Stalin

Domani alle 18 la presentazione del libro di Massimo Ceresa

la copertina del libro
Domani, giovedì 3 ottobre, alle 18, all’Ostello Bello di Milano (via Medici 4) presento con Massimo Bonfatti di Mondo in cammino il nuovo romanzo di Massimo Ceresa, “Sopravvivere nella Russia di Stalin e Putin”. L’iniziativa è organizzata a Annaviva , associazione della quale Massimo è socio fondatore.
Il romanzo racconta la storia di una famiglia che finisce nei guai nella Russia di Putin. E gli intrecci della storia portano questa vicenda a riallacciarsi a una vicenda di epoca staliniana.
Tra le due fasi, si legge e capisce nel libro, cambiano i sistemi, ma non la filosofia di fondo.
Ceresa (che devolve gli incassi del libro a Mondo in cammino e Annaviva) cerca di spiegare, attraverso il racconto di una famiglia, la storia di quell’enorme paese che è la Russia.
Un libro (Infinito eizioni) da leggere e su cui riflettere.
Ne parliamo domani.
Vi aspetto.
Ad maiora

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Massimo Ceresa
Sopravvivere alla Russia di Stalin e Putin
Infinito edizioni
Pagg. 93
Euro: 10

La mia Mosca, tra Anna e Piero

Sempre 1937Ripubblico gli “appunti moscoviti” scritti dopo il viaggio russo di Annaviva nell’agosto del 2008.

Ad maiora

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Cosa mi ha impressionato di più di questa “gita” a Mosca di Annaviva nell’ambito di questa campagna di “turismo responsabile” che  abbiamo lanciato? Non è facile a dirsi.

Forse la scrivania di Anna Politkovskaja alla “Novaja Gazeta”. Lì ne ho percepito l’assenza, il vuoto incolmabile. Forse più lì che al cimitero dove pure un foglio di marmo bianco con cinque buchi (a rappresentare i 5 colpi di pistola che credevano di farla tacere per sempre, non pensando che la sua morte avrebbe reso immortali i suoi scritti) orna la sua tomba, accompagnata da una foto in cui Anna sorride.

Un cimitero davvero bello anche se fuori mano (capolinea del metrò viola e pullman per raggiungerlo), pieno di tombe di militari o ex militari. Quegli stessi con cui Anna discuteva da viva e chissà, magari discute anche da morta.

La redazione della Novaja ha una sorta di museo all’ingresso. Foto di caduti, monitori di colleghi uccisi. È la redazione di un paese che nell’indifferenza esterna (e interna)  che ha dichiarato guerra alla libertà di stampa.  E anche alla libertà di manifestare. Il 31 di ogni mese le opposizioni manifestano per chiedere la difesa dell’articolo 31 della costituzione della Federazione russa. Lo chiamano il “rally delle opposizioni”. Ed è proprio un rally nella burocrazia neo sovietica del comune di Mosca che ogni volta vieta la manifestazione con motivazioni risibili.  Il 31 agosto piazza Triumfal’naja era stata assegnata già a dieciciclistidieci che si sono esibiti in mezzo a un esercito di polizia, di forze speciali, di telecamere e fotografi e qualche decina di manifestanti. 80 dicono gli organizzatori e non mi parte fossero di più. 80 (molti dei quali giovani e anziani dei NazBol, i Nazional Bolscevichi)  comunque coraggiosissimi, pronti ad essere arrestati in malo modo da omoni vestiti in mimetica solo se perché sollevavano un cartello o cantavano provocatoriamente in faccia agli uomini in divisa.  Nel complesso sembrava una manifestazione nel cortile centrale di un carcere. Mi ha ricordato il centro di San  Vittore, quando viene l’arcivescovo in visita. Le braccia protese dei detenuti si mischiano e faticano a toccare il prelato. Gli agenti della polizia penitenziaria italiana comunque si comportano molto meglio coi detenuti che gli Omon con i manifestanti non autorizzati (ieri l’Altra Russia, qualche tempo fa il gay pride vietato dall’omofobo sindaco di Mosca).

