Sardegna

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Per fermare il Pokemon di Putin

Repubblica due giorni fa raccontava dello sconcerto degli analisti inglesi che, in questi giorni, si sono visti franare tutte le loro teorie rassicuranti sulla Russia di Putin.
I carri armati alla frontiera ucraina e i continui interventi nel paese confinante sono lì a raccontare che l’imperialismo russo ha rialzato la testa.
Quando Anna Politkovskaja invitava i russi a non sottovalutare il conflitto ceceno, ammoniva: se lasciate che il regime si comporti così con una minoranza, i prossimi nel mirino sarete voi tutti. Così è stato. E quella democrazia che Putin invoca per i cittadini dell’est Ucraina è totalmente bandita per chi vive sotto Mosca.
Lo stesso si potrebbe dire della politica estera russa.
La comunità internazionale, dalla Cecenia in poi, ha concesso tutto al Cremlino, giustificando ogni azione, ogni provocazione. Ogni chiusura dei rubinetti del gas, ogni nuovo armamento.
E ora il pokemon di Putin è così forte da risultare quasi imbattibile.
C’è un quasi. Il cerchio magico intorno al presidentissimo è davvero ristretto. E ricco: 28 miliardi di dollari il patrimonio accumulato dal solo Putin, a sentire le più recenti stime.
Bloccate al cerchio magico i conti all’estero, sequestrate azioni e ville in Francia e Sardegna. Vedrete che torneranno a essere “democratici”. Per la gioia degli esperti di geopolitica. Anche quelli di casa nostra. Che scrivono su giornali, finanziati da Eni.
Ad maiora

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Tra Conte e Banchi

La Juve di Conte si fa raggiungere sul 2-2 dal Verona (dopo aver concluso sul 2-0 il primo tempo) e l’allenatore va su tutte le furie. Via il giorno di riposo e faccia a faccia con tutti i giocatori a Vinovo, il mattino dopo. L’allenatore non vuole cali di tensione della squadra anche se è ampiamente prima in classifica.
Venerdì sera la Milano del basket è avanti di 16 punti contro Sassari nei Quarti di finale della Coppa Italia, che tutti i commentatori (e i bookmakers) dicono sia pronta a vincere (dopo 18 anni di assenza). La squadra di Meo Sacchetti (che poi conquisterà meritatamente il
titolo, primo nella storia della Sardegna) nel secondo tempo fa suo l’incontro e vince di 2 punti eliminando lo squadrone sponsorizzato Armani. Coach Banchi si dice deluso. I giocatori (primi in classifica in campionato) vengono normalmente convocati per l’allenamento di lunedì (ieri). Qui trovano gli ultrà che contestano lo scarso impegno e invitano la dirigenza a tenere sotto controllo i giocatori. Dopo la sconfitta infatti il capitano della squadra, Alessandro Gentile (ma non solo) avrebbe postato un video di una festa alla quale ha partecipato. Usiamo il condizionale perché dopo un comunicato della curva (molto critico, che annunciava lo sciopero del tifo), l’account del giocatore su Instagram è stato cancellato.
Lo scorso 19 gennaio l’Udinese (siamo tornati al calcio) perde 3 a 2 in casa contro la Lazio, dopo essere stata in vantaggio e ave giocato parte del match con un uomo in più (ma un Profeta in meno). La sera alcuni giocatori bianconeri postano (sempre su Instagram) una foto in cui stanno facendo baldoria, malgrado la sconfitta. Il giorno dopo gli ultrà si presentano all’allenamento e si fanno sentire, contestando il poco attaccamento dei giocatori alla maglia. Guidolin promette interventi (magari limitando l’uso dei social network, croce e delizia dei nostri tempi).
L’Udinese vince poi 3 delle successive quattro partite (una in Coppa Italia, prima di perdere ieri sera a Firenze e venire eliminata in semifinale).
Vedremo nel week end (ma anche prima, visto gli impegni di Eurolega) se pagherà più l’atteggiamento punitivo di Conte o quello più amicale di Banchi.
Ad maiora

