Yukos

Paolo Scaroni

L’Eni dopo Scaroni: che ne sarà della liaison con la Russia di Putin?

Finisce dopo 9 anni la gestione di Eni da parte di Paolo Scaroni. Messo lì da Berlusconi (i rapporti tra i due sono molto buoni: l’ex cavaliere anni fa gli ha regalato un piccolo pacchetto di azioni del Milan) non era mai stato sostituito nemmeno dai governi di centro-sinistra.

L’asse creata dall’Eni di Scaroni con la Russia di Putin ha infatti sempre trovato un appoggio bipartisan. Berlusconi è da immemore tempo uno dei migliori alleati dell’uomo forte del Cremlino. E il primo viaggio di Bersani da ministro per lo Sviluppo economico fu proprio a San Pietroburgo, con Eni ed Enel.

Le due società statali italiane hanno partecipato, proprio in quegli anni, all’asta seguita all’esproprio delle azioni della Yukos, la società di Khodorkovskij fatta fallire perché l’oligarca non aveva piegato la testa davanti a Putin. Comprando pacchetti azionari e poi rivendendoli a Gazprom, il potente braccio gassoso dell’armata putiniana.

Ora arriva alla guida di Eni  (alla presidenza) Emma Marceglia. Ricordo che quando, come presidente di Confindustria, organizzò un viaggio a Mosca, Annaviva scrisse a lei e a una serie di imprenditori (in partenza per fare affari nell’ex terra dei Soviet) una lettera aperta, ricordando loro quel che succedeva ad alcuni loro colleghi, come Khodorkovskij e Lebedev.

La lettera non ebbe risposta.

Ad maiora

#turismoresponsabile Annaviva nell’orfanotrofio di Khodorkovsky

Quando una grande delegazione di Confindustria andò a Mosca mandammo una lettera ricordando come, da queste parti, la libertà di impresa è garantita solo se affine al partito al potere. Ricordando il caso di Mikhail Khodorkovsky, imprenditore, da anni nelle celle russe, ufficialmente per frode. In realtà perché non ha piegato la testa davanti a Putin.
Venimmo ignorati. Gli affari sono affari.
Annaviva ha deciso, in questo viaggio moscovita di turismo responsabile, di andare a trovare i genitori dell’ex oligarca. Che non sono due pensionati qualsiasi.
Su mandato del figlio gestiscono infatti un orfanotrofio fuori Mosca. Secondo i progetti dell’imprenditore il posto avrebbe dovuto accogliere 1000 bambini. Il suo arresto ha limitato a meno di duecento il bacino.
Yukos, la società di Khodorkovsky, è stata fagocitata dal regime russo. Al banchetto hanno partecipato anche Enel ed Eni. Peccato perché la figura di questo magnate ricorda quella di Mattei.
Questa attenzione al sociale mi ha fatto venire in mente un liberale come Adriano Olivetti.
In questi due video, la mamma di Khodorkovsky spiega come è nato l’orfanotrofio (che qui chiamano liceo) e il direttore spiega quali e quanti bimbi ospita.

Annaviva continuerà a mobilitarsi per la liberazione di Mikhail Khodorkovsky, prigioniero politico della Russia di Putin.
Ad maiora

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KHODORKOVSKIJ CONDANNATO. COME CHIESTO DA PUTIN.

La condanna giudiziaria è arrivata solo questa mattina, ma di fatto era stata preceduta da quella politica. E in un Paese dove la separazione dei poteri tarda ancora ad arrivare, il segnale era stato inequivoco: “Io credo che un ladro debba stare in prigione” aveva detto Putin  nella conferenza stampa di fine anno.

L’ex oligarca Mikhail Khodorkovskij e il suo socio Platoon Lebedev sono stati così riconosciuti colpevoli di furto di petrolio, di appropriazione indebita. Di 218 milioni di tonnellate di petrolio. Che avrebbero sottratto tramite la società petrolifera che guidavano, la Yukos.

L’accusa ha chiesto di condannarli a 14 anni di campo di lavoro. I due erano già in cella dal 2003 e sarebbero usciti dal carcere il prossimo anno. Il nuovo processo e la nuova condanna escludono, per il momento, questa ipotesi.

