Giorno: 14 febbraio 2010

SUL PONTE SVENTOLAVA BANDIERA ARANCIONE

Spunti per il dibattito all’Ispi sulle elezioni presidenziali ucraine del 15 febbraio 2010. Palazzo Clerici di Milano, ore 17.30.

  1. Tymoshenko dice no alle dimissioni da Primo ministro. Yanukovich sarà costretto a sciogliere la Rada? Al momento lui non ha maggioranza parlamentare (il suo Partito delle Regioni ha 172 deputati su 450, cui può aggiungere i 27 parlamentari comunisti). Ma magari la potrà rastrellare tra i delusi (dal movimento del presidente del parlamento Lytvyn e magari tra Nasha Ukrajna, il partito di Yushenko) . Elezioni politiche anticipate, in un momento di grave crisi economica, sono sconsigliate da tutti (Fmi in testa).
  2. L’80% del gas russo verso l’Europa passa dall’Ucraina. Dopo la guerra del gas, il paese di transito rischia di finire sotto il controllo del paese produttore. Anche per il disinteresse dei paesi acquirenti. Yanukovich spera ora che la Russia rinunci al progetto di gasdotti alternativi North Stream e South Stream. Ma è difficile vada così. La scelta di questi gasdotti (italo-russo-tedeschi) ha più valore geopolitico e geostrategico che economico (anzi è diseconomica)
  3. La Russia fatica a riconoscere l’indipendenza dell’Ucraina. La gestione dell’ambasciatore, inviato solo dopo la fuoriuscita di Yushenko, è lì a dimostrarlo. A proposito: cosa sarebbe accaduto se Yushenko avesse invitato a votare per  la tigre? Il margine di vittoria è stato di soli tre punti percentuali. Ma coi se non si costruisce la storia.
  4. La rivoluzione arancione ha davvero perso? Il fatto che le elezioni siano state definite dall’Ocse “una dimostrazione impressionante di democrazia” mi spinge a dire il contrario. La Novaja ha scritto che “è finita l’epoca della paura della democrazia. Se in Ucraina la democrazia esiste è merito di Yushenko”. Concordo, malgrado la delusione per l’uomo che, come Walesa, è stato bravo a conquistare il potere, ma incapace a gestirlo. E comunque, anche dopo questo voto, l’Ucraina resta decenni avanti alla Russia putiniana (la libertà di parola e di manifestazione qui sono garantite, non solo sulla carta). I due paesi ex sovietici sono testa a testa solo sul fronte corruzione (ma in quest’ambito anche noi italiani siamo in ottima posizione).
  5. L’Occidente (ottemperando al bushismo imperante nel primi anni del decennio) ha puntato a un’alleanza militare con l’Ucraina (e la Georgia) riuscendo nel contempo a irritare l’orso russo senza imbarcare nemmeno questi alleati.  Si è abbandonata (per responsabilità europee) la strada di un avvicinamento politico con questi paesi, sui cui palazzi del potere orgogliosamente sventolano bandiere europee. Insomma, sconfitta su tutta la linea. Putin ha vinto. Lui gioca a scacchi. L’Europa a dama. E ogni sei mesi cambia anche il genio che muove i damoni.
  6. Come scrive giustamente Angelo Panebianco sul Corriere di oggi (“Occidente: comunità atlantica, l’alleanza necessaria) su Obama non si può più fare i conti: «Per esperienza e formazione culturale è uomo lontanissimo dall’Europa. Si ricordi il suo discorso in Normandia del giugno scorso in occasione dell’anniversario del D-Day. Fu impressionante. Obama parlò unicamente del sacrificio dei soldati americani. Non fece quasi cenno all’Europa. Stando a quel discorso, quel pezzo di spaggia avrebbe potuto anche trovarsi in Papuasia. (…) La sua, potremmo dire forzando un po’ le categorie classiche della tradizione americana, è una forma di “jeffersonismo” (l’America deve pensare solo a se stessa e al suo sogno), isolazionista per vocazione anche se globalista per necessità». Se si disinteressa di Parigi, figuriamoci di Kiev!
  7. Fossi nell’Unione europea aprirei nuove trattative con Kiev, che dovrà mantenere – almeno formalmente – le distanze da Mosca. Ora che è apparentemente più vicina ad Oriente che ad Occidente è il momento di stabilire rapporti più chiari e stabili per evitare che l’abbraccio russo finisca per soffocare anche quella parte di paese (il 49,9% che guarda verso noi e che teme la Russia, come ai tempi dell’Urss). L’Ucraina non è diventata Kaliningrad, anche se ora è guidata da chi preferisce parlare il russo rispetto all’ucraino. Era e rimane un grande paese europeo. Anche se è oltre il muro di Schengen.
  8. Ultimo spunto. Gli elettori (che difficilmente sbagliano) hanno votato Yanukovich non perché fosse il miglior candidato possibile, ma perché non si sono fidati dell’alternativa rappresentata dalla Tymoshenko. È lo stesso principio per cui, in Italia, votano Silvio Berlusconi.