Mese: marzo 2010

MORIRE DI CARCERE

Ha dovuto morire per liberarsi definitivamente della sua prigionia. Se ne è andato così Angelo Musolino, cinquantunenne, recluso nel penitenziario di Bergamo, poi ristretto ai domiciliari e morto giovedì 25 marzo all’ospedale di Lecco. Nel maggio del 2009 aveva cominciato ad accusare problemi alla schiena che secondo le prime analisi mediche erano semplicemente dovuti a grumi di grasso o a un lipoma. Invano i suoi legali avevano chiesto approfondimenti. Alla fine del 2009 gli era invece stato diagnosticata una neoplasia polmonare («carcinoma polmonare non a piccole cellule con metastasi, epatopatia cronica HCV correlata”, secondo i medici del San Paolo), ormai inoperabile, che lo ha portato alla morte.

Qualche mese fa Angelo Musolino aveva fatto arrivare al blog http://urladalsilenzio.wordpress.com/ questa lettera: «Chi le scrive è un detenuto di 50 anni fino 20 giorni fa detenuto a Bergamo, ed ora messo agli arresti domiciliari. Circa 18 mesi fa fui sottoposto a visita della tubercolina e 5 giorni dopo mi fu detto che avevo contratto la broncopolmonite e non mi ero neanche accorto se ero acconsenziente a fare una cura a base di vitamine che sarebbe durata 6 o 7 mesi, ma siccome era molto pesante avrei dovuto stare sotto stretto controllo con esami del sangue e via dicendo. Io domandavo sempre alle infermiere e ai dottori come andava; e loro mi rispondevano sempre che se non mi dicevano niente era perché era tutto a posto. Se non che il mese di maggio 2009 mi usciva dalla schiena una pallina come da tennis causandomi dolori atroci. I medici prima mi dicevano che era una palla di grasso, poi un lipoma. Ma, mi creda, sentivo dei dolori atroci, e quando insistevo affinché mi venisse fatta una tac, mi rispondevano che c’erano altri prima di me, Fino a quando dietro insistenza del mio legale, del giudice, fui sottoposto prima di Natale ad una visita di un perito del tribunale di Lecco, dottor Tricomi, che così diceva: non era un lipoma, ma bensì una metastasi tumorale ad un polmone. E dopo due anni di non cure e malasanità si era trasformata in metastasi al lobo destro, carcinoma polmonare, non a piccole cellule, ma con metastasi ovunque, inoperabile. Io ora le chiedo che venga fatta giustizia e mi siano assicurate le migliori cure mediche. E che siano allontanati i signori dottori, che non hanno altro da fare di meglio che giocare a carte nell’infermeria e che paghino tutto il danno a me arrecato, nel caso anche procedendo penalmente. Certo di una sua presta e severa inchiesta, mi metta in condizione di essere curato. Ora mi trovo agli arresti domiciliari nella mia abitazione a Lecco. Prima mi trovavo a Bergamo, e ricoverato d’urgenza al San Paolo (Milano), effettuo chemioterapia presso l’ospedale Manzoni (Lecco). Faccio presente di avere scritto anche ad altri politici. Bastava approfondire gli esami (risonanza, tac, eccetera) nel mese di dicembre 2008, non un anno dopo, e cioè dicembre 2009. Adesso sto morendo. Ho perso 15 kg, non può aiutarmi nessuno per colpa della malasanità all’interno degli istituti penitenziari».
Sul caso, ha presentato un’interrogazione la deputata radicale eletta nelle liste Pd, Rita Bernardini che oggi dichiara: «Probabilmente quella di Angelo Musolino non verrà ricompresa – come tante altre – nel numero delle morti prodotte dal carcere, così da non appesantire le tristi statistiche frutto di un ambiente, quello carcerario, che – a termini di legge – non ha i requisiti minimi di abitabilità e a cui spesso si aggiunge, come in questo caso, la falce della malasanità e della malagiustizia. Angelo Musolino, detenuto in attesa di giudizio, non ha infatti beneficiato di una corretta ed adeguata assistenza sanitaria, il che ha probabilmente reso inevitabile il suo decesso. Sulla vicenda ho depositato qualche settimana fa una interrogazione a risposta scritta chiedendo al Ministro della Giustizia e al Ministro della Salute “quali iniziative intendano assumere per accertare se al signor Musolino sia stato consentito di sottoporsi tempestivamente a visite medico-specialistiche nonché di potersi adeguatamente curare e se nel caso di specie non sia stato negato al detenuto l’inalienabile diritto alla salute che appartiene ad ogni essere umano al di là dei delitti presuntivamente commessi”. Ho inoltre chiesto al Governo “quali iniziative intenda promuovere o adottare, nell’ambito delle proprie competenze, al fine di assicurare che in sede di attuazione del riordino e del trasferimento delle funzioni in materia di sanità penitenziaria, siano tenute in adeguata considerazione le esigenze di assistenza dei detenuti che si trovano nelle condizioni del signor Angelo Musolino”. Al mio atto di sindacato ispettivo i Ministri interrogati non hanno ancora dato alcun tipo di riscontro, eppure dovrebbero sapere che le ripetute e gravi violazioni dei diritti delle persone private della libertà personale costituiscono di per sé una violazione grave e persistente di molte norme costituzionali nonché di tutti i più importanti principi ispiratori del nostro ordinamento giuridico».