Quando Berlusconi dice che quelli che scendono in piazza contro il suo amico Putin sono solo pochi esagitati, dovrebbe farsi un giro a Mosca in un 31 del mese. Mettersi in un bar di fronte a dove si schierano migliaia di agenti non per reprimere un corteo di hezbollah armati, ma per qualche decina di pacifici manifestanti . E’ una lezione di democrazia quella che ci han fornito quei pochi manifestanti, molti dei quali comunisti. Ed è stato molto divertente e istruttivo inviare su twitter le foto dei numerosi arresti che mi sono capitati sotto l’Iphone. Il telefonino è di fatto una redazione ambulante, necessario direi per chiunque non voglia fare il giornalista impaludato in attesa di indicazioni e censure dai capi e di veline  e comunicati stampa.

La visita al mausoleo di Lenin è sempre istruttiva. Coi suoi soldatini che ti invitano al silenzio e a star poco di fronte al padre di tutto  questo disastro che, come si vede, non è finito con la fine dell’Unione sovietica. Non una scritta marxista-leninista, non un simbolo di falce e martello è stato tolto nel paese che piace tanto al nostro primo ministro. Nelle metropolitane in questi giorni, per completare l’opera, hanno anche riesumato vecchie scritte di Stalin. In fondo la missione dell’agente Putin prosegue senza sosta. E sono pochi i russi che si lamentano. Non c’è l’abitudine. Nemmeno quando Stalin fece abbattere la cattedrale di Cristo Salvatore (ora ricostruita).  Sulla vicenda ha scritto il compianto Ryszard Kapuscinski in Imperium: “Lasciamo un attimo spaziare la fantasia. E’ il 1931.  Immaginiamo che Mussolini, a quel tempo capo del governo, ordini di distruggere la basilica di San Pietro a Roma. Immaginiamo che Paul Doumer, l’allora presidente di Francia , faccia demolire la cattedrale di Notre Dame a Parigi. Immaginiamo che il maresciallo Pilsudski faccia distruggere il santuario di Jasna Gora a Czestochowa. Riusciamo a immaginare una cosa del genere? No. (…) E gli abitanti di Mosca che dicono (a quel tempo sono tre milioni)? Dopotutto si sta buttando giù il loro San Pietro, la loro cattedrale di Notre Dame, il loro santuario di Jasna Gora. Che dicono? Non dicono nulla. La vita continua. La mattina gli adulti vanno al lavoro, i bambini a scuola, le nonne si mettono in coda. Ogni giorno qualcuno viene portato via di casa, un conoscente e’ prelevato sul lavoro, un vicino sparisce. E’ la vita”.

Credo che l’assenza della classe media (capace di indignarsi per le scappatelle del premier come delle molestie del direttore del giornale dei preti) in Russia sia sempre un lascito dei comunisti. Molti imprenditori e commercianti infatti fuggirono durante la rivoluzione e gli altri furono fatti fuori. Come ricorda un mio caro amico socialista, alla fine del franchismo la Spagna si trovò con industria e commercio. Alla fine dell’Unione sovietica, il paese si trovò con i negozi vuoti.

L’assenza della classe media, l’ho percepita al cimitero Troekurovo, dove in pochissimi abbiamo festeggiato il mancato cinquantunesimo compleanno della Politkovskaja. Familiari a parte, eravamo più italiani che russi. Ci sarà più gente il 7 ottobre, ci hanno assicurato. E nel 2010 spero che il “turismo responsabile” di Annaviva (e “Critica sociale”) riesca a organizzare un altro viaggio in Russia in quella data.

Ma voglio chiudere questo shangai di sensazioni con qualche nota positiva.

Gli incontri con la redazione della Novaja Gazeta e con i dirigenti dell’ong Memorial, mi hanno veramente aperto il cuore.