Lo sa il vento (ma non solo)

Molte parti del bel libro di Carlo Porcedda e Maddalena Brunetti “Lo sa il vento” (Verdenero) ricordano nel loro drammatico racconto, quanto sta accadendo in queste ore a Taranto con l’Ilva: il dilemma tra la salvaguardia del posto di lavoro e la salute.
Con molte similitudini anche nella reazione: “Qui in Sardegna, per quanto incredibile a dirsi, trovi sempre qualcuno convinto che è meglio un morto in casa che la disoccupazione alla porta”.
Il ricatto occupazionale è la leva con cui ci spingono ad accettare ogni cosa.
Sull’isola a mettere a repentaglio la vita delle persone non sono però fabbriche inquinanti, ma “fabbriche di morte”, ossia i poligoni militari che assediano da più parti i meravigliosi promontori di questa perla del Mediterraneo: qui si trovano il 60% del demanio e delle servitù militari dell’intero territorio nazionale.
Che rendono spesso inutilizzabili a noi comuni cittadini “non in armi” spiagge e boschi.
Scrivono, ad esempio, i due colleghi su Capo Teulada: “7.200 ettari di estensione, 62 chilometri quadrati di mare permanentemente proibiti e una zona di sicurezza che durante le esercitazioni si estende per 1.300 chilometri, costituisce insieme al poligono di Salto di Quirra e la base aerea Nato di Decimomannu il fronte interno più vasto d’Europa. (…) Tutto è proibito ai comuni mortali, proibito il mare, proibita la terra, proibito passarci sopra in aereo. In quel tratto di mare tutto è considerato pericolo, tranne che simulare la guerra”.
Ma le conseguenze non sono soltanto il mancato “utilizzo” di quelle armi da parte di chi non spara. Finiscono infatti soprattutto per attentare alla vita di chi abita vicino o dentro i poligoni. Uno di questi ha addirittura dato il nome a una (misteriosa) malattia: “Qui, in Sardegna, da almeno dieci anni si parla di Sindrome di Quirra per indicare un male invisibile, fatto di decine e decine di morti che da troppo tempo qualcuno vuole inspiegabili. Il moltiplicarsi delle denunce di leucemie, linfomi, tumori tra chi, militare o civile, ha in qualche modo a che fare con i poligoni sardi ha fatto scattare un allarme sanitario per una sospetta contaminazione che accomuna queste zone dell’isola a teatri di guerra come quelli del Golfo, dei Balcani e dell’Iraq”.
Il poligono di Perdasdefogu-Salto di Quirra è il più grande d’Europa. “Ma è soprattutto l’unico poligono al mondo dove pastori, allevatori e contadini convivono da oltre cinquant’anni con gli effetti di esercitazioni militari e test bellici e civili”.
Temi questi rimasti tabù, per decenni, in Sardegna. Ora, grazie anche al lavoro di tanti ambientalisti e giornalisti, il velo sembra essersi squarciato. La soluzione è comunque ancora lontana, complice una politica prona davanti ai poteri forti.
Porcedda e Brunetti raccontano di alcune voci dal coro. Come quella di Antonio Pili, oncologo ed ex sindaco di Villaputzu unico tra i primi cittadini a chiedere indagini su aborti, malformazioni e misteriose morti nelle greggi. Quando si è ripresentato al voto non è stato rieletto.
Le speranze ora sembrano essere rappresentate da Domenico Fiordalisi, procuratore a Lanusei, che continua le sue indagini, a dispetto di tutti:

http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2012/05/23/news/quirra-discarica-di-stato-e-fabbrica-di-tumori-1.5115800

Grazie alla Nato, “la Sardegna rappresenta forse la più consistente delle deroghe alla sovranità nazionale”.
E le alte sfere delle forze armate – come racconta “Lo sa il vento” – si peoccupano più di non fare uscire notizie che della riduzione del danno.
A sapere queste cose non sono ora solo i venti che sferzano la Sardegna.
Ma anche chi leggerà questo interessante volume.
Ad maiora