I giornali hanno parlato di un possibile scambio tra Usa e Russia nelle prossime settimane. Da una parte della bilancia ci sarebbe appunto Khodorkovskij. Dall’altra il trafficante d’armi russo Viktor Bout (ex capo del Kgb, estradato negli Stati Uniti malgrado l’opposizione di Mosca che evidentemente teme racconti segreti inconfessabili). Per ora si tratta di voci.

Khodorkovskij passerà anche il Natale ortodosso in cella. La difesa ha annunciato appello alla sentenza (in aula sono stati ammessi solo pochi giornalisti, gli altri sono stati allontanati).

Il magnate è uno dei tanti ex giovani del Komsomol che si è arricchito durante le privatizzazioni selvagge dell’era putiniana. Non è l’unico ad essersi opposto al potere di Putin. Berezovskij, un tempo sodale del presidente Eltsin e grande elettore di Putin, è riparato a Londra da anni e vive circondato dai gorilla. Altri sono fuggiti in Israele o Canada.

Khodorkovskij ha però deciso invece di non abbandonare il Paese, di sfidare Putin, appoggiando l’opposizione. Forse anche di diventare una vittima del sistema. Che lo sta accontentando.

La sua azienda (comprata per pochi soldi, ma trasformata in una società moderna con bilancio trasparente), dopo l’arresto è stata, de facto, nazionalizzata. I suoi asset principali sono stati messi all’asta. Non potendo passarli subito alla superpotenza Gazprom è stata bandita una gara internazionale. Vinta da Eni ed Enel (ai tempi del governo Prodi). Le due aziende statali italiane hanno poi rivenduto (ai tempi dell’attuale governo Berlusconi) quegli asset ai russi.

Ad maiora.

FIRMATE L’APPELLO A MEDVEDEV PER KHODORKOVSKIJ

Mikhail Khodorkovsky (Il magnate del petrolio del gruppo Yukos, e grande oppositore di Vladimir Putin ) e Platon Lebedev (suo socio in affari) hanno trascorso gli ultimi 7 anni in carcere. Stanno scontando una pena per presunti reati economici e fiscali.

Dovevano essere rilasciati nel 2011, ma le autorità russe hanno pensato che la condanna fosse troppo breve! Così hanno istruito un secondo processo al quale ha fatto seguito una nuova imputazione: non solo non avrebbero pagato le tasse sul petrolio, come recita la sentenza per frode ed evasione fiscale emessa nel 2003, ma avrebbero sottratto quel petrolio alla Yukos.

Il 22 ottobre 2010 la Procura ha chiesto per i due imputati altri 14 anni di reclusione per i reati di riciclaggio e appropriazione indebita.

La sentenza è attesa per il 15 dicembre.

Non c’è nessuna speranza di ottenere un verdetto che rispetti giustizia e legalità. Ma noi, gente del mondo, possiamo porre fine a questa persecuzione!

È nel potere del presidente della Federazione Russa Dmitrij Medvedev bloccare quest’azione di accanimento giudiziario, per questo l’associazione AnnaViva, in sostegno al comitato Free Khodorkovskij, lo esorta a dimostrare il suo coraggio liberando Mikhail Khodorkovsky, Platon Lebedev e gli altri imputati dichiarati colpevoli e condannati nel caso Yukos.

Alla luce dei fatti invitiamo la società civile tutta a firmare l’appello presente sul sito http://www.free-khodorkovsky.com/ e rivolto al presidente della Federazione Russa.

C’è tempo fino al 13 dicembre 2010. Tutte le cartoline pervenute entro questa data saranno stampate e consegnate agli uffici d’amministrazione del presidente Medvedev.

Ad maiora

www.annaviva.com

NON E’ L’11 SETTEMBRE. E’ L’EPIFANIA!

Che il re fosse nudo, chi scrive e gli amici di Annaviva, l’avevano detto ben prima che l’imperatore uscisse dal suo castello di Arcore e che il sito Wikileaks pubblicasse documenti riservati delle ambasciate a stelle e strisce.