Persone gentili e di buon senso, felici che qualcuno venuto da lontano si interessasse alle loro battaglie per la libertà di stampa e per la memoria. Sono due facce della stessa medaglia l’organizzazione che si batte per i diritti umani e il giornale di Anna che fa informazione senza dover rispondere al putinismo imperante. Rappresentano davvero l’altra Russia, minoritaria fin che si vuole, ma coraggiosa, ardita. La mia formazione gobettiana mi ha fatto pensare a Rivoluzione liberale il giornale torinese che sfidava il fascismo negli anni della sua nascita. C’era già stato l’assassinio di Matteotti ma tanti italiani stavano in silenzio di fronte alla violenza fascista, ai soprusi della camice nere, alle botte ai manifestanti, alle sedi sindacali e di partito violate da sgherri tollerati dalle autorità. Piero Gobetti e pochi altri avevano capito da subito cosa sarebbe diventato il regime mussoliniano. Non avevano avuto bisogno delle leggi razziali e dell’entrata in guerra per capire dove avrebbe condotto il Paese. Erano pochi gli antifascisti al tempo. Sono pochi gli antiputiniani in Russia oggi. Ma io sono certo che un giorno vinceranno e che il 7 ottobre di ogni anno tante persone si raduneranno per ricordare Anna Politkovskaja, martire della libertà.

I veleni del #Cremlino

Cremlino sbarrato (foto Andrea Riscasi)Ripubblico a tre anni di distanza questa recensione del libro di Vaksberg.

Ad maiora.

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“È vero, esistono pagine problematiche della nostra storia. Ma quale stato non ne ha? Inoltre, le nostre pagine nere sono meno numerose di quelle di altri e non così orribili. Certo, dobbiamo ricordarci dei fatti terribili che hanno avuto inizio nel 1937 (il Grande  Terrore staliniano), ma altri Paesi dovrebbero ricordarsi e fare ammenda per i loro ben più gravi crimini. In ogni caso, la Russia non ha mai fatto ricorso ad armamenti non convenzionali su larga scala, né colpito un piccolo Paese come il Vietnam con un numero di bombe sette volte superiore di quello utilizzato nell’intera seconda guerra mondiale. Di questo, noi, non ci siamo macchiati. Così come non è nato sul nostro suolo un fenomeno aberrante come il Nazismo. Molte sono le circostanze spiacevoli che punteggiano il passato dei popoli e noi non intendiamo farci infamare od essere ingiustamente colpevolizzati”. Così il piccolo zar Vladimir Putin si era rivolto agli insegnanti nel giugno del 2007.

Un discorso che faceva da premessa a una riforma dei libri di storia russa da rifilare agli studenti che non dovevano più vergognarsi del passato stalinista e sovietico del loro Paese. Dimentichiamo i Gulag, dimentichiamo Praga, Burdapest e Kabul; dimentichiamo l’Holomodor.

Dimentichiamo, e in questo Putin, ex piccola spia del Kgb è un maestro, quello che han combinato i servizi segreti dell’Urss. Se qualcuno volesse rinfrescarsi le idee consiglio il bel libro di Arkadi Vaksberg, “I veleni del Cremlino” che Guerini ha fatto tradurre (dal francese) a Emanuela Ciprandi. Un volume che racconta i laboratori di morte che la Lubjanka aveva organizzato per liquidare gli avversari politici, i dissidenti, ma anche semplicemente quanti avevano visto troppo. Un laboratorio ancora in parte attivo come dimostra l’avvelenamento dell’ora presidente ucraino Viktor Yushenko. Un avvelenamento, come spiega Vaksberg, non mortale per mettere il futuro leader ucraino in mora, per mandare un avvertimento. Un libro che fa venire i brividi per quel che racconta e per quel che lascia immaginare. Una desolazione che rende ridicoli tutti gli sforzi putiniani di cercare un lato positivo della dittatura comunista. Un regime fondato sulla violenza. Che, purtroppo, come si vede, sembra essere addirittura sopravvissuta anche alla fine della struttura politica. Il tempo farà giustizia di questi piccoli uomini che non sono in grado di confrontarsi con gli avversari, che sono costretti a schiacciarli ed eliminarli perché sono troppo deboli per confrontarsi con loro. L’assassinio della Politkovskaja prima e della Estemirova poi, sono lì a dimostrarlo.

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Arkadi Vaksberg

I veleni del Cremlino

Guerini, Milano, 2007.

