Unione europea

Condanne a morte in Bielorussia? E chi se ne frega

Dall’ultima dittatura d’Europa arriva questa mattina la notizia della seconda condanna a morte eseguita in Bielorussia per l’attentato alla metropolitana di Minsk che costò la vita, l’11 aprile di un anno fa, a 15 persone.

A nulla sono servite le pressioni dell’Unione europea e delle organizzazioni per i diritti umani che avevano chiesto a Lukashenko di sospendere le condanne a morte. Tra i 15 stati emersi dal crollo dell’Urss, la Bielorussia è l’unica che continua con le uccisioni di Stato.

I risvolti e le motivazioni dell’attentato non furono peraltro mai chiariti. Le opposizioni hanno sempre sospettato fosse un complotto (in stile siriano per intendersi) per stringere ancora di più le maglie del regime.

Ieri è stato “giustiziato” Vladislav Kovalev. Oggi la tv di stato ha annunciato l’esecuzione anche del suo amico Dimitri Kanavalau.

C’è da dire che la stampa italiana in edicola questa mattina ha superato sé stessa, quanto a provincialismo e disinteresse.

Questo lo spazio dedicato all’esecuzione in Bielorussia di ieri:

Il Giornale: righe 0

Il Fatto: 0

Il Corriere della sera: 0

La Repubblica : 0

Il Sole 24 ore: 0

Il Giorno: 0

Vedremo se domani si accorgeranno della duplice esecuzione.

Ad maiora.

Leggi omofobe di San Pietroburgo. Interviene il Parlamento europeo

Il Parlamento europeo ha denunciato oggi le leggi omofobe approvate nei giorni scorsi, in seconda battuta, dal Parlamento locale di San Pietroburgo:

http://www.pinknews.co.uk/2012/02/16/european-parliament-denounces-russias-gay-propaganda-laws/

Le leggi sono state denunciate dalle organizzazioni LGBT e quelle di difesa dei diritti umani:

http://www.pinknews.co.uk/2012/02/08/st-petersburg-anti-gay-law-passes-second-reading/

Verrà vietato non solo il gay pride ma anche qualunque pubblicazione che parli di omosessualità:

http://www.certidiritti.it/san-pietroburgo-approva-legge-omofoba-certi-diritti-chiede-intervento-ministro-esteri-e-consiglio-deuropa

Simpaticamente, nei giorni scorsi, è comparsa la notizia che uno steward gay dell’Aeroflot sarebbe stato indotto a contrarre matrimonio:

http://www.pinknews.co.uk/2012/01/30/gay-aeroflot-steward-forced-to-marry-woman/

Ad maiora

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Persino la Ue si accorge che qualcosa non va in Russia

L’Unione europea si accorge che qualcosa non va nelle procedure elettorali russe.
In vista delle presidenziali del 4 marzo Catherine Ashton, rappresentante per la politica estera della Ue, ha chiesto “alle autorità competenti di rivedere con urgenza la decisione di non registrare la candidatura di Grigirij Javlinskij”.
Il fondatore del partito liberale russo (Jabloko) si è infatti visto respingere parte delle due milioni di firme necessarie per poter sfidare zar Putin.
A detta degli esponenti di Jabloko – ma non solo – si tratta di una “decisione politica”.
Anche l’Unione europea non ha preso bene la decisione, dopo le accuse di brogli nelle ultime elezioni politiche. Putin sta disperatamente cercando di evitare un ballottaggio che ne minerebbe soprattutto l’immagine.
Sabato a Mosca ci sarà una manifestazione dell’opposizione. A giudizio della Ashton, ancora più partecipata delle precedenti.
Per sostenere il movimento democratico russo, Annaviva sabato sarà in piazza a Milano.
Ecco il comunicato dell’associazione.
Ad maiora.

…………….

A Mosca l’opposizione scende di nuovo in piazza contro il regime putiniano.
E AnnaViva organizza un nuovo presidio a Milano. Di solidarietà con i democratici russi.

4 FEBBRAIO 2012
ORE 11
MOSCA CHIAMA- MILANO RISPONDE
PRESIDIO SOTTO LA BANDIERA RUSSA PER L’EXPO
VIA DANTE 12
MILANO

Dopo le oceaniche manifestazioni, le opposizioni russe (tornare unite) tornano a chiedere elezioni libere e democratiche nella Federazione.
A pochi mesi dalle elezioni, per il Parlamento, considerate irregolari di dicembre, la Russia torna infatti a votare il 4 marzo per le presidenziali.
Per Putin, per il suo orgoglio da leader della “verticale del potere”,anche andare al ballottaggio, sarebbe uno smacco.
AnnaViva con questo presidio esprime la sua vicinanza alle opposizioni russe. Chiede l’immediata scarcerazione di Khodorkovskij e degli altri dissidenti, finiti in cella per ragioni politiche.
Spera che per una volta sia data davvero la voce al popolo. Senza brogli elettorali.

