Giorno: 24 marzo 2010

RAFFAELE CIRIELLO “VITTIMA DEL TERRORISMO”

«Raffaele è morto mentre stava svolgendo il suo lavoro, aveva scelto di raccontare la verità e gli orrori della guerra attraverso i volti delle persone colpite, i volti delle vittime, i volti dei poveri e della gente comune, un amore per la verità che lo portava anche ad affrontare sacrifici e rischi». Così il vescovo vicario di Milano Erminio De Scalzi ai funerali di Raffaele Ciriello, il fotoreporter ucciso da un tank israeliano mentre filmava dei combattenti palestinesi a Ramallah, il 13 marzo del 2002.

Alle esequie, i suoi colleghi fotografi, per protesta, non fecero scatti nella basilica di San Marco.

Otto anni dopo la sua morte, il Tribunale civile di Milano (decima sezione) lo ha riconosciuto come “vittima del terrorismo internazionale”, con i conseguenti benefici di legge, in favore della vedova e della figlia (di appena 18 mesi alla morte del padre). Il riconoscimento è una novità assoluta per quanto riguarda l’attività dei giornalisti free lance ed è un bel segnale che viene lanciato al mondo della comunicazione (e della politica).

La concessione dei benefici di legge è stata ottenuta dopo una lunga battaglia legale dei familiari di Ciriello. Né Israele ha infatti riconosciuto la propria responsabilità (era in corso un’azione militare e quindi il collega non avrebbe dovuto star lì, secondo le autorità), né l’Italia aveva voluto estendere  ai familiari di Ciriello i benefici delle vittime del terrorismo internazionale. Secondo il Ministero dell’Interno (costituitosi in giudizio contro la richiesta) mancavano sia la riconducibilità dell’evento ad una causale propriamente terroristica, sia la possibilità di invocare i benefici previsti dalla Legge 206 del 2004, in quanto ritenuta applicabile solo per eventi risalenti al massimo al 2003. A questa limitazione, si è rimediato con la Finanziaria 2008, che ha esteso i benefici anche agli eventi verificatisi all’estero e risalenti ad epoca anteriore.

I giudici milanesi hanno applicato anche una recente giurisprudenza che prevede che la “matrice terroristica” di un evento sia configurabile non soltanto di fronte a veri e propri attentati terroristici, ma anche quando le condotte che hanno attinto soggetti incolpevoli siano state comunque compiute nel contesto di conflitti armati di contrasto al terrorismo. E direi che era proprio il caso che ha provocato la morte di Raffaele Ciriello, morto mentre era nell’esercizio del suo lavoro, a soli 43 anni.

 Chi voglia vedere le bellissime foto di Ciriello e il video della sua morte, può cliccare il suo blog, ancora attivo.

 http://www.raffaeleciriello.com/

BALOTELLI E IL CONFLITTO DI INTERESSI

Chiariamo un equivoco. Lui, per parafrasare Mourinho, è un po’ un p…la. Uno che negli ultimi mesi ha ribadito ovunque (dai ragazzi degli Don Gnocchi, ai “miei” studenti di giornalismo della Statale di Milano), che tifa Milan. Secondo i rumors della Pinetina, sarebbe arrivato anche a sbeffeggiare i compagni di squadra, irridendoli per l’avvicinamento in classifica degli odiati cugini. Merita non solo la tribuna, ma il taglio. In qualunque azienda chi tiene per la concorrenza dovrebbe essere invitato ad andarsene (dovrebbe avvenire anche dove lavoro io, a mio modesto avviso).

Ma, come per la Rai, anche per l’Inter pesa il conflitto di interessi che rende il tutto ancora più surreale. Anche in Transnistria il capo del paese controlla gran parte dell’economia privata e anche la principale squadra di calcio (lo Sheriff, gioca anche i preliminari di Champions). Ma quello è uno staterello secessionista non riconosciuto da nessun altro (dove però manderei in gita – anche solo per poche ore – tanti nostalgici dei soviet). In Italia, si sa, Berlusconi è leader della principale forza politica del paese, del principale gruppo televisivo privato, di banche e assicurazioni, case editrici, sale cinematografiche e molte altre cose. È proprietario anche di una delle più importanti squadre di calcio, l’A.C. Milan. Dal 2 gennaio 2005, in base alla legge 215/2004 sul conflitto di interessi ha dovuto lasciare la presidenza della società. Ma come il Napoli per Maradona ha ritirato la maglia numero 10, al Milan hanno ritirato la presidenza. Dopo Berlusconi, il diluvio. Quando leggete sui giornali che «il presidente del Milan ha detto questo o quello», sappiate che in realtà è il proprietario della squadra che parla, non il presidente (esiste solo il vice-presidente, vicario e amministratore delegato, ed è Adriano Galliani). Il tycoon, a giudicare quella norma, «non può ricoprire cariche o uffici o svolgere altre funzioni o anche esercitare compiti di gestioni in società aventi fini di lucro o in attività di rilievi imprenditoriali». Sarà. Anche qualche ora fa, parlando a Telelombardia, quello che impropriamente viene definito premier si è nascosto dietro un dito: «Non dovete chiedere a me, comunque Balotelli ha una faccia simpatica: una faccia rossonera». I ministri rossoneri lo danno al Milan nel mercato estivo.

Sarebbe una nemesi per l’attaccante interista con una passione rossonera. Una passione smodata: quest’anno per due volte è andato a vedere i suoi adorati dalle tribune di San Siro: contro il Novara (vittoria con un misero 2-1) e contro il Manchester (sconfitta per 2-3): un ruolino di marcia da far invidia alla Polverini in curva con la Lazio (sconfitta dal Bari).

Ora si dà il caso che la principale trasmissione giornalistica del gruppo Berlusconi sia Striscia la notizia. Che da due sere a questa parte martella (a colpi di tapiri) la principale squadra avversaria del Cav. ormai quasi raggiunta in classifica. Prima portando una maglia a strisce rossonere a Balotelli (che la indossa tutto divertito) e poi intervistando il presidente del Presidente dell’Inter (lui sì presidente, dal 2006, quando morì Facchetti), Massimo Moratti. Tutto legittimo. Ma fin quando ci sarà il conflitto di interessi, anche un tapiro, anche il grido Forza Milan, sembreranno un sostegno all’ambaradam messo in piede dall’uomo più ricco d’Italia. Lo ha capito persino la curva dell’Inter che stasera inviterà Balotelli a non remare contro la squadra, pur senza citarlo, «perché non vogliamo essere strumentalizzati da nessuno, soprattutto da chi sembra attendere l’occasione giusta per spingere ulteriormente verso la rottura».

La rottura ragionevolmente c’è già stata. Qui, come ai tempi di Cannavaro, si cerca forse di abbassare il più possibile il prezzo di quello che, se usa il neurone, potrebbe diventare un campionissimo (un superlativo che piace al premier…). A Super Mario consigliamo comunque stasera, se non vuol sentir fischi, di andare non a San Siro, ma al Tardini.