Euro: 19,50

COME TI ABBATTO UN REGIME, CON LA NONVIOLENZA

«Si diceva: le masse arabe non si ribelleranno mai. Ma era solo uno stereotipo. Queste rivolte c’insegnano che ribellarsi è possibile». Inizia con questa citazione, riferita a qualche settimane fa il bellissimo saggio di Gene Sharp “Come abbattere un regime” che Chiarelettere edita in questi giorni. Il volume (prima edizione 1993) è stato stampato in decine di lingue del mondo. È di pubblico dominio, diffuso dall’Albert Einstein Institution per diffondere ovunque aneliti di libertà e ribellione:

www.aeinstein.org

A scriverlo, uno studioso americano, classe 1928, pressoché sconosciuto alle nostre latitudini, che da decenni si occupa attivamente di come sgretolare le dittature usando metodi ghandiani.

C’è questo saggio (oggi tradotto da Massimo Gardella per Chiarelettere) dietro la rivolta che portò alla caduta di Milosevic in Serbia, alle rivoluzioni dei tulipani in Georgia e arancione in Ucraina. Ma anche, in questi mesi, dietro i movimenti che hanno favorito la caduta dei regimi egiziani e tunisini. Occhi attenti hanno notato sventolare la bandiera col pugno chiuso, simbolo dei serbi di Otpor, anche in piazza Tahir. Segno che i germi della rivolta pacifica sono difficili da annientare. Nel mio “Bandiera arancione la trionferà” (Melampo, 2007) pensavo sarebbero arrivati fino a contagiare il Cremlino. Sono sbarcati invece sulle sponde del ignorata Mediterraneo:

http://youtu.be/oqxkjAOYKGA

Il volume, di cui consiglio vivamente la lettura, è un vero e proprio manuale su come si abbatte una dittatura senza usare le armi, se non quelle dell’intelligenza. Scrive infatti Sharp: «Per un’attenta strategia di liberazione dalla dittatura è necessario un utilizzo mirato dell’intelletto. Una pianificazione errata può contribuire a generare disastri, mentre un uso efficace delle capacità intellettuali può tracciare un percorso strategico che utilizzerà con giudizio le risorse disponibili per spingere la società verso il traguardo della libertà e della democrazia».

Lo studioso americano invita a evitare, per chi voglia fare una rivoluzione che permetta poi alla nascente democrazia di mantenere il potere, di non fare ricorso all’aiuto di Paesi stranieri («a volte intervengono solo per ottenere il controllo economico, politico o militare dello Stato in questione»). Vanno bene solo le pressioni diplomatiche internazionali. Ma «il motore principale della lotta deve nascere dall’interno del Paese oppresso».

Gli elementi principali di questo prontuario per gli oppressi sono fondamentalmente due: programmare bene le proprie azioni e usare solo le armi della nonviolenza. Per questo obiettivo, occorre coinvolgere ovviamente il più possibile la popolazione: «Per abbattere una dittatura nel modo più efficace con perdite minime, bisogna: rafforzare la determinazione, la sicurezza nei propri mezzi e la resistenza della popolazione oppressa; rafforzare i gruppi sociali indipendenti e le istituzioni di quella stessa popolazione; creare una potente forza di resistenza interna; sviluppare e implementare un piano di liberazione». Sempre tenendo conto della lezione di Ghandi, che Sharp traduce così: «L’antico preconcetto secondo cui l’uso della forza ottiene rapidi risultati mentre con la nonviolenza si spreca tanto tempo non ha alcuna validità. Nonostante possa servire molto tempo perché si verifichino cambiamenti fondamentali in una determinata situazione o società, la vera rivolta contro una dittatura si risolve talvolta relativamente in fretta attraverso la lotta nonviolenta».

Badandosi su un principio di non-collaborazione, di ribellione popolare (Sharp assicura che «la popolazione abituata alla ribellione politica sarà meno vulnerabile a future dittature»): «Il principio è semplice. I dittatori necessitano della collaborazione del popolo su cui dominano: senza questa collaborazione non possono conquistare e mantenere le fonti del potere politico».