Che il rapporto tra il presidente del consiglio italiano e quello russo fossero pericolosi era sotto gli occhi di tutti. Quanti, a destra come a sinistra, in queste ore si stracciano le vesti avrebbero fatto bene a parlare prima. Perché, come per i rapporti col dittatore libico, anche quelli col regime putiniano sono stati avallati anche da coloro che oggi sono all’opposizione. Questo non va dimenticato. Eccezion fatta per l’Ucd di Casini e per i radicali, la gran parte delle scelte energetiche messe sott’accusa dagli americani, risultavano discutibili fin dalle loro premesse.

Che l’alleanza Eni-Gazprom avrebbe ridotto le nostre possibilità di manovra era evidente. Eppure, malgrado l’Unione europea lavorasse per evitare che i russi fossero l’unico referente nella compravendita del gas, noi italiani abbiamo fatto da Cavallo di Troia. Ci hanno poi seguito i tedeschi (col nuovo gasdotto a nord) e i francesi (entrati ora in quello, costruendo, a sud- a scapito nostro, peraltro che non siamo neanche soci paritari ora, a differenza del passato).

Ma se l’Europa fosse stata unita, tutto questo non sarebbe successo. E invece, comanda chi vende e non chi compra. Perché tratta con 27 interlocutori anziché con uno solo.

La domanda peraltro che, come Annaviva, continuiamo  a porre è prettamente nazionale, che non riguarda gli interessi americani, e nemmeno quelli europoi. Ma di quanti abitano nel Bel Paese.

Posto che l’Eni è una società quotata in Borsa ma che è, grazie alla golden share, nel pieno controllo della Repubblica Italiana, quale vantaggio hanno ottenuto i cittadini di tale Repubblica da questi accordi con in russi?

Paghiamo meno il gas? Non mi pare. Abbiamo rifornimenti più stabili, non avendo centrali? Vero. Ma nessuno dei cervelloni aveva previsto che il prezzo del gas liquefatto sarebbe sceso così tanto, avendo gli Usa trovato nuovi giacimenti gasiferi (o meglio altre, moderne tecnologie di estrazione)?

Non sarebbe stato meglio fin dall’inizio, liberalizzare la rete del gas, come è avvenuto per quella elettrica?

E, cambiando settore, ma tenendo liinquadratura sul Cane a sei zampe: paghiamo meno la benzina all’ex Agip? Mi pare il contrario.

Che paese è quello che si accontenta delle tesserine sconto di You&Eni?

Gli accordi italo-russi sulla Yukos di Khodorkovskij, avviati durante il governo Prodi e portati a termine con Berlusconi, sono lì a raccontare ben più di quanto i file di Assange rivelino.

Ad maiora

BERSANI:”IL PROBLEMA NON E’ CHE VA IN RUSSIA. MA CHE POI TORNI”

Pierluigi Bersani ieri era alla Festa democratica milanese. Sala piena, maxischermo anche fuori, per permettere a quanti non sono riusciti a stare sotto il tendone di seguire l’intervento.

Ha scaldato la platea parlando di ‘Italtel, di come il governo ha affrontato la crisi, della Lega (“Non ci parlino più di Roma ladrona fino a quando reggono il sacco a quattro ladroni di Roma), di SB (veltronianamente mai citato, ma chiamato “il miliardario”), di Cuffaro (“Diventerà il governo Bossi-Cuffaro”), di Veltroni (“Non possiamo fare un congresso alla settimana”), di riforme (“Si possono fare con la democrazia, non con il populismo e i sondaggi”), di Alitalia (“L’Italia avrebbe potuto entrare nel board di un nuovo vettore europeo e invece si è scelto di fare la nuova Airone”), di Boeri (“Avevamo il diritto di fare una scelta, di indicare un progetto”), del Partito del Predellino (“Si è ribaltato alla prima curva”) e via dicendo.

La mia attenzione si è però soffermata sulla domanda che il collega di Repubblica che moderava la serata gli ha posto sulla politica estera, uno dei temi che mi appassiona ma sui quali, oggettivamente, non si basa la campagna elettorale perenne nella quale si dibatte il nostro periferico Paese.