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Carlo Porcedda e Maddalena Brunetti
Lo sa il vento
Verdenero
Milano 2011
Pagg. 218
Euro 14

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NOI SIAMO NOI (DIMENTICANDO IL SEMPRE ATTUALE MARCHESE DEL GRILLO)

Casalecchio di Reno, 35mila abitanti alle porte di Bologna.
Era noto fino a qualche anno fa solo per la strage causata – nel 1990, ma sembra passato un secolo – da un aereo militare finito in una scuola: salvo il pilota (catapultatosi fuori prima dell’impatto ma assolto nei successivi processi perche’ “il fatto non costituisce reato”) morti invece 12 ragazzi, 88 i feriti (la stragrande maggioranza con danni permanenti).
Dal 2005 la cittadina ospita una due giorni di incontri che si intitola ‘Politicamente scorretto’. Viene curato da Casalecchio delle Culture in collaborazione con Carlo Lucarelli e l’associazione Libera. L’idea e’ quella di mettere a confronto gli scrittori di noir con la realtà.
Al centro del confronto quindi soprattutto le mafie e anche le loro infiltrazioni al nord e come fermarle.
Ieri si e’ parlato anche di Anna Politkovskaja (con lo spettacolo di Stefano Massini “Donna non rieducabile”, interpretato ancora una volta in modo superbo da Ottavia Piccolo) e di “meschinopoli”, con giornalisti e intellettuali a confronto sul tema: si e’ toccato il fondo? La risposta e’ stata, ahinoi, negativa.
Personalmente il dibattito che mi ha incuriosito e interessato di più e’ quello dal titolo “L’Emilia Romagna incontra la Sardegna”. Ossia scrittori delle due regioni a confronto.
L’aspetto legalitario e connesso alle mafie e’ stato affrontato da Eraldo Baldini che ha raccontato come interi quartieri e negozi lungo la Riviera romagnola siano già stati colonizzati e che presto, quando verranno messe all’asta, le mafie potranno mettere le mani/zampe anche sugli stabilimenti balneari.
Ma sono gli scrittori sardi (Marcello Fois, Francesco Abate, Flavio Soriga e la schioppettante Michela Murgia) che – pur mettendo in evidenza le differenze tra le varie zone dell’isola – hanno ragionato sul concetto di “noi”.
Un concetto che, a loro dire, deve essere inteso come includente e non come escludente. Che sia un ponte e non un muro, per richiamare il grande Langer.
Ed e’ curioso (ma forse anche logico) che questo appello venga da una delle regioni con più forte la cultura identitaria.
Un elemento sul quale riflettere anche quassù al Nord.
Sperem!

IL BASCO (DI) FRANCESCO COSSIGA

Una delle cose che più mi aveva stupito andando a fare i servizi nei Paesi Baschi sugli indipendentisti, era l’amore che nutrivano per lui a Bilbao e dintorni. Per il presidente emerito italiano, ora in fin di vita, Francesco Cossiga.

Della vita politica dell’ex Capo dello Stato ricordo solo questo aspetto forse secondario ma che mi lasciò colpito. Nel 2001, dopo una lunga frequentazione con quelle terre, Cossiga venne insignito del premio “amico dei baschi”. Un riconoscimento che gli venne conferito dal Partito nazionalista basco (Pnv). Proprio Cossiga si era battuto all’interno del Partito popolare europeo perché il Pnv non fosse espulso. Ma i popolari di Aznar ebbero la meglio. Qualche tempo dopo intervistato dalla Nuova Sardegna ricordò : “La mia passione è maturata anche con l’appoggio da me dato alla causa basca, per la mia vicinanza al partito basco, il primo partito cattolico democratico, che Aznar, acerrimo nemico dei nazionalismi, ha provveduto a far cancellare dall’internazionale popolare, di cui il partito basco è stato uno dei fondatori quando il giovane Aznar militava nei movimenti giovanili franchisti sotto la dittatura».