Vi aspettiamo in via Dante!

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LA DISUNIONE EUROPEA DI FRONTE ALLA DISUNITA UCRAINA

Distratta come è ovvio da quel che accade nel Mediterraneo, la (dis)Unione europea non starà badando molto a quel che accade in uno dei suoi vicini orientali di casa: l’Ucraina.
Qui da un lato si è avviato un processo post-sovietico contro l’ex primo ministro Julia Timoshenko, alla sbarra per aver firmato un accordo svantaggioso sul gas con Putin (ma soprattutto per aver eliminato gli oligarchi che facevano da filtro – guadagnandoci come un Lavitola qualunque- tra Gazprom e Naftogaz) e mandata in cella per oltraggio alla corte.
Dall’altro il presidente filo-russo Janukovich prova ad aprire all’Unione europea, scrivendo un libro in inglese e spingendo Alexandr Motyl di World Affairs a parlare di “Ukraine’s Orange Blues”:

http://www.worldaffairsjournal.org/new/blogs/motyl/Yanukovych_Turns_West

Basta leggere i primi commenti al post per rendersi conto della strumentalità della proposta da parte di chi ha “svenduto la sovranità” mantenendo la flotta russa in Crimea (sempre per via del gas, ossia per avere un sostanzioso sconto).
Ma non è comunque la prima volta che, anche dal fronte del Partito delle Regioni ora al governo, arrivano aperture verso Bruxelles. L’asse tra Mosca, Berlino e Roma (cui ora si è aggiunta Parigi) continua pervicacemente a costruire o progettare gasdotti (Nord e South Stream) che hanno il compito di tagliar fuori l’Ucraina (e la Bielorussia) dal tragitto del metano verso l’Europa.
Se a Bruxelles qualcuno fosse ancora interessato a un minimo di indipendenza della politica estera (ed energetica, che – come si vede in Libia- sono ormai la stessa cosa) sia da Mosca che da Washington forse sarebbe il caso che desse ascolto a Janukovich. Chiedendo magari in cambio di un’apertura di credito, più democrazia (e meno processi politici).
A volte è infatti più facile farsi capire da chi è apparentemente lontano, da chi apparentemente la pensa come noi.
Ma questo significherebbe avere una strategia europea. Un ossimoro, al momento.
Ad maiora

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MALTA NON E’ UN’ISOLA PER MIGRANTI

L’inesistenza dell’Unione europea si misura, oltre che a Lampedusa e a Ventimiglia, anche a Malta.

Il ministro degli Esteri italiano Frattini ha annunciato un’azione diplomatica di protesta contro le autorità de La Valletta che, per l’ennesima volta, si sono rifiutate di soccorrere un barcone di migranti che rischiava di affondare. Questa volta, l’intervento delle navi italiane ha impedito il naufragio. Ma purtroppo nel passato non sempre è andata così.

Per capire qual è la vita degli immigrati a Malta, si guardi questo bel video realizzato dai giovani giornalisti di Padova, presentato all’Alpi:

http://www.youtube.com/watch?v=snVEzHh_baM

Chiunque sia stato a Malta – per lavoro o in vacanza – sa che lì il verde praticamente non esiste e che ci sono case una sopra l’altra. Dovrebbe essere qualche autorità superiore ad aiutare le autorità maltesi a gestire il flusso di migranti. Questo comunque non gustifica le condizioni in cui vengono tenuti i migranti, né tantomeno il mancato soccorso alle navi in difficoltà, in base a regole che risalgono alla notte dei tempi.

Oggi comunque il governo di Malta ha risposto a Frattini dicendo di “aver aderito a tutti i doveri internazionali”. Ma intervengono anche i gesuiti maltesi. Padre Joseph Cassar ha ricordato: “Sulle nostre coste sono sbarcate finora oltre 1.100 persone. E’ come se in Italia fossero arrivati oltre 130 mila immigrati”. Aggiungendo: “Malta ha soltanto sei milioni di abitanti e deve affrontare un’emergenza molto più consistente rispetto a quella dell’Italia, che rimane un paese avanzato con 60 milioni di abitanti, un Paese del G8 che dovrebbe essere in grado di gestire questi flussi ridotti di immigrati”.

Ridotti forse è un aggettivo sbagliato, visto che l’anno scorso sono arrivato 200 tunini e oggi 20 mila. 

Sta di fatto che, mentre Bruxelles dorme (per non parlare dell’Onu) i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo fanno un gioco che quassù in Alta Italia si chiama ciapa no.