La vicenda Gheddafi, il segretario del Pd la spiega come frutto della “politica personalistica” che Berlusconi fa anche in politica estera, con le “relazioni speciali che lo portano verso paesi dove non c’è l’opinione pubblica”.

Provi ad andare in Francia e in Inghilterra a fare quel che fa in Russia, dice Bersani. Che sulle visite di SB da Putin se la cava con una battuta: “Il problema non è che va in Russia. Il problema è che poi torna”.

Ovvia propaganda. Sulla quale obietto solo su due punti. L’accordo italo-libico, grazie al quale Gheddafi può non solo fare lo sbruffone a Roma (invitando alla conversione islamica dell’Europa) ma addirittura sparare con nostri navi militari su nostri pescherecci, in acque internazionali, è stato votato anche dal Pd. Salvo tre deputati dissidenti e la pattuglia radicale.

Seconda obiezione. Con Putin, gli accordi li ha stretti anche  il centro sinistra. Bersani e Prodi, come primo viaggio all’estero dell’ultimo esecutivo non berlusconiano, andarono a San Pietroburgo a firmare contratti con Gazprom. E sotto il cappello prodian-bersaniano, Eni ed Enel acquisirono gli asset di Yukos, società fatta fallire per motivi politici dal regime putiniano. Asset che, con Berlusconi (e Scaroni, che rimane al suo posto qualunque governo governi) sono tornati nelle sicure mani russe (in una delle tante gite sulla battigia di Soci).

Su questo fronte, i laburisti inglesi potrebbero forse dare qualche dritta ai loro amici italiani.

Ma dimenticavo, qui non si discute di politica estera.

Ad maiora.

KHODORKOVSKIJ SI APPELLA AI TORIES INGLESI

 

Mentre sta per essere condannato ad altri 20 anni di carcere, Mikhail Khodorkovskij si appella al premier inglese David Cameron perché il Regno Unito continui a basare i suoi rapporti con il Cremlino sui diritti umani e non sugli idrocarburi.

Dubito che i Tories, malgrado l’alleanza coi liberali, lo staranno ad ascoltare. Con Blair prima e Gordon Brown dopo, ai tempi dei laburisti al potere, le relazioni anglo-russe sono scese ai minimi storici. Londra (che su questo è avanti mille anni luce dal Bel Paese) ha offerto asilo politico a oligarchi finiti nel mirino di Putin e a leader ceceni. Ma anche ad ex agenti del Kgb, come Litvinenko. Divenuto cittadino britannico venne liquidato col Polonio. Per Scotland Yard avvelenato da Lugovoi che siede, impunito, alla Duma, la Camera bassa della Federazione Russa.

Ma il tempo lenisce le ferite e soprattutto Londra non vuole perdere la corsa ai petrorubli e vuole mettersi sulla scia di Roma, Berlino e Parigi.

Mikhail Khodorkovskij, ex padrone della Yukos (sulle cui spoglie banchettarono anche Eni ed Enel), già uomo più ricco della Russia, finito in cella dal 2003 per reati fiscali dopo aver deciso di finanziare l’opposizione liberale antiputiniana, ha scritto sull’Observer un appello a Cameron: ricordati dei diritti umani prima di stringere nuove alleanze pragmatiche con Mosca, poni delle “condizioni di principio” su democrazia, le libertà civili e i diritti civili.

Scrive Khodorkovskij: “Io, come un prigioniero politico russo, sarei felice se la Gran Bretagna capisse il destino di 150 milioni di persone forti, capaci e di talento, che sono alla ricerca di una via d’uscita dal buio del totalitarismo, verso la luce della libertà. Voglio credere e sperare che nel processo di ri-stabilimento delle relazioni con la Russia, David Cameron e il popolo britannico restino fermamente dalla parte della democrazia, e offrano ai russi non solo vantaggi economici reciproci, ma un’interazione basata su chiare norme trasparenti”.
Chissà se il ministro degli esteri inglese, il conservatore Willian Hague, ascolterà queste parole nel suo viaggio a Mosca. Il fatto che scelga quella meta come prima tappa della sua missione fuori dai confini patrii (peggio di un leader ucraino filo-russo) mi fa pensare il contrario.
Ad maiora.