Cossiga in quella occasione lanciò un appello ai terroristi dell’Eta: “La mia condanna è totale – disse nel discorso di ringraziamento – e se la violenza poteva essere legittima in un regime totalitario, non lo è più oggi in un regime democratico, che ha come suprema garanzia il Re Juan Carlos”.
Quando a Bilbao gli indipendentisti baschi gli conferirono il premio, da Madrid gli strali più forti furono proprio quelli del Partido Popular. Cossiga, con l’aplomb che lo ha contraddistinto negli anni dei sassolini nella scarpa replicò: “Gli insulti dei fascisti sono stati sempre per me un onore”.

Ma la colpa del Pnv, come di Cossiga, era quella di dialogare con Batasuna, il partito politico nato da Eta (un tempo infatti la parte combattente si chiamava Eta militare) per cercare una soluzione politica alla questione basca. Ma in Spagna, chiunque incontri esponenti di Batasuna, viene accusato di “intelligenza” col terrorismo. È capitato anche a chi scrive, denunciato da un gruppo post-franchista come apologo del terrorismo per aver intervistato alcuni esponenti di Batasuna. Proprio io che non ho nemmeno fatto il militare ma l’obiettore di coscienza.

Per tornare al più interessante rapporto Cossiga-baschi l’ex presidente italiano criticava i governi madrileni che, a suo avviso, erravano nell’”identificare il nazionalismo con il terrorismo”. Spiegava Cossiga che “combattere il nazionalismo fino al suo abbattimento finirà solo per fomentare il terrore” e invitava a trovare anche un accordo – sulla falsariga di quello irlandese – “adoperando anche provvedimenti di indulgenza”.

Ma non è quella la strada che si è scelta per i Paesi Baschi. O meglio, era quella che avevano adottati i francesi ai tempi di Mitterand (con l’indubbio vantaggio che l’ala militare gli attentati li faceva in Spagna, mentre aveva scelto la Francia come sicuro rifugio). Con Chirac la musica è cambiata, tanto che nel 2002 era stato sconsigliato/vietato a Cossiga di partecipare a un incontro politico con i baschi a Biarritz (bellissimo capoluogo basco in Francia). Cossiga non era gradito nemmeno in Spagna perché considerato vicino ai terroristi. Un accusa che vista dall’Italia, con quello che era successo dalle nostre parti (con le Brigate rosse, ma anche con l’omicidio di Giorgiana Masi) non poteva che far sorridere.

L’ultima notizia che ho trovato sui baschi e Cossiga risale al 2008 e concerne l’autorizzazione data dalla magistratura spagnola ad Arnaldo Otegi, leader di Batasuna, appena scarcerato, di passare una settimana di vacanza in Lombardia. Il leghista Borghezio dichiarò che la Padania lo avrebbe accolto a braccia aperte (“partigiano della libertà e compatriota”) e Cossiga disse che Batasuna “è stato dichiarato illegittimamente fuori legge dal neofranchista Aznar”. “Avrei voluto, aggiunse Cossiga, invitare Otegi a colazione ma mi hanno consigliato di non mettermi in contatto con lui. I servizi spagnoli mi controllano. Se lo venissero a sapere, potrebbero revocargli il permesso”.

Otegi nel 2009 è stato di nuovo arrestato per apologia di terrorismo. Nel marzo di quest’anno stato condannato ad altri due anni di penitenziario per un suo comizio (disse: “Abbiamo un debito con i prigionieri politici baschi, i rifugiati e i tanti compagni che abbiamo perso nella lotta e alla fine ce la faremo”).

Da quelle parti, anche un discorso di commemorazione di un terrorista può portarti in cella. E sono certo che dal carcere dove è recluso, Otegi starà pensando a Cossiga.

A Bilbao, nel frattempo, il Pnv è stato cacciato dal governo e ora c’è una coalizione socialisti-popolari al potere. Loro sicuramente non staranno pregando per la vita dell’ex presidente italiano.