Nel 2009 sarebbero morti “di carcere” 172 detenuti. Numeri (e mi fa tristezza persino scrivere questa parola per definire delle persone) non degni di un paese che si definisce civile.

SE LODI DIVENTA UNA ROCCAFORTE ROSSA

“La roccaforte rossa respinge l’assalto del Carroccio” è il demenziale titolo che oggi orna le pagine lombarde del Corriere della sera. Una settimana fa avevano messo la foto di Maurizio Baruffi (Pd), parlando di Luigi Baruffi (Udc e tanti lustri di più dell’ambientalista democratico). Ma quello può essere un errore materiale. Definire invece Lodi una “roccaforte rossa” significa non avere la benché minima idea di cosa sia Lodi e di chi sia il rieletto sindaco Lorenzo Guerini. Per dare un piccolo esempio, il titolista del Corsera avrebbe dovuto semplicemente spulciare l’archivio elettronico del suo giornale, risalendo al 20 settembre 1992. L’articolo è di Diego Scotti e l’articolo si intitola “Lodi, la Dc ha scelto”. Dove la Dc sta per la Democrazia cristiana che da queste parti, prima di scomparire, decideva vita, morte e anche i miracoli. L’articolo di qualche millennio fa in un passaggio recita così: «La scelta di Magrini (Marco, che diventerà sindaco per un anno, prima di morire prematuramente nel 1993, NdR) brucia anche l’ ipotesi che voleva in corsa Lorenzo Guerini, 25 anni, uno dei giovani che si sono affacciati di recente a palazzo Broletto, e che avrebbe potuto rappresentare un volto nuovo nel panorama dc». Dunque l’ottimo Guerini (che da lì a breve poi sarà due volte eletto presidente della neonata Provincia di Lodi) viene dal mondo cattolico e rappresenta nel centro sinistra l’anima popolare (nel senso sturziano del termine). La semplificazione della politica, spinge anche i giornali (e stiamo parlando del Corriere) a sintesi che danno un’idea di massima al lettore distratto ma che risultano ridicole per chi ha un minimo di conoscenza delle cose. Mi immagino nei bar lodigiani i vecchi comunisti ridere al titolo del più autorevole giornale italiano. Guerini peraltro, nella sua roccaforte, è fotografato insieme a un altro “rosso”, Fabrizio Santantonio (nemmeno citato nella dida del Corriere) che con quasi 8mila preferenze entra in consiglio regionale. Il neoeletto pd nella “roccaforte rossa” è un ex Udr. Quando i miei studenti di giornalismo si chiedono perché i giornali vendono sempre meno copie, la risposta va individuata anche in questa superficialità che dovrebbe invece essere tipica del giornalismo televisivo. Se uno ha già visto il Tg ieri sera dovrebbe avere elementi di approfondimento maggiori, per scucire un euro e venti dalle tasche, penso io. Concludo sull’ultima parte del titolo questo “assalto del Carroccio” respinto. In provincia di Lodi lo scorso anno la Lega conquistò la presidenza a scapito del centro sinistra. Quest’anno alle comunali il candidato sconfitto era Pdl, non Lega. Quindi anche questa parte del titolo è errata. L’uomo forte del Carroccio lodigiano, Andrea Gibelli, andrà a fare il vice presidente di Formigoni, ma questa è un’altra storia. Su Lodi, al di là di roccaforti e assalti, la lezione che arriva è una sola. Vincono non i simboli, ma i candidati credibili. Punto. Il titolo giusto avrebbe dovuto essere: Lodi, la città bianca continua a preferire il centro-sinistra.

LA FIGA NON E’ STATA TROMBATA

Considerazioni random sulle amministrative. Ripetendo il mio vecchio mantra che la gente non sbaglia mai quando va a votare. Io ho seguito oggi le elezioni di Lodi: in regione hanno votato tutti Formigoni (Pdl) in comune tutti Guerini (Pd), eletto al primo turno. Avevo monitorato anche le comunali di Sondrio due anni fa: in una valle dove la Lega impera l’ex sindaco Molteni (Pd) aveva vinto senza problemi.