Ad maiora

SE IL MILLENNIO HA ANCORA DEGLI OBIETTIVI

Gli Obiettivi del Millennio non sembrano un tema in grado di interessare il sistema dei media nostrani. Eppure le tematiche che vengono sollevate dovrebbero riguardare tutti noi. Ma siamo ormai abituati a ragionare day by day, per spot. E quindi degli impegni presi nel 2000 ci sembrano cose della preistoria.

E invece quegli otto obiettivi sono più che mai attuali. Anzi, come è stato evidenziato durante l’incontro organizzato (allo IED di Milano) dal Fondo Provinciale milanese per la Cooperazione internazionale, la crisi li rende sempre più pressanti.

La Provincia di Milano (rappresenta tata da Pietro Accame), pur essendo cambiata la maggioranza politica, ha mantenuto il proprio impegno in questo organismo che si occupa di cooperazione decentrata. Non è cosa da poco se è vero che alcuni comuni che fanno parte del Fondo lo fanno con meno entusiasmo di altri perché l’adesione era stata data dalla precedente amministrazione (anche dello stesso colore politico, peraltro).

L’europarlamentare Patrizia Toia si è impegnata a portare il modello individuato nel milanese anche a livello europeo. Perché gli Obiettivi possono aver successo solo se sono condivisi. E in questo senso, il ruolo degli enti locali è fondamentale. L’esponente del Pd ha ricordato come “la crisi fa crescere la povertà e quindi aumentare i costi per sradicare la povertà” che è il primo degli 8 obiettivi.

Giovanni Urro, assessore di Sesto San Giovanni e vice presidente del Fondo, ha spiegato quel che si sta facendo per far vivere l’Europa ai cittadini e per allargare a più scuole possibili la sensibilizzazione sugli Obiettivi del Millennio. Sottolineando che la riduzione della Geografia a scuola mina anche questo tipo di attività. Lele Pinardi, Presidente di CoLomba (network di ong lombarde) ha preso al balzo il tema scuola e ha invitato tutti a mettere in rete le esperienza fatte negli istituti, facendo cooperare le reti. E ha ribadito l’appello perché il 2015 a Milano si tenga anche un Expo dei popoli: http://www.onglombardia.org/public/per%20un%20EXPO%20Dei%20popoli.pdf.

Infine Marina Ponti, responsabile Europa della campagna sugli Obiettivi del Millennio ha ricordato, parlando anche delle recenti rivolte in Nord Africa, che è fondamentale la collaborazione delle popolazioni locali e che i progetti di cooperazione funzionano meglio dove la stampa è libera. Nei Paesi in cui è invece sottoposta a controllo non può denunciare la corruzione, con i risultati che sappiamo.

L’Italia, ha comunque ricordato la Ponti, è fanalino di coda dell’Unione europea per i fondi destinati alla cooperazione. E rallenta in questo modo tutta la Ue.

Se ora, aggiungo io, non si farà l’autostrada per compiacere il dittatore libico, si potranno magari sfruttare quei fondi per opere più meritorie.
Ad maiora.

TURCHIA, IN CELLA GIORNALISTI D’OPPOSIZIONE

Sono state formalizzate nella notte le accuse contro cinque giornalisti turchi arrestati giovedì a Istanbul con l’accusa di aver partecipato a un presunto complotto contro il governo islamico-conservatore di Erdogan. Un sesto collega era stato rilasciato poche ore dopo il fermo.

Dopo le proteste di Unione europea, Stati Uniti e organizzazioni dei diritti umani le autorità turche si sono affrettate a precisare che gli arresti dei giornalisti non sono legati al loro lavoro: “L’indagine non riguarda le opinioni o i libri che sono stati scritti” è scritto in un comunicato ufficiale della procura.  

Sarà. Ma non è certo un caso che i colleghi arrestati siano noti per le loro critiche al regime. Il sito cui lavorano molti degli arrestati è questo: http://www.odatv.com/

Reporter senza frontiere ha chiesto la loro immediata liberazione: http://en.rsf.org/turquie-wave-of-searches-and-arrests-of-04-03-2011,39673.html

L’inchiesta giudiziaria riguarda il caso Ergenekon, un complotto col quale si sarebbe tentato – anche con un golpe militare – di mettere fuori legge il partito al governo. 400 le persone coinvolte. 

Secondo l’opposizione, l’inchiesta giudiziaria è finalizzata soltanto a eliminare ogni voce di dissenso nel Paese.

Il primo ministro Erdogan ha negato ingerenze del governo sull’azione della magistratura mentre il presidente Abdullah Gul si è detto “preoccupato” per quanto sta accadendo: “Tutto ciò – ha dichiarato in un’intervista – getta un’ombra sul livello già raggiunto dalla Turchia e sulla sua immagine”.

 Nelle carceri turche sarebbero attualmente imprigionati 61 giornalisti.

Ad maiora.