continuato a frequentare la moschea.

Essere musulmano, quindi, in virtù di una poco matematica equazione, vuol dire essere terrorista. E così come per tutto il Caucaso del Nord, anche nel Dagestan di Magomedov Magomedsalam, uomo di Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev, non servono accuse o prove per trarre in arresto e picchiare i normali cittadini, come non servono mandati per “ispezionare” le loro case. Poi se, “per pura casualità”, qualcuno muore o le abitazioni bruciano, allora i morti sono certamente dei terroristi e le fiamme hanno distrutto i loro covi.

È sconvolgente come i metodi di lotta al terrorismo colpiscano sempre di più i minori in tutto il Caucaso del Nord, forse non è un caso che gli ultimi attentati a Mosca siano stati organizzati e compiuti da ragazzi e ragazze di giovane età.

Fabrizio Ossino