Stalin amava dire «Preferisco essere sostenuto dalla paura che dalle convinzioni, perché le convinzioni cambiano». Ed è proprio sull’affrontare la paura che si basa gran parte della strategia di Sharp per affrontare anche i tiranni più longevi: «Le dittature non sono eterne. La gente che vive sotto i regimi dittatoriali deve vincere la propria debolezza, e ai dittatori non va permesso di rimanere al potere per sempre. La lotta nonviolenta richiede (e tende a produrre), se non la sconfitta di ogni paura verso il governo e la sua violenta repressione, almeno un controllo maggiore su di essa. La sconfitta della paura è un elemento fondamentale nel disgregamento del potere dei dittatori sulla popolazione»

Importante per lo studioso americano è che dopo aver abbattuto il regime si lavori per instaurare una società libera e democratica (suggerisce anche una via federalista, sostenendo che amministrazioni locali forti riducono la forza dei regimi) . Anche per evitare rischi di golpe o nuove dittature (la storia ne è purtroppo piena).

I messaggi di rivolta riuscivano a varcare le strette maglie dei regimi nazisti e comunisti. Ora con internet, questi movimenti di ribellione hanno uno strumento di più che nel passato. Anche se le organizzazioni internazionali (quel mix di Onu e Nato che pretende di governare a nome di tutti) sembrano gradire più le rivolte armate che quelle pacifiche. È successo in Kosovo (Rugova ignorato, l’Uck incensato). Succede ora in Libia (mentre la Siria è dimenticata).

Eppure, di questo sono convinto anche io, la strada nonviolenta è l’unica in grado di ridurre le vittime, smascherare che il re è nudo e coinvolgere la popolazione. Gene Sharp lo spiega molto meglio di me: «L’effetto della lotta nonviolenta non è solo quello di indebolire e rovesciare le dittature, è anche quello di conferire potere agli oppressi. Questa tecnica permette a chi prima si sentiva solo una pedina, o una vittima, di esercitare il potere direttamente per garantirsi un margine più ampio di libertà e giustizia. L’esperienza di lotta presenta significative conseguenze psicologiche che contribuiscono ad aumentare la fiducia e la determinazione in se stessi».

Ad maiora.

Gene Sharp

Come abbattere un regime

Chiarelettere

Milano, 2011

Euro 10

Pagg.124

DI QUESTO LIBRO E DELLE RIVOLTE ARABE SI E’ PARLATO SABATO 25 GUGNO 2011 A RAINEWS:

http://youtu.be/19OySPA0rI0

http://youtu.be/7YlkhCsAfg8

 

DAL BARBIERE DI STALIN AL CUSTODE DI VIA OLGETTINA

Un piccolo volume che risulterebbe utile leggere in questi giorni in cui i giornali sembrano buchi della serratura e la politica ha toccato uno dei punti più bassi che io mi ricordi.

Paolo D’Anselmi nel suo Barbiere di Stalin invita ognuno di noi a fare un esame di coscienza e verificare se il disastro che ci circonda sia unicamente colpa d’altri o se la responsabilità sia anche, direttamente, nostra.

«Noi postqualunquisti abbiamo imparato la lezione di Gaetano Mosca, in cui si dice che la democrazia è concorrenza d’elite. La nostra critica alle élite attuali, di destra e di sinistra, non attiene al loro essere élites. Attiene al fatto che, come élites, fanno schifo. Sono élite di poco valore, monocoli in terra di ciechi. Non sono élite tra persone normali, anzi non sono élite: sono mafie. Non reggono in confronto internazionale, non hanno regole di accesso chiare, selettive: sono bande di cooptazione».

Il libro si basa sul concetto liberale della responsabilità individuale. Che passa anche dal modo di parlare delle cose che ci circondano: «Un altro esempio per comprendere le responsabilità del singolo si riferisce alla realtà dell’usura e del racket. Nella cronaca, nelle classificazioni amministrative e nei provvedimenti dello Stato, i due fenomeni vengono appaiati. Per entrambi si parla di vittime. Sempre insieme. Nessuna distinzione. Usura e racket sono sinonimi. Eppure sembra evidente una differenza: dall’usuraio ci si va con le proprie gambe, mentre il racketer, l’uomo del pizzo,  è lui in persona che si presenta al malcapitato che ha scelto di taglieggiare. E, se non paghi, l’usuraio non ti spezza le gambe. C’è dunque una precisa responsabilità del singolo nel rivolgersi all’usuraio. Responsabilità che non c’è nel caso del racket, caso in cui la parola vittima appare oggettivamente giustificata. Se invece l’usuraio le gambe le spezza, allora vuol dire che con quelle stesse gambe uno sciagurato era andato dritto filato a chiedere i soldi al racket e ciò avrebbe potuto risparmiarselo».

