Giorno: 8 ottobre 2010

APPLAUSI PER SARAH

Applausi tra le campagne di Avetrana al rinvenimento del corpo. Applusi all’arrivo della salma di Sarah Scazzi alla camera ardente. Applausi anche alla comparsa della madre della ragazza.
Non si capisce perche’ nel nostro Paese non si riesca a gestire il dolore in silenzio. Si applaude ai funerali, in chiesa. Ma anche nel minuto di silenzio allo stadio.
Come se non fossimo capaci di affrontare, in silenzio, la sofferenza. Come se dovessimo sguaiatamente condividere anche questi momenti.

Come  in uno studio televisivo, grande quanto la Penisola. Senza neanche bisogno dell’assistente di studio che faccia la claque.

Eppure si dovrebbe battere le mani solo in segno di approvazione. E invece lo si fa per sentirsi un po’ tutti uniti. Per compattarsi nei momenti difficili.
Forse, e’ un modo per reagire.
Come scrive il grande Amos Oz, “se non ti restano più lacrime per piangere, non piangere. Ridi”.
O applaudi.

Ad maiora

C’ERA UNA VOLTA ERTO

Visto che ha deciso di non andare all’Isola dei famosi, ricordo l’anniversario della tragedia del Vajont con le parole che Mauro Corona dedica al suo vecchio paese, Erto.

 Tutto cominciò quella notte. Per noi, la data che cambiò la vita è quella del 9 ottobre 1963. e così sarà in eterno. Allo stesso modo che, per collocare un evento in un tempo determinato, si dice prima della guerra, dopo la guerra, prima del terremoto, dopo il terremoto, noi diciamo prima del Vajont e dopo il Vajont. Su quella data sta il confine, la frattura, il cambiamento che ha separato due mondi, due modi di vivere completamente diversi. Arcaico, laborioso, scandito da ritmi naturali il primo; caotico, confuso, smarrito il secondo. Erto è ormai solo un villaggio abbandonato, silenzioso e triste, dove i giorni non lasciano tracce. Adagiato in una scodella di terra, circondato da boschi impenetrabili, tagliati a fondovalle dal corso del Vajont, attende il colpo di grazia. Limato dal vento, scosso dalle intemperie, spolpato dai predatori come un cervo dai denti di volpe, il paese sta disteso gambe all’aria senza più fiato. Le case alte e strette, costole di antico dinosauro sbiancate dalla calce, guardano il cielo. La chiesa millenaria è spoglia, la canonica vuota, fatiscente, senza vetri, gli occhi beccati dai corvi. Camminando per il paese si ha l’impressione che la vita non tornerà più in quelle vie. È fuggita per sempre, lontano, in America, per non vedere, non ricordare. Le case, le stalle, i fienili, gli orti: è come se tutto avesse perso il calore, come se tutto fosse diventato di ghiaccio, indifferente, muto, senza voglia di ridere né di piangere.

Mauro Corona, I fantasmi di pietra, Mondadori, Milano, 2006.