Chi governa il paese pensa che basti mettere una faccia qualsiasi e un simbolo per vincere: non è così. Cinque anni fa, il tanto vituperato Riccardo Sarfatti, con una bella campagna elettorale, aveva finito per arrivare a soli dieci punti dall’inavvicinabile governatore lombardo. Oggi il Celeste batte Penati di 22 punti. 
La gggente non sbaglia anche quando impallina Castelli a Lecco e Brunetta a Venezia, peraltro.

Su quella che Jonghi Lavarini aveva definito “bella figa”, l’igienista dentale Nicole Minetti, rilevo solo che è stata eletta nel listino bloccato di Formigoni. Un listino che è scattato solo a metà per la clamorosa vittoria di Pdl e Lega in Regione. La ragazza (indicata sembra – di persona personalmente – dal Cav.) era al quinto posto in lista, quindi certa della vittoria.

Una che oggettivamente non era una “bella figa” ma che quando sono stato in Abruzzo per il terremoto, mi era sembrata un’ottima amministratrice, è stata invece sonoramente “trombata” (proseguo nell’uso di un linguaggio sessista, tipico della politica). Stefania Pezzopane non sarà più presidente della Provincia dell’Aquila. Ha vinto solo nel capoluogo e magari questo sarà un viatico per il centro sinistra nella città devastata dal terremoto. Spero intanto che le carriole (vero segno di rinascita democratica e dal basso) non si fermino e continuino a lavorare tutte le domeniche (digos o non digos).

Se Nicole Minetti per essere eletta in Regione Lombardia è stata paracadutatadirettamente sugli scranni, chi il suo posto se l’è guadagnato è Renzo Bossi. Il figlio del leader della Lega conquista nel collegio di Brescia 12.893 preferenze, che non sono bruscolini. Se si crede alla volontà popolare non solo quando è favorevole ai propri amici, questa è sicuramente una buona notizia. Il padre ha fatto campagna per lui andando nella città della Leonessa. Ma francamente vedo più nepotismo nelle redazioni dei giornali che in politica. La Lega è peraltro uno dei partiti che investe più sui giovani e questo alla lunga le permetterà di continuare a vincere. Al Pirellone arriva, ad esempio, anche Massimiliano Romeo, assessore monzese, classe 1971.

E infine, se i voti sono importanti, come non segnalare che quasi 4.000 preferenze con le quali i lombardi (seguaci di Di Pietro) hanno mandati sui seggi del consiglio Giulio Cavalli, attore e regista scortato h24 per i suoi spettacoli contro la mafia al Nord? Oggi era l’unico a non lanciarsi nei banchetti post-elettorali. Speriamo mantenga per sempre questo distacco dai riti di una politica che, viste le tante facce nuove, ci auguriamo migliore di prima.

NON VOTO: COMPRENSIBILE MA INUTILE

Molti tra i miei amici non andranno a votare per queste elezioni regionali. Ogni voto, in Italia, da anni e’ ormai diventato politico, uno scontro ideologico, congelato al 1994. Non sono più elezioni, ma una via di mezzo tra un plebiscito e un referendum pro o contro l’uomo più ricco d’Italia. Chi lo ama, va a votare per proseguire un sogno conservatore, che in salsa italiana sa tanto di populismo. In un paese che ha avuto il fascismo, nessuno da nessun palco, può nemmeno salutare col braccio teso.
Chi odia SB va a votare (e a manifestare) sperando nella spallata che faccia cadere “il governo delle destre”. In un sistema bipolare, occorre proporre pero’ agli elettori una ricetta alternativa. Ricetta che al momento manca. O, se c’è, e’ indigesta.
La politica dei due forni per noi cittadini non partitizzati significa rimanere comunque insoddisfatti, qualunque cosa accada. Ognuno poi interpreterà il voto a modo suo. Si parte da un 11-2 per il centro sinistra. Entrambi gli schieramenti esulteranno per un 9-4. Preperandosi alle prossime elezioni.
Un tempo sembravano il mezzo con cui mandare qualcuno a Palazzo. Oggi, per chi sta dentro le istituzioni, sembra ormai precipuamente il fine. I piu’ passano il tempo,fuori, a fare propaganda e, dentro, a convincere i capibastone a farsi ricandidare in buona posizione.
In fila per tre, cantava un rivoluzionario Bennato anni fa, parlando della società nella quale siamo inquadrati.
Non andare a votare non cambia pero’ le cose. Come per l’8 per mille, il non voto e’ ripartito tra i partiti presenti alla competizione.
Una cosa e’ certa. Avessimo il sistema elettorale ucraino anche da noi, milioni di persone metterebbero la x sull’ultima opzione presente sulle schede di Kiev, in fondo all’elenco dei nomi dei candidati: nessuno di tutti questi.