Per D’Anselmi, che fa l’analista di politiche pubbliche, la responsabilità personale (cardine anche del nostro diritto che rende non imputabile chi non è sano – anche temporaneamente – di mente) può portare a incidere sulla società anche se si è il custode di una casa di appuntamenti per vip o il barbiere di Stalin: «La figura dell’artigiano, realmente esistito (georgiano come il Piccolo Padre) è paradigmatica dell’ingannevole natura delle apparenze. Egli non si sentiva responsabile dei delitti del dittatore; era solo responsabile dei suoi baffi, eppure ci metteva del suo quando glieli aggiustava, contribuendo ad aumentare il fascino che il dittatore esercitava. Inoltre il barbiere di Stalin era l’unico uomo autorizzato a brandire un rasoio accanto alla celebre gola e, come dice Amleto, avrebbe potuto “farsi giustizia con l’uso dei una nuda lama” e invece ometteva ogni possibile comportamento oltraggioso nei confronti del suo cliente. A dispetto da chi dissocia la responsabilità nei delitti di Stalin. Del pari, siamo tutti barbieri di Stalin: ci proclamiamo tutti innocenti mentre flirtiamo con il male».

Ognuno di noi è, dunque, per D’Anselmi, in parte colpevole di quel che accade. Il libro invita a reagire: «Andare a votare non basta. Troppo comodo: esco di casa una sera di maggio, faccio una croce su un foglio mentre lo stomaco mi si stringe e passo il resto della legislatura davanti al televisore»

E la reazione passa anche e soprattutto dalle scelte individuali. Come a me sembra ormai chiaro, si fa politica anche facendo la spesa al supermercato, anche evitando un centro commerciale, o anche non mangiando carne ogni santo giorno.

Non solo: «Nessun amministratore delegato o direttore generale o ministro del cavolo ti costringe a lanciarti in autostrada a 180 chilometri all’ora, nessuno ti costringe a essere impaziente coi tuoi figli, li hai fatti tu, magari li hai anche caparbiamente voluti, e non sapevi che ti avrebbero procurato delle memorabili rotture? Dici: “In televisione non c’è niente”, e chi ti ha mai detto che ci sarebbe stato qualcosa? Perché dovrebbe esserci qualcosa? Se non ti piace, spegnila. Se la sera non sai cosa fare, riprendi in mano i libri del liceo. Noi, noi tutti cittadini, ti abbiamo mandato alla scuola media superiore, te l’abbiamo pagata nonostante non fosse costituzionale che te la pagassimo, per Costituzione avremo dovuto pagarti solo la media inferiore; bene, adesso riprendi in mano Alessandro Manzoni, se hai nausea di cibarti di Tv. Rileggo il De bello gallico. Rileggiti Dante Alighieri. Leggilo tu, non aspettare che arrivi Roberto Benigni con il canto quinto dell’Inferno, lo sapevi già che era una cosa commuovente. Leggilo ai tuoi figli: “Amor che nullo amato amar perdona”. E poi riprendi Manzoni: “Scendeva da uno di quegli usci” e poi Carducci: “Non sono più cipresseti un birichino”. È roba buona, tiene alla distanza. E non dire che i libri costano.»

Insomma, gli strumenti per una ribellione silenziosa ci sono. Ma se la gente, sul tram e persino sul treno, non legge né il giornale né un libro, come si uscirà da questo tunnel? Se state leggendo queste righe su un computer, via web, forse avete la soluzione davanti agli occhi. La caduta del regime tunisino è lì a dimostrarlo.

Ad maiora.

Paolo D’Anselmi

Il barbiere di Stalin

Università Bocconi Editore

Milano, 2008

Pagg.305

Euro: 16